Anno Accademico 2024-2025
Vol. 69, n° S. 1, Dicembre - Dicembre 2025
Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli
07 ottobre 2025
Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli
07 ottobre 2025
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Perhaps the best part of a doctor's knowledge
is the part which dies with him
D.J. Guthrie1
Anzitutto devo premettere che sarete delusi da queste mie brevi parole. Non riuscirò a fornire in modo sistematico il quadro delle ragioni per cui la posizione del nostro Professore è peculiare e quindi “strana” rispetto a quella dei Suoi colleghi e, tantomeno, le ragioni per cui da secoli si discute se la loro disciplina (quella del Professore e dei Suoi colleghi: la Medicina appunto) sia una scienza, sia una scienza come le altre, sia una scienza “strana”, o non sia affatto una scienza, ma qualcosa di diverso (e allora cosa? un’arte, una tecnica, una tecnica basata su altre scienze, etc.). Sulla strana scienza e sul su suo strano protagonista – il Prof. Cagli – dirò qualcosa di personale, ma nulla di organico, di sistematico, di definitivo; e non perché questa non sarebbe la sede, ma semplicemente perché non mi sento all’altezza. Prendete queste mie parole solo come un frammento di conversazione e soprattutto, come subito sentirete, come un ricordo di altre conversazioni.
Fatta questa opportuna dichiarazione iniziale, permettetemi ancora di ringraziare Irene Cagli che mi ha molto gentilmente coinvolto in questa giornata celebrativa per Suo padre: per me è veramente un piacere e un onore chiudere questa prima parte della mattina dedicata a “Vito Cagli, uno studioso rinascimentale del ‘900: biografia, attività scientifica e letteraria, rievocazioni”. Lo farò, come accennavo, portando un ricordo personale e, dunque, contribuendo anche io, seppure in minima parte, a rievocare la sua alta figura. Per quanto mi riguarda, cercherò, come posso, di trasmettervi l’atmosfera dei nostri incontri.
Ho conosciuto il Professor Cagli il 22 febbraio del 2016. Tardi quindi, rispetto a quasi tutti Voi. E lo ho conosciuto quasi per caso. Dico “quasi” perché al caso (e alla sua musica) ho un po’ forzato la mano. In occasione della presentazione romana del mio libro di Medicina egizia2 mio padre mi consigliò di telefonare a Vito Cagli per invitarlo: era certo che al Professore avrebbe fatto piacere tenuto conto dei suoi interessi più recenti, senza contare poi che lui, mio padre, lo avrebbe rivisto molto volentieri. Cagli mi rispose che sarebbe stato molto faticoso per lui uscire, che ormai la vista era diventata un problema, e che gli dispiaceva molto. Le Sue parole furono così accorate e così piene di naturale cortesia che, pur non conoscendolo, osai chiedergli se avessi potuto raggiungerlo per portargli io il mio libro.
Nacque – se posso dire – una simpatia. E una grande ammirazione per questo gentilissimo signore che mi accoglieva di pomeriggio a casa propria e che mi trasmetteva qualche cosa di suo.
I nostri non numerosi incontri si sono basati proprio su questo rituale: io gli portavo un mio lavoro di cui discutevamo brevemente il contenuto, e subito da una cosa ne nasceva un’altra, magari solo accennata: era un turbinio di rimandi a libri, a fatti storici, a curanti del passato, noti e meno noti, ma anche al mestiere del medico: il nostro. Tuttavia, mai fatti personali, in entrambi i casi. Delle nostre due vite private sapevamo molto poco: io, che aveva una figlia (per averla vista di sfuggita una volta mentre usciva); lui, che sono figlia di mio padre.
Dicevo del primo incontro: va da sé quindi che parlammo della Medicina dell’epoca ellenistica e se essa fu vera gloria o vero oblio3; per Cagli non si trattò di una rivoluzione “dimenticata”, come invece sostiene Lucio Russo4, bensì “mancata”. Io seguivo (e seguo), l’idea di Russo. Il Professore mi lasciò il tempo per spiegare la struttura formale e sostanziale del papiro Edwin Smith (quello “chirurgico”) e dunque del “metodo” che già permeava il mondo medico egizio. Ma dalla Medicina egizia a quella moderna il passo per noi fu breve e in poco tempo Cagli mi conduceva nella Parigi di Claude Bernard e nella Bologna di Augusto Murri.
