Anno Accademico 2020-2021

Vol. 65, n° 3, Luglio - Settembre 2021

Settimana per la Cultura

13 aprile 2021

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Considerazioni mediche, un poco irriverenti, sull’Iliade

G. Ceccarelli

L’Iliade è ovviamente un poema epico e non un trattato di Medicina; questa Iliade sulla quale vi intratterrò non va confusa (non si sa mai nella nostra era ipertecnologica) con un “sistema esperto” con lo stesso nome che andò di moda nell’Università dello Utah alla fine degli anni ’801 né tanto meno con “Iliad” la società di smartphones.

Che l’Iliade, allora, sia un poema epico non è una grande scoperta, lo sanno i bambini di seconda media (Fig.1)2.

Ma quel poema epico inizia con gli “infiniti lutti” che Apollo, il figlio di Latona e di Giove, induce con le sue frecce agli Achei (Fig. 2) - quello stesso Apollo noto anche come Iatros o Medicus - (e già qui potremmo trovare un certo richiamo molieriano o goyesco): e senza arrivare alle esagerazioni certamente amorali alla Joseph Mengele (o altre ancora più moderne)3, il medico è anche a volte colui che “uccide”4 come ricordava anche l’ottocentesco Luigi Capuana)5; e finisce, il nostro poema, con il grande rogo dei funerali di Ettore (Fig. 3): ad ogni istante la morte aleggia nel grande poema, anche se la nascondiamo ai bimbetti di seconda media (e qui il richiamo è al grande libro di Philippe Ariès)6. Non dovrebbe fare quindi troppa meraviglia che molti medici si siano interessati al poema di Achille, Patroclo, Priamo e Ettore, magari con uno zelo che potrebbe apparire anche eccessivo7.

 

   


Fig. 1: Iliade nel disegno di Mimmo Paladino (Parigi, 2021).


Fig. 2: Iliade nel disegno di Mimmo Paladino (Parigi, 2021).


Fig. 3: Iliade nel disegno di Mimmo Paladino (Parigi, 2021).

 

Così due medici militari (ma non solo) producono una tabella (Tab. 1) dalla quale si ricava che secondo Omero (e i suoi eroi) l’arma più temibile è la lancia con tutte le sue varianti (dalla picca alla chiaverina), ma la più mortale è la spada (nessuno dei feriti di spada sopravvive) mentre in fondo la meno pericolosa è l’arco, per cui l’efficacia decresce con la distanza tra i guerrieri (la battaglia di Crecy del 1346, la prima forse in cui sarebbero comparse le armi da fuoco o quella di Azincourt- e la bomba atomica del 1945 avrebbero alquanto cambiato questa situazione).

 

 Tab. 1: Armi e relative ferite7.

 

Tra le sedi più strane oggetto di ferita non si può non ricordare quella mortale (e guaiolando e cadendo il coprì di morte il velo)8 inferta da Merione a Fereclo: “l’inseguì, lo raggiunse lo percosse nel destro clune ... (leggasi natica) … e sotto l’osso ver la vescica uscì la punta9: un percorso strano, soprattutto ricordando che è descritto così minuziosamente e direi fotograficamente da Omero (che per i più era cieco) ma anatomicamente plausibile (da dietro in avanti, dal basso in alto – i due protagonisti dell’episodio stanno correndo e da destra a sinistra visto che non risulta che Merione fosse mancino - : natica, cavità ischio pubica, vescica, arcata del pube et voila, quasi alla Bud Spencer). Merione era evidentemente uno specialista di tal genere di colpi, perché lo ripete (ed è ben più difficile) addirittura con una freccia su Arpalione: questi, malgrado il suo nome dimentico del detto “non stuzzicare il lione che dorme”,  ha tentato di assalire Menelao, ma Merione fa “una freccia volar che al destro clune (ci risiamo) colse il fuggente e sotto l’osso acanto alla vescica penetrò diritto” e il povero Arpalione finisce “steso al suol come verme10 (un accenno parassitologico non guasta).

Altri medici hanno fatto notare che il morbo che “infiniti addusse lutti agli Achei”, per il quale Omero adopera in termine loimòs solitamente tradotto con peste, ha alcune caratteristiche (Tab. 2 con la bibliografia annessa) per cui sembra lecito pensare alla morva più che all’antrace, ma forse solo un infettivologo come il nostro il prof. Visco potrebbe dirimere la controversia.

 

Tab. 2: Il morbo acheo.

