Anno Accademico 2024-2025
Vol. 69, n° S. 1, Dicembre - Dicembre 2025
Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli
07 ottobre 2025
Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli
07 ottobre 2025
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Durante il suo lungo percorso professionale, il prof. Cagli ha sempre avuto un particolare interesse per la tematica del rapporto medico-paziente-malattia, analizzandolo sotto i più svariati aspetti e nel suo modificarsi nel corso degli anni.
Un rapporto senza dubbio molto complesso, che include multiple interazioni: il rapporto medico-paziente, con tutte le implicazioni deontologiche, bioetiche e anche legali che ne derivano, ma anche il rapporto medico-malattia, che ha guidato per molti secoli il ragionamento clinico, con tutte le conseguenze positive e negative di cui parleremo, e il rapporto tra paziente e malattia, che ha assunto grande rilievo negli ultimi decenni. Un rapporto che si è profondamente modificato in ragione dei cambiamenti sociali, religiosi e, da ultimo, tecnologici. Conclusasi con Ippocrate l’epoca del medico-sacerdote, per quasi 2.000 anni il rapporto medico-paziente è stato di tipo paternalistico, lasciando al medico tutto il potere decisionale. Solo alla fine del XX secolo il paziente ha acquisito (possiamo dire che si è guadagnato) un ruolo attivo, conquistando il diritto di essere consapevole e partecipe delle decisioni che lo riguardavano, in una sorta di alleanza con il medico. Il ruolo decisionale del paziente è andato poi crescendo ulteriormente e, negli anni più recenti, è emersa la tendenza ad instaurare un rapporto di tipo contrattuale, in cui sono chiaramente definiti obbiettivi, percorsi diagnostici e terapeutici, rischi e responsabilità.
Nella sua esperienza professionale, il prof. Cagli ricorda di aver osservato e vissuto, in ambito medico, due vere rivoluzioni: la RIVOLUZIONE CLINICA e la RIVOLUZIONE TECNOLOGICA1.
La Rivoluzione Clinica fu determinata dall’opera di Augusto Murri, celebre clinico medico attivo nell’ultimo decennio dell’Ottocento e nei primi tre decenni del Novecento. Egli pose le basi su cui si fondò il ragionamento clinico: una base empirica rappresentata dal riconoscimento di sintomi e segni attraverso la visita medica (anamnesi ed esame obbiettivo) e una base culturale, derivante dalla conoscenza delle malattie acquisita con lo studio sui libri e con le esperienze fatte nei reparti universitari o ospedalieri. Da queste basi doveva partire il ragionamento clinico, che utilizzando le conoscenze pregresse e le informazioni acquisite, era lo strumento in grado di portare ad un giudizio sintetico, rappresentato dalla diagnosi. Questa impostazione prevedeva due soli attori protagonisti: il medico e la malattia; il malato era lasciato in disparte. Il prof. Cagli osserva: “nell’approccio al malato, la buona educazione e un pizzico di umana comprensione erano più che sufficienti: tutto il resto – la psicologia in particolare e tanto più la psicanalisi – era quanto meno inutile”1. E aggiunge: “l’unica forma di dialogo col medico era la inchiesta anamnestica, accostando così la raccolta delle necessarie informazioni ad un interrogatorio poliziesco, in cui contano soltanto l’esattezza e la completezza delle notizie ottenute. Non era minimamente percepita l’utilità di dare spazio ad una libera narrazione da parte del paziente, che mettesse in luce la soggettività del vissuto di malattia e contribuisse ad istituire una relazione medico-paziente autentica e, già di per sé, terapeutica”.
Pur di fronte a tanti fondamentali progressi tecnologici, i grandi Clinici Medici della metà del 1900, sostenevano a spada tratta la supremazia del metodo clinico proposto da Murri. Il prof. Cagli cita il suo maestro, Cesare Frugoni: “Nella Clinica l’intuizione e la fantasia debbono pur sempre costituire il motore, mentre i mezzi tecnici ed analitici ci servono come organi di controllo, freno e direzione. Per queste ragioni io sono ben lungi dall’ammettere che la clinica abbia acquistato dignità di scienza solo negli ultimi decenni, e cioè con l’introduzione dei moderni mezzi di indagine. L’essenza altamente scientifica della clinica sta nei processi mentali di cui si serviva, si serve e sempre si servirà”2.
