Anno Accademico 2025-2026
Vol. 70, n° 3, Luglio - Settembre 2026
Simposio: Cure palliative: dal guarire al prendersi cura
24 marzo 2026
Simposio: Cure palliative: dal guarire al prendersi cura
24 marzo 2026
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“Se è vero che certi malati sono inguaribili, non sono però incurabili”
Introduzione
La Legge 23 dicembre 1978, n. 833 ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) in Italia, sancendo, nel rispetto dell’articolo 32 della Costituzione, il passaggio da un sistema mutualistico basato sul lavoro ad un sistema universale. Il Ministero della Salute lo definisce come: “un sistema di Strutture e Servizi che hanno lo scopo di garantire a tutti i cittadini, in condizioni di eguaglianza, l’accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie”.
Sono trascorsi quasi 50 anni e, affinché ciò non resti come un puro enunciato teorico in una Italia che cambia, in una società che cambia velocemente, è oggi necessario confrontarsi con i nuovi bisogni emergenti di una popolazione sempre più anziana, sempre più fragile, spesso con disabilità, e che ad un certo punto del suo percorso di vita perviene in una fase di avvicinamento al “fine vita”, fase non necessariamente assai breve, ma che può durare uno o due anni o anche più.
La Medicina oggi richiesta dagli “anziani” è una “medicina della complessità”, complessità non solo clinica, funzionale, assistenziale, relazionale, spirituale, ma anche complessità strutturale, e la risposta implica necessariamente un approccio multidisciplinare coinvolgendo medici, infermieri, psicologi, sociologi, ecc.
A tale richiesta possono rispondere le “Cure Palliative”. Ma cosa sono le “Cure Palliative”?
Cure PalliativeNel 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) fornisce la prima definizione di Cure Palliative, come: “la cura attiva globale di malati la cui patologia non risponde più a trattamenti volti alla guarigione o al controllo dell’evoluzione delle malattie (Medicina curativa). Il controllo del dolore, di altri sintomi e degli aspetti psicologici, sociali e spirituali è di fondamentale importanza. Lo scopo delle Cure Palliative è il raggiungimento della miglior qualità di vita possibile per i malati e le loro famiglie”.
L’European Association for Palliative Care (EAPC)dice che le Cure Palliative sono “le cure attive e globali prestate al paziente quando la malattia non risponde più alle terapie aventi come scopo la guarigione, hanno carattere interdisciplinare e coinvolgono il paziente, la sua famiglia e la comunità in generale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di preservare la migliore qualità della vita possibile fino alla fine”.
Di seguito viene riportato brevemente quale è stato l’iter normativo delle Cure Palliative in Italia. Per ben comprendere bisogna ricordare che solo nel 1999 le Cure Palliative sono state ufficialmente riconosciute ed inserite nel nostro SSN.
La Legge 26 febbraio 1999, n. 39 per prima prevede finanziamenti per un “programma su base nazionale per la realizzazione, in ciascuna regione e provincia autonoma, in coerenza con gli obiettivi del Piano Sanitario Nazionale, di una o più strutture, ubicate nel territorio in modo da consentire un’agevole accessibilità da parte dei pazienti e delle loro famiglie, dedicate all’assistenza palliativa e di supporto prioritariamente per i pazienti affetti da patologia neoplastica terminale che necessitano di cure finalizzate ad assicurare una migliore qualità della loro vita e di quella dei loro familiari”.
La Legge 8 febbraio 2001, n. 12, e i relativi decreti attuativi, hanno eliminato anche alcune sanzioni penali prima previste e la prescrizione dei farmaci per il trattamento del dolore severo viene fortemente agevolata. Dal 2001 infatti è possibile prescrivere farmaci oppiacei per la terapia del dolore in maniera estremamente semplificata.