 

Gli eroi omerici sono ben fatti e godono ottima salute; neanche la vecchiaia ne modifica sensibilmente la forza: Nestore, re dei Pilii, “dei parlanti con lui nati e cresciuti ... trascorse avea due vite e nella terza allor regnava11 (insomma, aveva quasi settant’anni), e continua a compiere prodezze; e non ci sono invalidi, né suppurazioni né febbre: o si muore o si guarisce.

A fronte di tutti questi magnifici, gagliardi e bellissimi eroi, spicca Tersite che, si direbbe, ha quasi il ruolo del fou, del buffone alla Calabazas di Velasquez, al punto che Ulisse al suo continuo ciacolar di rampogne - che ricorda quello petulante e piagnucoloso di Schmuyle nei “Quadri di una esposizione” di Musorgskij - tutta gli fa la schiena rubiconda12, mentre Achille, poco dopo, lo trascina pei pochi capelli. Tersite è un “brutto ceffo”, “guercio e zoppo, con una gran gobba al petto, aguzzo il capo e sparso di rado pelo13; non è mancato chi, medico, ha pensato che Tersite soffrisse di quella condizione, completamente descritta dal punto di vista medico solo alla fine del XIX secolo14 ma presente già al tempo dell’uomo di Neanderthal15, che prende il nome di disostosi cleidocranica e che effettivamente induce un aspetto non particolarmente gradevole. Il latinista e marxista Concetto Marchesi ne fece un secolo fa, nel 1920, il prototipo del proletario che contesta il potere.

Dicevo che nell’Iliade o si muore o si guarisce: un esempio è dato da Enea16 che nel suo scontro con Diomede viene colpito da un enorme sasso, di tal pondo che due nol porterebbero degli uomini moderni (cioè del tempo di Omero, e figuriamoci di noi moderni di quei moderni); il sasso colpisce Enea “nel luogo ove la coscia si innesta nell’anca ed è nomato ciotola”, lacera la pelle, spezza i due tendini (ipotizziamo da non ortopedici i legamenti ileofemorali e pubofemorali), il ciglio cotiloideo si frantuma: ma Enea non si stende neanche del tutto al suolo, cade solo in ginocchio, “un negro velo gli coperse le luci” e sviene. Come si ricorderà, viene salvato solo dall’intervento di Venere, a mo’ di crocerossina tipo Harmony, a sua volta ferita dallo scatenato Diomede che “della man gentile gli estremi le sfiorò”; ma evidentemente la cura cui è sottoposto Enea è formidabile, forse con l’impiego di colle ortopediche di ultimissima generazione, ché lo stesso giorno, sulla sera, ritroviamo Enea sul campo di battaglia, che uccide Orsiloco e Cretone e solo poi (anche agli eroi, soprattutto se devono poi fondare Roma, un po’ di astenia è concessa) Enea, benché prode guerriero retrocesse17; tutto ha un limite o forse anche allora la l-carnitina e la lattoferrina dalle miracolose proprietà non erano più ammesse dal Servizio Nazionale Olimpico. Una sorte analoga tocca nel libro XI addirittura anche ad Ettore, colpito da Diomede al sommo del cimier e anche a lui tenebroso sulle pupille gli si stese un velo; ma qui l’eroe è salvato dal lungo triplice elmetto dono d’Apollo18 (e poi non venitemi a dire che i materiali griffati non sono da preferire!). Dal resoconto omerico non risulta se in seguito nell’ atemporale Olimpo gli si sia praticata, come doveroso, una TAC. L’importanza degli elmi griffati risalta anche, ad esempio, da quanto accade al povero Erialo il Licio, del quale poco si sa, salvo il fatto che evidentemente il suo elmo di rozza e non divina fattura non lo protegge dal sasso che gli scaglia contro Patroclo: “giunge d’un sasso in mezzo della fronte e in due, chiusa nel forte elmo, la spacca”; conseguenza immancabile:” morte lo recinse e gli rapìo la vita19. Omero, per par condicio, pochi versi dopo ripete la scena a parti invertite: questa volta è Ettore che scaglia un sasso contro un povero Epigeo di Tessaglia: “gli giunse in fronte e tutta in due gliela spezzò dentro l’elmetto… e chiuse i lumi nell’eterna notte20.