Uscivo sempre con un suo libro tra le mani e con una dedica, che leggevo appena si chiudeva il cancello della sua casa, quello su strada. In quel primo incontro il libro fu Apriti Sesamo! Conoscere l’interno del corpo vivente5, dove per Cagli la roccia che nasconde i veri tesori altro non è che la superficie del nostro corpo, e dove la dedica molto affettuosa fa riferimento, appunto, al nostro conversare di Medicina egizia.
Vito Cagli sapeva raccontare. Certamente gli si attaglia perfettamente la definizione di “studioso rinascimentale del ‘900” per la Sua ben nota cultura umanistica oltre che scientifica, ma permettetemi di affiancare anche quella di “conversatore brillante” – con riferimento obbligato però alla civiltà della conversazione del Settecentoa oramai scomparsa – e di “ascoltatore attento” per la capacità di usare empaticamente e naturalmente la paziente attesa della parola dell’altro utilizzando una professionalità direi psicoanaliticab.
Era dunque molto piacevole restare ad ascoltarlo: poteva essere un pensiero breve e cesellato, così come un racconto più lungo talvolta interrotto da una leggera battuta un po’ ironica, giusto per non prendersi e prenderci troppo sul serio. Come quella volta che parlammo di Casanova, “libertino perché libertario, massone per convenienza, baro per necessità, truffatore per sfida, ma anche e nello stesso tempo partecipe dello spirito illuminista della sua epoca”6. Nel libro che Cagli dedica a Casanova ha ricostruito non solo il quadro sanitario di quell’uomo che a quarantasette anni “sente approssimarsi la vecchiaia e sembra ricevere dal corpo il messaggio di un benessere di qualità diversa rispetto a quello di un tempo”6, ma, anche, di come la malattia venisse affrontata nel Settecento.
“Sa che il primo regalo che mi ha fatto mio marito è stato ‘Histoire de ma vie’ di Casanova per i tipi di Brockhaus?”7; mi sorrise: “Interessante questo Mario!”
Egli sapeva bene quanto il ricorso alla letteratura possa aiutare in un rapporto. Nei suoi scritti aveva anche portato le “lettere” all’interno di una relazione oggi alquanto in crisi, quella del rapporto tra medico e paziente. Cagli spiega di quanto la letteratura possa offrire ai medici in termini di ricerca del significato intrinseco del loro mestiere (il mestiere di medico), e quindi anche dell’aiuto che da essa si può trarre per migliorare la relazione con il malato, poiché:
a mano a mano che in Medicina è venuto crescendo il peso della tecnologia, si è delineato un crescente interesse per l’inserimento della letteratura, delle arti e del sapere umanistico in genere nella formazione dei nuovi medici. La tecnologia minaccia di oscurare l’importanza del rapporto medico-paziente e la considerazione del malato come persona, con il risultato che, mentre l’efficacia dell’atto medico aumenta, non aumenta parallelamente la soddisfazione dei pazienti8.
Per gli auguri di Natale dell’anno successivo tornai. Ebbi in omaggio “Le svolte della medicina. Storie apprese e storie vissute” (Roma: Armando Editore, 2017) ove ritrovai in due passaggi alcuni concetti sui quali insieme avevamo ragionato nella nostra precedente conversazione. Mi disse (e scrisse nella dedica) che il confronto come me era fruttuoso. E allora che cosa avrei dovuto dire io? Ma Cagli mi spiazzava perché oltre ad essere di una disarmante lucidità e avere una prodigiosa memoria, aveva, come detto, una divertente ironia. A come ragionare in Medicina Cagli ha dedicato un libro di più di cento pagine9, nelle quali indaga l’evoluzione della relazione (reciproca) tra Medicina e filosofia, dall’antico aforisma nullus medicus nisi philosophus (non puoi essere un bravo medico se non sei filosofo) a oggi. Il rapporto tra le due è a dir poco lunghissimo e complesso, passando forzosamente anche dal decreto rivoluzionario del 4 dicembre 1794 che vide la Medicina abbandonare la filosofia per gettarsi nelle braccia della Chirurgiac. Gli dissi che in quel momento io ero immersa nella Parigi del primo Ottocento e che gli avrei presto portato il risultato delle mie ricerche.