La Legge 15 marzo 2010, n. 38 vede la luce nel 2010, al termine di un iter legislativo non semplice, ma portato a termine con caparbietà e determinazione dalla senatrice Binetti. Tale legge sancisce il diritto dei cittadini ad accedere alla terapia del dolore e definisce le Cure Palliative “un diritto inviolabile di ogni cittadino”. Rappresenta una svolta fondamentale perché sancisce il diritto di ogni cittadino a non soffrire inutilmente e a ricevere assistenza qualificata nelle fasi critiche della malattia. L’art. 2 definisce le Cure Palliative come: “l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici”. Non esiste quindi nella legge nessuna distinzione tra patologie oncologiche e non, ma ci si riferisce a tutte le malattie ad andamento cronico evolutivo per le quali non esiste possibilità di guarigione.
A seguire viene riportata una sintesi dei punti principali della legge 38/2010.
Principi e Diritti FondamentaliLa legge ha istituito tre reti assistenziali specifiche e integrate:
1. Rete di cure palliative: dedicata a pazienti con malattie a prognosi infausta che non rispondono più a trattamenti curativi.
2. Rete di terapia del dolore: finalizzata al controllo del dolore cronico (oncologico e non oncologico) per migliorare la qualità della vita.
3. Rete pediatrica: riconosce le esigenze specifiche dei bambini, garantendo percorsi di cura e formazione dedicati.
Obblighi Clinici e Semplificazioni
• Dolore in cartella clinica: è obbligatorio per i medici rilevare e annotare il dolore del paziente all'interno della cartella clinica, monitorando l’efficacia dei trattamenti.
• Accesso ai farmaci: sono state semplificate le procedure per la prescrizione dei medicinali impiegati nella terapia del dolore, in particolare gli oppiacei.
• Formazione: la legge prevede l’istituzione di master e percorsi formativi universitari specifici per preparare il personale sanitario (medici, infermieri).
Differenza tra Cure Palliative e Terapia del Dolore
• Cure Palliative: si concentrano sulla “cura totale” del paziente quando la malattia non risponde più a trattamenti specifici, includendo supporto psicologico e sociale.
• Terapia del Dolore: si occupa della diagnosi e del trattamento del dolore cronico indipendentemente dalla guaribilità della patologia sottostante.
L’Accordo Stato Regioni del 7 febbraio 2013, ha prodotto un altro importante passo in avanti con l’istituzione della disciplina “Cure Palliative”, riconoscendo con ciò la “specificità”, i saperi e le abilità dei professionisti che rappresentano un patrimonio di conoscenze faticosamente costruito grazie all’esperienza, alla formazione specifica e alle eccellenze scientifiche.
Il DPCM 12 gennaio 2017 “Definizione e aggiornamento dei LEA” completa il quadro dei principali provvedimenti normativi in materia di Cure Palliative.
Le Cure Palliative escono definitivamente dall’orizzonte temporale del fine vita e si allargano alle fasi precoci della malattia inguaribile ad evoluzione sfavorevole. Viene garantita alla disciplina la specificità specialistica.
Le Cure Palliative diventano, oltre che un diritto sancito dalla legge, un adempimento obbligatorio per il sistema sanitario.
Nello stesso anno viene promulgata la legge 22 dicembre 2017, n. 219 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” in cui viene esplicitata la possibilità del malato di rifiutare o revocare il consenso a qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario o a parti di esso, comprese nutrizione e idratazione artificiali. Il rifiuto o la revoca di un trattamento sanitario non possono comportare l’abbandono terapeutico perché sarà sempre assicurata l’erogazione delle Cure Palliative.
Il DM 23 maggio 2022, n. 77 vuole essere uno strumento di cambiamento del SSN, ed è legato ai finanziamenti della Missione 6, componente 1, del PNRR. Tale decreto definisce la “rete di Cure Palliative”: servizi e strutture in grado di garantire la presa in carico globale dell’assistito e del suo nucleo familiare, in ambito ospedaliero, ambulatoriale, domiciliare ed in Hospice.
Le Cure Palliative sono rivolte ai malati di ogni età e non prerogativa della fase terminale della malattia. Possono affiancarsi alle cure attive fin dalle fasi precoci della malattia cronico-degenerativa, controllare i sintomi durante le diverse fasi, prevenendo o attenuando gli effetti del declino funzionale.
