Anno Accademico 2025-2026
Vol. 70, n° 2, Aprile - Giugno 2026
Simposio: Santi e Medicina
10 marzo 2026
Simposio: Santi e Medicina
10 marzo 2026
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La peste del 1630 fu un evento devastante che segnò profondamente la città di Modena portando morte e disperazione tra la popolazione: ne abbiamo una accurata descrizione nella Cronaca di Giovan Battista Spaccinia. Nella tarda primavera del 1630 la peste si manifestò a Modena, propagata da truppe imperiali che, tolto l’assedio di Mantova, oltrepassarono il Po, lambendo il territorio del Ducato Estense.
La peste entrò nel Ducato di Modena e Reggio Emilia partendo dall’area nord-occidentale da Motta di Cavezzo, San Possidonio e diffondendosi poi nell’area settentrionale del Reggiano a Brescello, Gualtieri, località infettate dal contatto con gente e mercanzie provenienti da Viadana e Casalmaggiore, due località gravemente colpite dalla pestilenza, situate al di là del Po allora in territorio di Mantova.
Le prime notizie della peste arrivarono a Modena il 20 aprile: nel mese di maggio e fino alla metà di giugno si diffuse in regione, a Parma, Bologna, Ferrara, nel Piacentino e alla metà di luglio dilagò anche in Romagna. A Modena per scongiurare il contagio ormai dilagante dalla metà di luglio vennero fatte processioni e crebbe il timore: il 20 luglio morì uno dei Padri Teatini nel convento adiacente alla chiesa di San Vincenzob. Mentre il caldo imperversava il contagio aumentava: troppo tardivamente, quando ormai il morbo infuriava, i Conservatori della città e il duca Francesco I d’Este (1610-1658) applicarono misure inadeguate ad arginarlo.
La pestilenza ebbe conseguenze funeste non solo per il numero dei decessi, ma anche per le condizioni miserabili dei superstiti provocate dalla terribile carestia e dall’abolizione forzata di commerci e scambi.
Alla fine del mese di luglio il Duca fuggì nel Reggiano e i cittadini abbienti nelle loro residenze di campagna: la popolazione sembrava contenta del fatto che si fossero allontanati non rendendosi conto della miseria in cui sarebbe sprofondata la città. Vennero aperti nuovi lazzaretti per gli infermi poveri e per quelli che non avevano alcuna assistenza.
Poiché i cimiteri non bastavano il vescovo Alessandro Rangoni fece benedire un campo al di fuori della porta Sant’Agostino al margine occidentale della città dove venivano condotti sia i cadaveri dei poveri che quelli dei ricchi su un carro, legati con al di sopra una coperta: solo i beccamorti incaricati dai Conservatori della Sanità avrebbero potuto provvedere alle sepolture e doveva essere tenuto un registro dei morti di contagio.
Nel mese di agosto la mortalità diventò altissima e la città cominciò a spopolarsi: mentre il contagio infieriva i Conservatori il 7 settembre, alla presenza del Duca Francesco I, decisero di costruire una chiesa dedicata alla Madonna della Ghiara di Reggio Emilia e incaricarono di occuparsene Bartolomeo Guidoni, Marcello Spazzini e Ottavio Castelvetro.
Il contagio continuava a imperversare e i Conservatori si riunirono il 23 settembre: con la partecipazione del duca Francesco I decisero che, qualora Dio li avesse liberati dal contagio, avrebbero costruito una chiesa in onore della Madonna della Ghiara alla cui devozione i reggiani avevano dedicato una grande basilica iniziata a costruire nel 1597 e terminata nel 1619: “Adì 23, lunedì, hanno fatto conseglio di fare un voto con partecipazione di Sua Altezza che così lo desidera, acciocchè Nostro Signore ci liberi dal contaggio e doppo molti discorsi hanno terminato di fabbricare una chiesa alla santissima e miracolosa Madonna di Reggio e spendere 12000 scudi et anco molto più”.
Il 1 novembre, festività di tutti i Santi, venne dato l’annuncio ufficiale di questa decisione dal Vescovo in occasione di una messa solenne celebrata in Duomo.
Il numero delle morti andava diminuendo e pochi giorni dopo, il 13 novembre, giorno dedicato a Sant’Omobono, protettore di sarti, lavoratori tessili e mercanti, oltre che della città di Cremonac, gli Ufficiali della Sanità registrarono, per la prima volta dopo mesi, l’assenza di vittime, sancendo così la fine della pandemia, come è testimoniato dallo Spaccini: “Adì 13 novembre, mercordì, festa di sant'Huombuono. In questo giorno non v'è stato nisuno morto né infermi denunziato, e questo è la prima volta dal principio del contaggio sinora, li sarti per esser questa la loro festa la sera gridavano ‘viva sant'Huomobono!’. Tutta la città in questa afflizione ha sentito gran allegrezza oggi. Li Giudici della Piazza sono stato in Comunità a pregare quei signori che vogliono far pregare Nostro Signore e ringraziarlo di tanta grazia non essendosi sentito oggi né morto né infermi”.