Ci rivedemmo l’anno della esplosione pandemica. Ma ancora eravamo lontani anni luce dall’ipotizzarla perché era il 9 febbraio 2019. Era pronto il mio libro su Marie-Anne Boivin e Stéphane Tarnier10 e difatti la conversazione partì proprio dall’Ostetricia nascente, da quella specialità così contesa tra mani femminili e mani maschili e sul legame mancato tra le due professionalità. Anche qui la discussione fu vivace: Cagli parlava di Madame Lachapelle con molto realismo, quasi l’avesse conosciuta… tanto che non mi sarei sorpresa se fosse comparsa dalla cucina per servire lei il succo di frutta che il Professore sempre mi offriva.
Nel nostro conversare inserivamo anche immancabilmente un ricordo della nostra professione, uno suo di vita ospedaliera, e uno mio, prima all’Ospedale Policlinico a Milano, poi alla ASL qui a Roma. Poche parole gli bastavano per evocare quelle realtà, per lanciarmi parole-chiave su cui riflettere sulla Medicina e la sua complessità, sulla nascita dei tempi nuovi, sulla svolta epistemologica che la nostra scienza forse sta subendo9. Già… perché se l’epistemologia medica egizia fu basata sulla ricerca del significato e, poi, l’assunzione di una epistemologia fondata sulla causalità aveva fondato le basi della scienza moderna11, quella di oggi potrebbe risultare un’altra svolta epistemologica in quanto la ricerca, esasperata dalla Intelligenza Artificiale, sta trasformato la causa stessa in Big Data (sui quali peraltro l'IA apprende e prende decisioni)d. Ma se in “virtù” di questo cambiamento la Medicina pare sia divenuta paradossalmente, una “strana scienza” da quando ha raggiunto un grado di scientificità sufficiente a far credere a molti che essa fosse interamente scientifica12, essa invece rimane, è, un’altra cosa perché nella Medicina c’è tutto: la vita e la morte, la sofferenza e la cura, il dono e il profitto, l’etica e la metodologia, la scienza e l’arte, la tecnica e la manualità artigianale, la teoria e la pratica, il timore e la speranza, e quanto ancora ciascuno potrebbe aggiungervie.
Quella volta mi offrì il suo libro su Thomas Mann e la sua montagna magica13, che – gli dicevo io – preferisco continuare a chiamare incantata. Se mi ero sempre chiesta perché Zauberflöte venisse tradotto come flauto magico mentre invece Zauberberg come montagna incantata, ormai, pur alla luce della nuova traduzione italiana che rendeva conto dei miei dubbi (“e cioè che la montagna in cui si svolge il romanzo ‘non è passivamente ammantata d’incanto’, ma è ‘elemento attivo e quanto mai perturbante’”)f, per me quella montagna, quell’opera, restava incantata; e allora: quale è per ognuno di noi la parola, più corretta? Quella del cuore o quella della mente? Anche di questo si poteva parlare.
La dedica è “con amicizia”.
Poi, in pandemia, ci siamo sentiti per telefono. A quel tempo, lo sappiamo, la fatica sul lavoro e in famiglia, sia fisica sia mentale, ha travolto tutti (e sinceramente spero che questa esperienza non venga mai dimenticata dalla comunità in tutta la sua complessità sociale, familiare, personale). Stavo scrivendo un libro che parla di Settecento e che gli avrei portato appena fosse uscito, appena avremmo potuto riprende i nostri incontri. Non ho fatto in tempo. Immagino ci saremmo ancora una volta divertiti perché, se Casanova fu “sempre eccellente medico di sé stesso e cercò una terapia che, per nostro grande godimento, trovò nella scrittura delle sue memorie”6, a Voltaire invece “venne addosso il peggiore di tutti i mali, quello del malato immaginario: […] sarà sempre in procinto di esalare l’ultimo respiro. Fu indubbiamente il moribondo più vispo di tutti i tempi!”14. Tra l’altro nel 1760 Casanova si reca a trovare Voltaire a Fernay; e nello splendido giardino, dal quale si vede il lago Lemano e il Monte Bianco in lontananza, sono raggiunti da Théodore Tronchin (1709-1781), il ginevrino medico di Voltaire, allievo di Boerhaave, di cui Casanova lascia una accurata e benevola descrizione6. Qualche anno prima, in risposta a Samuel Auguste Tissot (1728-1797) che gli aveva inviato il suo saggio sulla inoculazione15, Voltaire aveva risposto sì tessendo una serie di elogi, ma si era anche lamentato della propria salute, firmandosi Le malade Voltaire. Tissot, preoccupato, si era subito informato proprio da Tronchin che così gli aveva risposto: “Una bile sempre irritante e dei nervi sempre irritati sono stati, sono e saranno la causa eterna dei suoi mali”16. Ci saremmo divertiti parlando di Tronchin, di Tissot, di vaiolo, di Lady Mary Montagu …
Per Vito Cagli lo studio della storia della Medicina è importante per fornire un quadro d’insieme della professione e, meglio, allo stesso tempo per guardare indietro e scrutare in avanti, ciò in linea con quanto aveva sostenuto Douglas Guthrie (di cui ho messo in esergo una citazione): il doppio atteggiamento mentale che il medico deve avere, come un Giano bifronte1, in Medicina è essenziale. Per Cagli la Facoltà di Medicina, che non può certo fornire al futuro medico una cultura umanistica, può però, e anzi deve, avere un essenziale “compito di stimolo” e la sua splendida “lettera a un futuro medico”9 (il cui contenuto è impossibile da riassumere se non facendo un torto all’Autore e che quindi invito a leggere o rileggere) ne è un perfetto esempio. Certamente lo stimolo è dato anche dall’incontro con persone così speciali.