A fronte di questo corposo pacchetto normativo in Italia, ancora oggi, le Cure Palliative da molti vengono percepite come “l’ultima spiaggia”, solamente come un accompagnamento al morire. Spesso temute ed evitate perché associate, oltre il dovuto, agli ultimi giorni di vita.
Questo è un equivoco culturale grave, meglio gravissimo, che ne limita la portata e riguarda sia i potenziali pazienti ed i loro familiari che i medici/sanitari.
Le palliative sono invece un modo diverso di curare, non un arrendersi alla malattia. Significano controllo del dolore, sostegno psicologico, continuità assistenziale e qualità della vita fino all’ultimo giorno.
In un paese che invecchia rapidamente, e dove la “solitudine” è la prima forma di malattia cronica, le Cure Palliative sono una necessità per tutti, non una specialità per pochi.
Il rapporto "Osservasalute 2025"Ma come sta la popolazione italiana?
Il rapporto “Osservasalute 2025” (XXII ed.), presentato il 15 dicembre 2025 dal prof. Walter Ricciardi, in estrema sintesi, ci dice che la popolazione è anziana, e ci riporta la fotografia di una Italia sempre più anziana, più malata, meno attenta alla prevenzione e più distante dai sani principi della dieta mediterranea.
Tra il 1990 e il 2023 la mortalità è diminuita del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne: in entrambi i casi mostra livelli più elevati nel Mezzogiorno, con Campania e Sicilia nettamente distanziate dal resto del Paese, indicando come la sopravvivenza in Italia sia oggi fortemente condizionata dal territorio di residenza. Più profondamente delle differenze territoriali, sulla mortalità incidono le disuguaglianze sociali: tra gli adulti di almeno trent’anni, quelli con bassa istruzione hanno una mortalità di circa il 40% più elevata rispetto a quelli con istruzione elevata.
Se esaminiamo la situazione nel dettaglio vediamo che nel 2024 “l’aspettativa di vita” in Italia per gli uomini è di 81,4 anni e per le donne è di 85,5 anni, con una media di 83,4 anni. Ai livelli più alti di longevità troviamo gli uomini della P.A. di Bolzano, che hanno aspettativa di vita di 82,7 anni, mentre le donne della P.A. di Trento hanno aspettativa di vita di 86,9 anni. Ai livelli più bassi, di contro, gli uomini della Campania hanno aspettativa di vita di 79,7 anni e le donne, sempre della Campania, hanno aspettativa di vita di 83,8 anni.
Finalmente sono stati superati i livelli pre‑pandemia che erano di 81,1 anni per gli uomini e di 85,4 anni per le donne.
Ma qual è “l’aspettativa di vita in buona salute” nel 2024? Ce lo dice il Rapporto Benessere Equo e Sostenibile (BES) redatto dall’ISTAT: per gli uomini è di 59,8 anni e per le donne è di 56,6 anni. Per questo parametro si rileva quindi un’inversione tra uomini e donne. Gli uomini vivono meno ma più a lungo in buona salute. Al contrario le donne.
La percezione soggettiva di essere in buona salute nel 2024, in Italia, è stata del 67,1%, in diminuzione dell’1,3% rispetto al 2023. Naghavi ed il gruppo Global Burden of Disease, in una recente pubblicazione, avevano calcolato che la speranza di vita in buona salute (HALE) era aumentata dai 68,5 anni (IC 95%: 65,2-71,3) del 2000 ai 70,9 anni (67,4-73,8) del 2021. In Italia quindi la percezione di buona salute risulta più bassa rispetto al resto del mondo.
Nel 2025 il 28% delle donne con oltre 85 anni ha dichiarato di stare “male” o “molto male”, dieci anni fa erano il doppio; tra gli uomini over 85 la quota è scesa dal 39,5% al 17,2%. Il progresso al 2025 è stato maggiore al Nord e minore nel Mezzogiorno, confermando il quadro osservato per la mortalità; si sono invece notevolmente ridotte le differenze per titolo di studio, grazie alla forte diminuzione della prevalenza nella componente con bassa istruzione, inizialmente molto sfavorita.