Sembra però che le cose siano poi andate diversamente: la disponibilità di ausili diagnostici sempre più precisi e sempre più facilmente disponibili ha modificato profondamente l’approccio clinico: visite mediche molto veloci e talvolta approssimative e diagnosi basate non più sul ragionamento clinico, ma su esami diagnostici effettuati di routine (“una pesca a strascico”, secondo il prof. Cagli). Per ogni paziente vengono spesso formulate molteplici diagnosi che spesso richiedono l’intervento di vari specialisti, ma non c’è nessuno che abbia più una visione unitaria del paziente. Sono le conseguenze di quella che il prof. Cagli definisce la Rivoluzione Tecnologica. Non è in discussione, ovviamente, l’estrema utilità dei nuovi strumenti diagnostici, ma l’uso che ne viene fatto: dovrebbero servire a confermare un sospetto clinico, non a proporre diagnosi inattese, col rischio che il medico le prenda in considerazione anche se clinicamente irrilevanti. Peraltro, le tecnologie più avanzate (ad esempio l’Intelligenza Artificiale) possono essere utilizzate direttamente dal paziente, che a questo punto può perfino fare a meno del medico, oppure coinvolgerlo come un semplice consulente, in un rapporto paritario, o addirittura come tecnico esecutore di prestazioni, in un rapporto di tipo contrattuale.
All’origine di questa deriva c’è proprio l’errore di aver privilegiato il rapporto medico-malattia, piuttosto che il rapporto medico-paziente.
Del resto, il prof. Cagli si interrogava su cosa fosse davvero la malattia: un Ente che esiste di per sé (come un essere vivente o un parassita che invade l’organismo) oppure soltanto un Nome dietro cui si nasconde il malato. La sua preferenza era per la seconda opzione: “malattie, diagnosi e terapie sono specifiche teorie risolutive di problemi (gli stati morbosi) controllabili e controllate sulla base delle loro conseguenze osservative”3. Di conseguenza, la conoscenza del paziente e di come esso viveva il suo stato di malattia era una condizione indispensabile per definire la cura più appropriata e valutarne gli effetti.
Giovane medico frequentatore della Clinica Medica universitaria, il prof. Cagli si era reso subito conto della necessità di una forma di colloquio diversa da quella che gli era stata insegnata dai libri di Semeiotica medica e dalla frequentazione delle corsie1, spostando l’attenzione dalla malattia al paziente. Aveva letto con grande interesse il libro “Medicina Psicosomatica”, pubblicato nel 1950 da E. Weiss e O.S. English4 e aveva intuito che poteva essere molto utile cercare di utilizzare i concetti fondamentali della psicoanalisi nell’ambito della Medicina Interna.
Successivamente il prof. Cagli fu attratto dai metodi che lo psicoanalista ungherese Michael Balint proponeva allo scopo di realizzare un più fruttuoso rapporto medico-paziente: mettere a suo agio il paziente, farlo parlare liberamente ed ascoltarlo (l’ascolto è un’arte difficile da imparare), sapersi fermare al punto giusto, evitando colloqui troppo lunghi5. Viene così valorizzato il ruolo del paziente, ma anche quello del medico: “In Medicina Generale il farmaco più usato è il medico. Non contano solo la bottiglia di medicina o la scatola di pillole, ma anche il modo in cui il medico le offre al paziente; è importante l’atmosfera in cui la medicina viene data e presa. In nessun testo si trova però una indicazione sulla dose in cui il medico deve prescrivere sé stesso, sotto quale forma e con che frequenza”5.