Ora sono i libri che ci ha lasciato che intessono un ininterrotto dialogo che pare fatto per continuare tra le pareti della sua bella casa. Permettetemi quindi di chiudere riportando le parole con cui Cagli termina il suo lavoro su Mann:
“Ora sappiamo che quel mondo descritto nella ‘Montagna magica’ è scomparso, ma sappiamo anche che quelle discussioni sul significato della malattia non sono concluse, perché non finiremo mai di chiederci quale possa essere il significato dell’umana sofferenza, quale il peso delle nostre scelte, consapevoli o inconsce, sulla nostra vita e sulla nostra morte, e quale infine, su tutto questo, debba essere il ruolo della Medicina”13.
Quale “debba essere il ruolo della Medicina”… insieme a quello della filosofia e della letteratura: e dicendo questo non credo che tradirei il pensiero del Nostro amato Professore, il quale, come pochi altri, ha insistito sulla necessità delle relazioni della nostra “strana scienza” con la filosofia e con la letteratura e sul “ruolo della Medicina nella costituzione delle scienze umane”g.
a. Il riferimento è ovviamente a: Craveri B. La civiltà della conversazione. Milano: Adelphi, 2001.
b. Cfr. le belle pagine su “Freud, Jung e la medicina” in: Cagli V. Le cime e le valli. Percorsi della medicina. Roma: Armando Ed., 2010: 128-45.
c. Nel “décret du 14 frimaire an III [4 décembre 1794]”, che crea tre “École de santé” (Paris, Montpellier, Strasbourg) al posto delle antiche facoltà di medicina, è scritto: “la medicina e la chirurgia sono due branche della stessa scienza; studiarle separatamente, è abbandonare la teoria al delirio dell’immaginazione e la pratica alla routine sempre cieca; riunirle e mescolarle, è illuminarle a vicenda”. Nasce la laurea in Medicina e Chirurgia.
d. In questa prospettiva si veda ora: Perilli L. Coscienza artificiale. Come le macchine pensano e trasformano l’esperienza umana. Milano: Il Saggiatore, 2025, dove è spiegato come la tecnologia di oggi non sia più materia inerte, bensì un vero e proprio soggetto autonomo; in particolare, si vedano le pagine dedicate alla Medicina (pp. 255-267).
e. Cagli V. La strana scienza, cit., p. 20. In questo Vito Cagli è in linea con Giorgio Cosmacini il quale sostiene che “la medicina non è una scienza, è una pratica basata su scienze e che opera in un mondo di valori. È, in altri termini, una tecnica con un suo proprio sapere conoscitivo e valutativo, e che differisce dalle altre tecniche perché il suo oggetto è un soggetto: l’uomo” (Cosmacini G. La medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base. Milano: Cortina 2008, p. IX).
f. Così Renata Colorni, traduttrice del La Montagna magica. Milano: Mondadori, 2010 (cfr. Cagli V. La medicina ne La montagna magica di Thomas Mann, cit., p. 15).
g. È questo il sottotitolo italiano del libro di Foucault M. Nascita della clinica. Torino: Einaudi, 1969 (ed. or.: Naissance de la clinique. Une archéologie du regard medical. Paris: Presses Universities de France, 1963).
Dott.ssa Paola Cosmacini, Medico Radiologo
Per la corrispondenza: pcosmacini@yahoo.it
BIBLIOGRAFIA