Il Rapporto Osservasalute ancora ci dice che nel 2024 la popolazione italiana era di 59 milioni mentre la previsione per il 2050 è di una diminuzione fino a 54,8 milioni con una età media che da 46,6 anni passerà a 50,8 anni. In aumento anche la quota di over 65 che nello stesso arco di tempo è previsto che passi da un 24,3% al 34,5 %.
In diminuzione la percentuale di under 14, che dal 14,2% del 2002 è passata all’11,9 % del totale nel 2025.
Pure in discesa significativa il tasso di natalità che da 9,4 per mille è passato al 6,3 per mille nel 2024 e il numero medio di figli per donna (o tasso di fecondità totale, TFT) che da 1,3 del 2002 è passato a 1,2 quindi ben al di sotto di quel 2,1 che rappresenta il numero di figli per donna che sarebbe necessario per mantenere l’equilibrio tra nuovi nati e morti. La Liguria è la regione più anziana, Bolzano e la Campania le più giovani.
Sempre il Rapporto Osservasalute 2025 ci dà informazioni dettagliate sullo stato di salute degli italiani, differenziando i dati relativi alle malattie croniche anche tra la popolazione generale e gli over 65:
• ipertensione: ne soffre il 18,9% della popolazione; tra gli over 65 ne è affetto uno su due;
• artrosi, artrite, osteoporosi: ne soffre il 16,7% della popolazione; tra gli over 65 ne è affetto il 46,3%, soprattutto le donne, sempre svantaggiate;
• diabete: ne soffre il 6,3% della popolazione; tra gli over 65 ne soffre il 17,8%, soprattutto al Sud e tra le fasce povere;
• malattie respiratorie: ne soffre il 6,1% della popolazione; tra gli over 65 ne soffre il 12,5%.
Il 19,1 % delle persone con almeno una cronicità si dichiara insoddisfatto della propria vita.
Tra le cause di mortalità vengono ravvisate alcune tendenze critiche:
• malattie respiratorie, nel periodo 2021-2022 sono passate 81,8 → 88,5 per 100.000;
• sepsi, i decessi nel periodo 2006-2022 sono passati da 21.828 a 77.057.
Riguardo la Salute mentale viene riscontrata la presenza di un disagio diffuso:
• i disturbi psichici, il parkinsonismo, la demenza senile sono presenti nel 4,7% dei soggetti e tra gli over 65 sono presenti nel 12,1% dei soggetti;
• dopo la pandemia i disturbi psichici sono rilevati in forte aumento, anche tra i giovani. Tra le ragazze spesso si manifestano come disturbi dell’alimentazione;
• il consumo di antidepressivi continua ad aumentare. Nel 2023 sono state consumate 47,1 DDD/1000 ab die (Defined Daily Dose).
Ciononostante, la spesa per salute mentale rappresenta solo il 3,5% della spesa sanitaria totale. Si valuta che siano attorno al milione le persone che soffrono di demenze e l’Alzheimer, con oneri altissimi per le famiglie e per il sistema pubblico, e si resta sorpresi quante poche siano le risorse destinate a questa invalidante condizione: secondo la legge di bilancio, al Fondo per l’Alzheimer e le Demenze sono destinati appena 35 milioni di euro nel triennio 2024-26, una cifra irrisoria per una patologia così grave.
Il Rapporto evidenzia anche che la popolazione italiana segue stili di vita sempre più dannosi:
• solo il 18,5% degli italiani oggi resta davvero fedele alla tradizione della dieta mediterranea;
• nel 2023: il 71,5% dei soggetti consuma frutta almeno 1v/dì, mentre solo il 49,0% consuma verdura o ortaggi;
• solo il 5,3% dei soggetti rispetta la raccomandazione di consumare almeno 5 porzioni al dì di frutta e verdura;
• a causa delle mutate abitudini lavorative e familiari è aumentato il consumo di cibi già pronti.