Nel suo libro “La Strana Scienza” il prof. Cagli scrive: “per sua natura la Medicina è anche conoscenza dei sentimenti e delle domande che agitano l’uomo: del suo soffrire e del chiedersi il perché della sofferenza e quale senso la consapevolezza della morte conferisca alla vita stessa. Nella Medicina c’è tutto: la vita e la morte, la sofferenza e la cura, il dono e il profitto, l’etica e la metodologia, la scienza e l’arte, la tecnica e la manualità artigianale, la teoria e la pratica, il timore e la speranza e quanto ancora ciascuno potrebbe aggiungervi”6. La Medicina è diventata una “Strana Scienza” quando ha raggiunto un grado di scientificità sufficiente a far credere a molti che essa fosse interamente scienza. In realtà, è un edificio troppo complesso perché la scienza, per importante che sia, ne possa costituire l’unica chiave di lettura. La Medicina Antropologica, creando un rapporto approfondito con il paziente, aiuta a prendere le decisioni più difficili: quando arrestarsi e quando procedere, sconfiggendo le tentazioni di nichilismo e di onnipotenza. Deve essere il lievito quotidiano, non la ciliegina sulla torta della Medicina clinica e scientifica. Solo così, secondo il prof. Cagli, la Medicina può salvaguardare, anche nell’era della tecnica, il suo aspetto umano.
Il rapporto approfondito con il paziente consente anche di rendersi conto di quanto possa essere complesso e variegato il rapporto del malato con la sua malattia. Il prof. Cagli riflette su questo nel suo libro “La medicina nella Montagna magica di Thomas Mann”, dove osserva come, nel sanatorio di Davos, il protagonista, il giovane ingegnere Hans Castorp, ricoverato per una forma di tubercolosi, si adatta perfettamente all’ambiente e ci trascorre sette anni tra passeggiate, discussioni filosofiche ed amori, nonostante abbia recuperato la salute. Invece il cugino del protagonista, Joachim, affetto da analoga patologia, seppur ancora ammalato, fugge dal sanatorio per inseguire il suo sogno di intraprendere la carriera militare7. Il prof. Cagli era convinto che entrare nel vissuto del paziente, consenta di individuare i suoi obbiettivi e le sue priorità, condividendo quindi un piano assistenziale idoneo a migliorare la sua convivenza con la malattia. Secondo il prof. Cagli, l’ingresso in Medicina della Psicoanalisi, e più in generale della dimensione psicologica, avrebbe potuto costituire una strada per dare alla Medicina un volto più umano, spostando l’attenzione dalla malattia al malato. Fino ad oggi questa strada non è stata percorsa, ma forse c’è ancora modo per recuperare. Il prof. Cagli guarda con grande interesse alla Medicina Narrativa. Con essa si creano condizioni perché il paziente possa raccontare senza filtri le sue percezioni, i dubbi e le ansie. Prestando attenzione alla narrazione, il medico riesce a comprendere il significato che la malattia assume per il paziente, creando una vera e fruttuosa alleanza terapeutica.
Cosa ci ha trasmesso il prof. Cagli? Certamente il bisogno di una Medicina più umana, che davvero metta il paziente al centro dell’attenzione. La speranza che i Medici dedichino tempo adeguato alla comunicazione, e soprattutto all’ascolto, unico modo per conoscere il paziente, individuare i suoi obbiettivi ed aiutarlo a realizzarli, attraverso scelte condivise. La necessità di nuove modalità formative per trasmettere questi nuovi approcci ai giovani medici. In conclusione: il prof. Cagli è stato un critico attento ed appassionato anche delle prassi più consolidate; è stato capace di proposte innovative e anche contro-corrente. Ben consapevole della grande complessità della Medicina, è stato sempre aperto ad un confronto multidisciplinare (e l’odierno Convegno è la conferma). Attento al paziente, ai suoi bisogni profondi, ha cercato approcci idonei a coglierli e soddisfarli. E si è molto preoccupato della formazione dei giovani, unico modo perché i nuovi metodi potessero diffondersi.
Dott. Claudio Santini, Presidente Onorario FADOI Lazio, Direttore U.O.C. Medicina Interna Ospedale G.B. Grassi, ASL Roma 3
Per la corrispondenza: santini.cla@gmail.com
BIBLIOGRAFIA