Anno Accademico 2025-2026
Vol. 70, n° 3, Luglio - Settembre 2026
Settimana per la Cultura
14 aprile 2026
Settimana per la Cultura
14 aprile 2026
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"De anatome, morsu et effectibus tarantulae”, (L’anatomia, il morso e gli effetti della tarantola), trattato del famoso medico Giorgio Baglivi, lungamente attivo presso l’0spedale Santo Spirito a Roma, pubblicato per la prima volta nel 1696, ha avuto un’enorme fortuna editoriale ed è stato oggetto di numerosissimi studi. Ufficializzando nel mondo culturale e scientifico il collegamento tra il morso del ragno, la Musica e la “Melanconia” patologica.
Giorgio Baglivi nacque l’8 settembre 1668 a Ragusa, in Dalmazia, da Biagio di Giorgio Armeno e da Anna de Lupis. Quindi Armenius fu il suo vero nome di famiglia. Rimasto privo dei genitori all’età di due anni, affidato ai Gesuiti, fu inviato e fatto educare a Lecce, ove lo ebbe come discepolo-figlio il medico Pietro Angelo Baglivi, che gli insegnò i primi elementi dell’arte medica e gli diede il nome. Baglivi studiò Medicina a Napoli e poi a Salerno, dove, nel 1688, si laureò in Medicina e Filosofia. Dopo fu a Bologna, allievo di Marcello Malpighi, a Padova, in alcune città dell’Olanda e dell’Inghilterra. Il 26 aprile 1692 giunse a Roma, chiamato da Marcello Malpighi (che vi era arrivato nel 1691 come medico del Papa), e vi prese dimora stabile nel 1694 lavorando presso l’Ospedale Santo Spirito. Fu poi medico di Innocenzo XII e di Clemente XI. Forse aveva conosciuto il Papa Pignatelli (Innocenzo XII) a Lecce, quando questo era vescovo di quella città, ma più probabilmente il Papa in Salento era diventato amico del padre di Baglivi. Il quale padre lo seguì e supportò moltissimo, anche consigliandolo di non sposarsi quando Giorgio gli confidò un interesse per la figlia del pittore Maratti (ragazza che divenne poi famosa dopo un tentativo di rapimento con violenza fisica). Il Papa lo protesse ed apprezzò, e fu stimato anche dal suo successore, Clemente XI. Nel 1696 gli venne affidato l’insegnamento di Chirurgia e di Anatomia alla Sapienza di Roma, dove, nel 1700, ebbe la cattedra di Medicina Teorica. Cattedre in cui prese il posto di Giovanni Maria Lancisi (nel periodo in cui questi aveva problemi con l’Inquisizione) col quale ebbe un rapporto molto conflittuale. Morì a Roma prematuramente il 7 giugno 1707.
Fu un ottimo medico, poiché, tenendo distinta la pratica dalla teoria, condannò l’astratto filosofeggiare e le vuote speculazioni dei medici del suo tempo e conferì grande valore al vecchio empirismo ippocratico, basato sull’esperienza e sul ragionamento.
Fu un convinto assertore dell’importanza della esperienza clinica, dell’esame clinico dei malati, dei riscontri autoptici, delle ricerche di fisiologia condotte sugli animali. Fedele a tali convinzioni, fu uomo di vasta cultura, finissimo semeiologo, valente anatomico.
Nella sua opera De praxi medica il Baglivi dette descrizioni importanti di alcune malattie, come il tifo, la podagra e la sifilide. Distinse le pleuriti in flemmonose, secche e spurie, e dette preziose regole per individuarne le forme latenti. Baglivi buon osservatore, cadde tuttavia spesso nell’errore di dar valore a fenomeni sporadici e casuali. Si pronunciò contrario ai sistemi in Medicina, ma, iatromeccanico e iatrofisico, precursore della dottrina solidistica, fu egli stesso assertore teorico di un ben preciso indirizzo scientifico. Tale dualismo si intravede nelle sue opere: accanto alle magnifiche descrizioni di alcune malattie che egli fece nella De praxi medica, agli accurati studi di Anatomia comparata condotti sui vasi e sui visceri delle rane e delle testuggini che descrisse nella De praxi e nella De fibra motrice, con tenacia egli sostenne le concezioni meccanicistiche della vita, tentò di spiegare tutte le funzioni fisiologiche con concetti meccanici ricorrendo a paragoni alquanto primitivi. Così, nell’opera De fibra motrice il Baglivi spiegò la motilità delle fibre muscolari con l’irritabilità, che, in forma locale, generale o diffusa, sarebbe a sua volta provocata oltre che dagli stimoli semplici, da una alterazione dei fluidi per la speciale azione degli stimoli nervosi oppure da una alterazione del movimento dei fluidi prodotta dall’irritazione dei solidi. Conseguentemente, vi sarebbe un doppio genere di malattie, le umorali e le nervose.