Tra i fattori di rischio per una vecchiaia in buona salute l’eccesso di peso ricopre un ruolo di primo piano:
• i dati del 2023 ci dicono che il 46,4% degli adulti italiani risulta in eccesso ponderale e che l’11,8% della popolazione risulta obesa;
• i valori più alti sono presenti tra la popolazione maschile, meno istruita e residente al Sud e sulle isole;
• tra i bambini di età compresa tra i 3 ed i 17 anni il 26,7% risulta in eccesso di peso. Questo dato evidenzia una possibile trasmissione familiare di stili di vita non salutari e rappresenta un campanello d’allarme che non deve essere trascurato.
L’abitudine al fumo, dopo anni di declino ritorna in salita:
• nel 2023 il 19,3% della popolazione è rappresentata da fumatori, spesso giovani e donne;
• l’utilizzo di E-cig risulta in aumento, risulta infatti che il 4,8% della popolazione over 14 fuma la sigaretta elettronica, nella falsa convinzione che sia meno dannosa della sigaretta tradizionale.
In aumento anche il consumo di alcool:
• nel 2023 il 67,3% della popolazione si dichiara consumatore almeno una volta anno di superalcoolici;
• il 15% della popolazione over 11 è a rischio di consumo di alcool;
• la moda del Binge drinking (o abbuffata alcoolica) è seguita dal 7,8% della popolazione; risulta specialmente diffusa tra i giovani e le donne l’abitudine ad un consumo di grandi quantità di superalcoolici o birra in un brevissimo arco di tempo, specie nel weekend.
In Italia l’adesione ai programmi di prevenzione messi in atto dalle Regioni tramite le ASL risulta bassa:
• riguardo le Vaccinazioni pediatriche le coperture sono sotto il 95%, percentuale che viene indicata dall’OMS come la soglia minima per immunità. Tra le Regioni la P.A. di Bolzano è ai livelli più bassi di copertura vaccinale, la Toscana ed il F.V.G. sono ai livelli più alti;
• riguardo la Vaccinazione antinfluenzale tra gli over 65 la copertura non è mai sopra il 66% del totale, malgrado la vaccinazione venga offerta gratuitamente dal SSN;
• bassa risulta anche l’adesione ai Programmi di screening oncologici organizzati e promossi a livello regionale:
• mammella: 73% (solo 53,0% tramite programmi ASL);
• cervice: 77,1% (solo 45,9% tramite programmi ASL);
• colon-retto: 38,7%.
Un dato positivo riguarda l’attività fisica svolta dagli italiani, infatti il 36,9% dichiara di svolgerne, con una percentuale di sedentarietà in calo dal 40,3% del 2001 al 35% del 2023. La percentuale di sedentarietà sale al 70% tra gli over 75.
I più attivi risiedono nella P.A. di Bolzano, P.A. di Trento ed in Valle d’Aosta. I più sedentari in Basilicata, Campania e Sicilia.
Sanità pubblica sotto pressioneL’Italia invecchia, la società cambia. In Italia la Medicina moderna finora è riuscita a dare più anni alla vita, ma non più vita agli anni. Secondo gli esperti, la salute risulta in calo già dai 58 anni, il che comporta oltre 25 anni di vita segnati da malattie croniche e disabilità, un gap che genera conseguenze socioeconomiche imponenti, alimentato dal fatto che oltre 24 milioni di italiani, soffrono di malattie croniche, di cui 13 milioni con più patologie croniche simultanee (multimorbilità).
Comunemente si dice che gli anziani sono fragili, portatori di multimorbilità e di disabilità. È necessario distinguere una fragilità di tipo clinico ed una fragilità di tipo sociale.
La prima, cioè la fragilità clinica, può essere definita come un fenotipo clinico caratterizzato da cinque segni fisici: perdita di peso non intenzionale, debolezza, lentezza, ridotta attività fisica e affaticamento. La fragilità clinica indica una ridotta riserva fisiologica e funzionale, che rende l’organismo più vulnerabile a stress anche modesti (infezioni, cadute, interventi chirurgici). Può esistere anche in persone apparentemente sane e autonome.