Il collo era - se così si può dire -  il tallone di Achille di Ettore (e ad esso mirerà proprio Achille per farlo fuori) dato che già nel libro VII Aiace Telamonio ivi lo avea ferito (gli punse il collo e vivo sangue spicconne21): se si ricorda la tabellina mostrata in precedenza, le ferite al collo sono quasi sempre mortali (67 volte su 69: 97%; mancano i limiti fiduciali) ma questa è una eccezione imposta dalla sceneggiatura (ove Ettore fosse stato ucciso da Aiace nel libro VII, come avrebbe poi potuto ucciderlo Achille nel libro XXII?).

Tra i molti altri possibili episodi dei quali si potrebbe (ad averne voglia e tempo) scrivere (e voi leggere), ricordo quello dell’agguato teso da Coone figlio di Antenore troiano ad Agamennone che gli ha appena ucciso il fratello Ifidamante: Coone riesce a ferire con una freccia l’Acheo (“a mezzo il braccio conficcossi la punta sotto il cubito e trapassollo22) ma il ferito non per questo abbandona la pugna, e in un baleno raggiunto il disgraziato Coone semplicemente il capo gli recide; l’interessante viene adesso, perché fino a che Agamennone deve pensare a eliminare chi ha osato ferirlo non pensa alla sua condizione, ma “come stagnossi il sangue e s’aggelò la piaga d’acerbe doglie saettar sentissi” (una trombosi postraumatica?), per cui prudentemente si fa portare dall’auriga alle navi e ricomparirà solo tre canti dopo. Anche agli eroi giova un poco l’uscir di scena.

Quando - per terminare questa un poco irridente rassegna di medicina militare omerica - siamo alla scena madre, quella in cui Achille è alle prese (in un mezzogiorno più di sangue che di fuoco) con Ettore, l’eroe greco “pon mente ove al ferire più spedita è la via”; “dove il collo all’omero si innesta, nuda una parte della gola appare” (sembra un poco il pucciniano un bel dì vedremo, solo che Achille quella parte la scova veramente). L’asta vi si affonda e con ogni probabilità spacca l’aorta, ché al povero Ettore non sono “offese della voce le vie” tanto che per parecchi versi - una ventina - egli si rivolge al vittorioso avversario, terminando - vista la crudeltà del Mirmidone - col famoso e iettatorio “Febo Apollo e Paride t’ancideranno sulle porte Scee23.

Spero solo che i grecisti presenti fra i giovani colleghi ed il pubblico perdoneranno queste piccole e iconoclastiche divagazioni di un vecchio pediatra che, evidentemente, pur avendo sempre preso molto sul serio la propria professione, non si è mai preso troppo sul serio. Grazie.


BIBLIOGRAFIA

  1. Turner W.H. et al. Iliad training effect; a cognitive model of clinical findings. Proc Ann Simp Comp Appl Med Care 1991; 68-72.
  2. Iliade. Paris: Diane Le Sellier Ed, 2001 (ed. italiana: Le Lettere, 2001).
  3. Kious BM, Battin MP. Physician Aid-in-Dying and suicide prevention in psychiatry: a moral crisis. Am J Bioethics 2019; 19: 19-29.
  4. Geppert CMA, Komrad MS, Pies RW, Hanson AL. Psychiatrists must prevent suicide, not provide it. Psychiatric Times 19 nov 2019. https://www.psychiatritimes.com/view/Psychiatrists Must Prevent Suicide, Not Provide It.
  5. Capuana L. Il medico dei poveri. Alba Edizioni, 1982.
  6. Ariès P. Essais sur l'histoire de la mort en occident: du Moyen Age à nos jours. Paris, Le Seuil, 1975.
  7. Grmek M. Les maladìes à l’aube de la civilisation occidentale. Paris: Payot, 1983.
  8. Omero. Iliade. V: 84-85.
  9. Omero. Iliade. V: 81 ss
  10. Omero. Iliade. XIII: 835 ss.
  11. Omero. Iliade. II: 335.
  12. Omero. Iliade. II: 347.
  13. Omero. Iliade. II: 284.
  14. Marie P, Sainton P. Sur la dysostose cleido-cranienne heriditaire. Rev Neur 1898; 6: 835-8.
  15. Greig DM. A neanderthaloid skull presenting features of cleidocranial dysostosis and other peculiarities. Edinb Med J 1933; 40: 497-557.
  16. Omero. Iliade. V: 395 ss.
  17. Omero. Iliade. V: 753.
  18. Omero. Iliade. XI: 475.
  19. Omero. Iliade. XVI: 390.
  20. Omero. Iliade. XVI: 812.
  21. Omero. Iliade. VII: 320.
  22. Omero. Iliade. XI: 343.
  23. Omero. Iliade. XXII: 463.