Giorgio Baglivi quindi visse fino ai 18 anni a Lecce e in De Anatomie, morsu et effectibus Tarantole analizza e si interroga sull’anatomia della tarantola, sul suo habitat, sulla natura del suo veleno e sugli effetti che esso produce sul corpo umano. L’analisi di questi elementi diventa l’occasione per tessere le lodi della Regione in cui più si registrano casi di morso della tarantola, la Puglia e in particolare il suo amato Salento, e per elencare i benefici della più efficace delle terapie: la Musica. Tra descrizioni di bellissimi paesaggi e racconti di esperienze con la presentazione di casi clinici, dimostra che l’unico antidoto contro il veleno del ragno è l’esecuzione di danze e tarantelle, che permettono al paziente di ballare e quindi espellere la malattia (qualunque sia la causa) attraverso il movimento e il sudore.
Il libro e il tarantismoL’effetto del morso della tarantola ha una storia che si perde nel mito e si porta appresso un’aura magica. È un mito antico ma è con Giorgio Baglivi che si comincia a delineare la differenza tra Rito e Malattia. E d’altronde ci sono dei segnali antichi in questo senso sia nella tradizione indiana dove il ragno demone Vrtra è ucciso da Indra in una battaglia epocale, che in quella greca (da Omero ad Eschilo fino ad Euripide). Ad esempio anche il mito di Orfeo può essere preso come una variante del morso della Tarantola, dove il morso ad Euridice è di un serpente ma la musica di Orfeo è in grado di riportala in vita. Poi indirettamente ne troviamo segni in Plinio il Vecchio. E questi miti arborei, acquatici e bacchici con la partecipazione simbolica di altalene, spechi e spade vivono in Apulia anche in epoca romana, basti pensare allo scandalo tarantino dei Baccanali del 186 (secondo secolo).
L’avvento della Cristianità cambia tutto, e tutto si trasforma in altro, che torna ad essere descritto da studiosi del 1300.
Baglivi per primo prova a razionalizzare la storia magica che circonda il morso della tarantola. Intanto afferma che il morso della tarantola ha quella azione e quella virulenza solo in Puglia e che, spostato in un altro luogo, perde quasi completamente il suo potere ed ecco che assume una importanza “determinante” il luogo, il clima, e la natura della gente che abita il luogo dove si sviluppa la patologia. Poi annota che il morso colpisce maggiormente le donne rispetto agli uomini e da qui giunge alla conclusione che le donne molto spesso simulano. Quindi arriva a dire che ci sia il tarantismo vero e quello simulato, e che quello simulato, dovuto a desiderio d’amore, melanconia, vita solitaria, noia, pur avendo un temperamento ardente con l’amore per musica e danza lo chiama il Carnevaletto delle Donne.
Infatti, sia che siano affette da ardori amorosi, o da una disgrazia familiare o dal disturbo di altre malattie caratteristiche delle donne, precipitano nella disperazione e quasi nella malinconia a causa della continua tristezza nata da tali situazioni.
Abbiamo però altre testimonianze antiche che ci raccontano di contadini maschi colpiti chiamare la simbolica tarantola che li ha punti Caterina o Maria o con altro nome femminile! Poi fra molte altre osservazioni ed esperimenti, per esempio che la tarantola lontana dal Salento perde virulenza e non causa alcun problema importante come avviene nella calda ed assolata Puglia. Lui cita Epifanio Ferdinando come l’unico che si fosse occupato in precedenza di tarantola. Ma, escludendo il Kirchner (che era stato informato da due gesuiti salentini Paolo Nicolello e Giovan Battista Gallimberto) e tutti i settecenteschi che dopo Baglivi hanno trattato la patologia, bisogna ricordare de Martino che codifica in modo definitivo lo status di patologia culturale al tarantismo.
Ma in tanti se ne sono occupati, da Leonardo Da Vinci a San Francesco, fino a Calderon de la Barca (ricordiamo che l’unico altro luogo dove si è sviluppato il tarantismo è la Spagna). Anche in Teatro, ricordiamo i testi “La franchota” di Calderon e “La Tarantola” del marchese Albergati Capacelli.
Il volumetto di Giorgio Baglivi è un vero trattato. Parte dalla descrizione del ragno e del suo ambiente di vita per poi occuparsi del veleno della tarantola, della sua reale virulenza, dei comportamenti particolari del tarantolato, per esempio i colori che ama e quelli che aborrisce. Anche il filosofo Emmanuel Kant segnala che i tarantolati odiano il blu ed il nero. E ci presenta sei casi clinici emblematici, alcuni segnalati dal padre medico a Lecce. Finendo per confermare l’efficacia della musicoterapia come azione terapeutica o comunque atta a lenire la sofferenza della malattia.
La taranta vera musicoterapiaE Baglivi, pur provando a non prendere una posizione nettissima, teorizza il potere della musicoterapia, della melodia stimolante o sedativa a seconda dei casi ma sempre comunque in grado, grazie alla danza ed al ritmo di chitarre e tamburelli, di portare alla guarigione della patologia. Aiutando la melanconia delle donne e uomini pugliesi che nel liberarsi dalla condizione di isolamento e sottomissione si lasciano andare alla musica eliminando tutti i vincoli di pudicizia.
Concludo col ricordare che Baglivi lavorò all’Ospedale Santo Spirito, ospedale in cui tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Settecento, si sperimentò lungamente una esperienza di Musicoterapia.
BIBLIOGRAFIA
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Dott. Renato Giordano, UOC Diabetologia e Dietologia, ASL Roma 1
Per la corrispondenza: regiordano@libero.it