La multimorbilità si riferisce alla presenza simultanea di due o più malattie croniche (ad esempio diabete, cardiopatia, BPCO). È frequente negli anziani, ma non implica automaticamente fragilità. Nel 2025 la multimorbilità caratterizzava 13 milioni di persone, oltre il 39% over 75.
La disabilità riguarda la difficoltà o l’incapacità di svolgere attività fondamentali della vita quotidiana (spostarsi, lavarsi, vestirsi) o attività strumentali (fare la spesa, cucinare, gestire il denaro).
La seconda è la fragilità sociale. I dati di OsservaSalute ci dicono che il 40% degli anziani vive solo, che 2,7 milioni tra gli over 75 presentano gravi difficoltà motorie, co-morbilità e compromissione dell’autonomia. Tra questi 1,2 milioni vive senza un supporto adeguato, 1 milione vive da solo o con altri familiari over 65.
Il 6,2% degli anziani vive in povertà assoluta, il 9,3% vive in povertà relativa, le donne sono le più svantaggiate. Il disagio economico colpisce 100.000 over 75 che vivono da soli, con una pensione di 650,00 € mensili. Tra questi il 72 % ha gravi problemi motori e di autonomia.
Questo rappresenta un grande problema per le famiglie della generazione attuale, e ancora di più lo sarà per le generazioni future caratterizzate da una organizzazione familiare sempre più disgregata e inconsistente.
La spesa sanitaria complessiva del 2024 è stata di 185 miliardi di Euro, di questa somma la spesa pubblica è stata di 137 miliardi (74%). In termini reali è diminuita dell’8,1% dal 2021 al 2023, a causa dell’inflazione.
Con 2.216,00 € pro capite la spesa sanitaria in Italia resta tra le più basse tra i Paesi aderenti all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).
La spesa farmaceutica territoriale dell’anno 2023 è stata di 23,6 miliardi (+ 4,9% vs 2022); in primis il consumo di farmaci riguarda quelli per l’apparato cardiovascolare.
La spesa per il personale è scesa nel 2024 al 29,9% del totale, con una perdita di quasi 4400 medici rispetto al 2019. Si stima inoltre che in Italia manchino circa 65.000 infermieri per garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), con un divario sempre più ampio tra infermieri in servizio ed il fabbisogno del Servizio Sanitario Nazionale.
La spesa sanitaria per gli anziani è triplicata dal 1995 al 2023, passando da 3 a 9 miliardi di Euro, ma il 77% di essa è erogata sotto forma di trasferimenti monetari a fronte di un’offerta limitata di Servizi strutturati.
Per la Long Term Care (LTC), cioè per quell’insieme di servizi sanitari e sociali rivolti agli anziani non autosufficienti, la spesa è stata di 14,1 miliardi di Euro e per la Prevenzione di 7,7 miliardi di Euro. Secondo le più recenti proiezioni OCSE, questa voce è destinata a crescere fino all’2,8% del PIL entro il 2050, quasi il doppio rispetto ai livelli attuali. Questo si traduce in una crescita strutturale della domanda di LTC, che comprende sia la componente sanitaria che quella sociale. Secondo le stime: la componente sanitaria salirà fino al 1,7% e quella sociale all’1,1%. Quest’aumento consistente riflette prima di tutto una trasformazione demografica ma altri fattori influiscono. Tra questi un primo fattore che è rappresentato dalla natura stessa dei servizi di cura per gli anziani che richiedono un’alta intensità di lavoro umano, poco automatizzabile ed un secondo fattore che è di tipo sociale.
Per decenni, una parte significativa dell’assistenza è stata garantita in modo informale dalle famiglie, in particolare dalle donne. Oggi questo modello è in rapido cambiamento: l’aumento del lavoro femminile e le trasformazioni della struttura familiare riducono la disponibilità di caregiver informali, spostando la domanda verso servizi professionali, più costosi ma anche più strutturati. Questo passaggio ha un impatto enorme sulla spesa pubblica.
A questi elementi si aggiunge un terzo driver: l’aumento del numero di persone in condizioni di dipendenza legato sia alla maggiore longevità sia alla sopravvivenza più lunga con malattie croniche.
I dati fin qui riportati ci segnalano un progressivo deterioramento dell’equilibrio economico-finanziario e lo scenario futuro è discretamente preoccupante – afferma il professor Walter Ricciardi – in particolare sulla capacità del sistema di welfare di sostenere le fragilità di alcune fasce di popolazione, soprattutto quella anziana.
Complessivamente il quadro è quello di una pressione crescente e strutturale. A questo punto è necessario un orientamento delle politiche sanitarie verso la prevenzione e l’invecchiamento in buona salute. Ritardare l’insorgenza della non autosufficienza significa comprimere la durata dei periodi di bisogno assistenziale.
Bisogna pianificare per tempo quella che sarà la domanda futura, investire nella formazione e nel reclutamento di personale e costruire modelli di assistenza più integrati e sostenibili. Per l’Italia il tema è ancora più urgente che per il resto dei paesi OCSE; considerato il fatto della presenza di una delle popolazioni più anziane al mondo e una forte dipendenza dall’assistenza familiare, il Paese si trova in una posizione particolarmente esposta mentre la transizione verso un sistema più strutturato di LTC procede lentamente ed in modo disomogeneo sul territorio nazionale.
Proposte SIMGLa SIMG (Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie) vede una possibile soluzione nel realizzare un “sistema” di erogazione delle cure che preveda, nel caso della fragilità e più in generale dell’anziano, “almeno una triplice azione coordinata e sistematica tra i comparti di cura”.
La proposta prevede una prima azione che consiste nell’Identificare il bisogno prima che si verifichi il momento critico che spesso porta il paziente a ricorrere all’Ospedale per le prestazioni in emergenza. Intercettare la persona fragile significa avere l’opportunità di avviare una prevenzione della fragilità e degli accessi in Pronto Soccorso.
La seconda azione è la Presa in carico del paziente con un percorso unico, strutturato, nelle strutture appropriate (Ospedale, ADI, RSA, Hospice). Un percorso che deve partire da una valutazione multidimensionale dei bisogni per arrivare all’avvio di quelle che oggi sono definite “cure anticipatorie”, pianificate e condivise con il paziente.
La terza azione è la connessione tra i diversi comparti di cura con l’utilizzo di una piattaforma informatica unica che permetta di condividere i flussi di dati generati dai processi di cura. Fare Rete significa fare “governance”. In questo ambito possono trovare applicazione anche le Cure Palliative.
Problemi apertiTornando in particolare al tema delle Cure Palliative, sebbene i diritti dei pazienti e i doveri dei medici (come, tra l’altro, l’obbligo di misurare il dolore in cartella clinica) siano stati ampiamente recepiti a livello legislativo, permangono ostacoli strutturali:
• secondo stime della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) le Cure Palliative sono necessarie per 300.000 anziani;
• solo il 15% degli anziani che ne avrebbero diritto ad oggi riesce effettivamente ad accedere a questi Servizi;
• sedici anni dopo la sua promulgazione, nonostante la legge sancisca uguali diritti per tutti, già oggi si riscontra una copertura insufficiente e disomogenea, con criticità legate alla distribuzione territoriale dei servizi ed alla formazione specifica del personale. L’evoluzione demografica prevista per il 2050 aggrava ulteriormente lo scenario.
Diverse sono le tipologie di problemi da affrontare ed i nodi da risolvere:
• mancanza di consapevolezza: un’indagine della Fondazione Gigi Ghirotti ha evidenziato che una parte significativa della popolazione ignora ancora l’esistenza della Legge 38/2010 e dei diritti che essa tutela;
• presenza di barriere culturali: lo stigma del paziente e le barriere psicologiche dei sanitari verso questo tipo di Medicina, che non è un “arrendersi” ma bensì è un “accompagnare”, un “prendersi cura”;
• presenza di barriere di accesso: manca la cultura delle Cure Palliative precoci, mancano le Cure Palliative di base, manca la continuità Ospedale - Territorio, manca il palliativista in Ospedale.
Azioni possibili
• Per superare lo stigma le organizzazioni sanitarie devono valutare fattivamente l’opportunità di cambiare le parole in termini moderni. Il termine “Cure Palliative” andrebbe sostituito con altro.
• Incentivare l’integrazione tra le strutture ospedaliere, gli Hospice, le RSA, le case di riposo per anziani e l’assistenza domiciliare, per garantire che il malato possa ricevere cure adeguate nel proprio ambiente di vita.
• Superare le criticità legate alla disomogenea distribuzione territoriale dei Servizi. Ad oggi alcune Regioni stanno lavorando bene (ad es. Lazio ed altre …), altre sono in colpevole ritardo.
• Incentivare la formazione specialistica in Cure Palliative rivolta a personale sanitario di vari livelli, ai volontari ed ai caregiver (informali o formali che siano).
• Incentivare le vocazioni per questa specialità, fino ad ora poco attrattiva e considerata a rischio di burn out.
• Conoscere il fenomeno. Disporre di dati sanitari tempestivi, accurati e dettagliati in tempo quasi reale, superando le difficoltà burocratiche ed organizzative ancora oggi esistenti.
• Adeguare costantemente le politiche ed i progetti alla realtà socioeconomica che cambia rapidamente.
Sebbene sia cosa lodevole, non può essere considerato sufficiente per il SSN che i vari governi abbiano emanato leggi e decreti. Le norme devono essere applicabili nella realtà vissuta, che peraltro muta rapidamente, e dovrebbe essere monitorata la loro attuazione, ad esempio con l’introduzione di un sistema nazionale di monitoraggio che preveda l’utilizzo di indicatori condivisi e di dati comparabili, al fine tra l’altro di orientare il riparto delle risorse, così da rendere più uniformi accessi e prestazioni sul territorio.
Il concetto di fragilità sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nella sanità pubblica. È necessario individuare le persone più vulnerabili, con maggiore rischio di ricoveri e perdita di autonomia. Conoscere tempestivamente i livelli di fragilità della popolazione consente di orientare le risorse e programmare gli interventi più efficaci per tutti gli attori del sistema. Nei cosiddetti “giovani anziani” è necessario puntare sulla prevenzione della fragilità, favorendo stili di vita sani, la riduzione della “politerapia” e garantendo loro un adeguato sostegno sociale. Nelle persone già fragili, e con perdita di autonomia, bisogna garantire la continuità assistenziale, potenziando le cure domiciliari, il sostegno ai caregiver ed i servizi territoriali integrati. Rilevante a tale proposito è il tema della riduzione dei ricoveri ospedalieri evitabili legati a patologie croniche che potrebbero essere gestiti in modo appropriato sul territorio. Fare ciò potrebbe significare non solo contenere i costi e ridurre la pressione sui Pronto Soccorso, ma anche evitare agli anziani fragili complicazioni ed il rischio di peggioramento della qualità di vita.
Infine, importante sottolineare che deve essere garantita stabilmente una copertura economica adeguata.
Il rischio, senza un cambio di passo, è quello di arrivare impreparati all’appuntamento con il 2050: più anziani, più bisogni, meno caregiver informali e un sistema pubblico sotto pressione. E, come spesso accade, il tempo per intervenire è adesso, senza indugi, non quando l’emergenza sarà già esplosa.
“Quando non c’è più nulla da fare, c’è ancora molto da fare”
(Fondazione Floriani)
BIBLIOGRAFIA
Abad S. La Medicina della Complessità. Riv It Cure Palliative 2026;28:4-7.
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Prof.ssa Mirella Tronci, Consigliere Fondazione San Camillo-Forlanini, Roma
Per la corrispondenza: mtronci@gmail.com