Cessata la peste occorreva adempiere al voto della costruzione della chiesa in onore della Madonna della Ghiara: avevano però cominciato a manifestarsi pareri discordi. In primo luogo da parte dei Cappuccini, forse su indicazione dell’ex duca Alfonso III d’Este (1591-1644) che nel 1629 si era fatto frate cappuccino con il nome di Giovan Battista da Modena. Questi infatti ritenevano che fosse più opportuno costruire una cappella in Duomo, dopo la quarta sul fianco sinistro, dove era la pala di San Sebastiano di Dosso Dossid: “Adì 10 [ottobre], giobia […] Il padre guardiano de Capuzini è ancora sul umore della Cappella, è stato in Duomo un’altra volta et ha tolto le misure di verso San Sebastiano, come se la fabbricasse del suo; fa gran mesedamento e non si sa a che fine. […] Adì 11 [ottobre] venerdì […] Il padre guardiano de Capuzini mostrava al conte Giovanni Cortesi le misure in Duomo della capella e molto si travagliava avendo fatto fare il disegno per quella; a questa guisa mostra un gran interesse non essendo stato chiamato a pigliarsi questa briga. […] Il magnifico Prospero Pacchione ha fatto un disegno della chiesa molto bello e ben tirato. Il Castelvetro [Ottavio] par se ne intagli, avendogli bucinato nell'orecchio il padre e questo vi ha promesso di fare la capella, che prima voleva la chiesa. Mio fratello è in còlera perché a lui vi ha promesso la chiesa”.
I Teatini invece avevano avanzato la proposta di dedicare alla Madonna una cappella nella chiesa di San Vincenzo che si stava costruendo insieme al convento per volontà di Francesco I per ospitare a Modena l’Ordine dei Teatini di cui faceva parte il fratello Alessandro: “Adì 18 [ottobre] venerdì i Teatini hanno voluto anche loro fare della simia. Questa mattina il padre Passarino è stato in conseglio [e] con bella garbatura ha domandato la capella del Voto sia fatta nella loro chiesa, ma perchè potriano dire di non esser titolo di Madonna, non essendo ancor consegnata si può comutarvi il nome, insieme con altre dicerie d’adulazione. Li Conservatori vi hanno piantato un bel pomo rosso in mano et l'hanno mandato via; voriano la Comunità vi fabricasse la chiesa, e poi finita non si vederiano mai sazii di domandare”.
Tuttavia alla fine di ottobre mentre il Duomo veniva addobbato con gli arazzi in preparazione della festa di Ognissanti si cominciava a raccogliere risorse per la costruzione della chiesa: “Adì 28 [ottobre] lunedì. Li deputati ala fabrica del Voto cominciano a ritrovar dinari per la fabrica”. Il 1 novembre festività di Ognissanti il Vescovo durante la celebrazione della messa confermò la volontà di costruire una chiesa in onore della Madonna della Ghiara: “Imperocchè questi Illustrissimi Signori per la salute della città, come buoni et amorevoli cittadini abbiano concluso è maturo giudizio dedicare la città et gli abitanti di questa alla Beata Vergine appelata di Reggio, ove si compiacque operare tanti miracoli e grazie, di fabricarvi un tempio accioché si possa ricorrere a bisogni nostri, se bene i voti si fanno presti, io prego però che vogliano ancora essequirlo quanto prima, essortando a lasciare il vizio”.
Pochi giorni dopo la cessazione della peste, il 15 novembre, essendosi il Duca lamentato che si fosse deciso di costruire una chiesa per esaudire un voto senza che ne fosse stato informato, i Conservatori gli risposero che ne era a conoscenza ma avevano deciso di non aggiornarlo fino a quando non fossero stati terminati i disegni: quella sarebbe stata l’occasione per individuare il sito. Il Vescovo sosteneva il progetto: il giorno seguente infatti durante la celebrazione della messa ricordò come i modenesi avessero accettato la Vergine come protettrice perpetua per cui si sarebbe dovuta continuare la devozione ricollegandosi al voto e si sarebbe dovuto fare presto a costruire una chiesa perché l’inverno era vicino. A Modena, nonostante dopo il Concilio di Trento si fosse rafforzato il culto della Madonna come risposta alla Riforma protestante, era stata costruita solo una chiesa di non grandi dimensioni a lei dedicata nel 1596: quella di Santa Maria degli Angeli detta del Paradiso per volontà del sacerdote Giulio Becetti su progetto dell’architetto Giovanni Guerrae.
Mentre proseguiva la discussione sulla costruzione della Chiesa del Voto la Corporazione dei sartif chiedeva ai Conservatori di ricordare la devozione a Sant’Omobono, loro protettore, dato che nel giorno a lui dedicato era cessata la peste e proponeva di realizzare un altare nella chiesa dedicata alla Madonna che si stava pensando di costruire.
Il Duca manifestava le proprie perplessità per la costruzione di una nuova chiesa, in particolare per le spese che si sarebbero dovute affrontare non solo per costruirla ma anche per decorarla e per officiarla e per questo riproponeva le chiese che si stavano costruendo per sua volontà, quella di San Vincenzo dei Teatini, dove avrebbe potuto essere dedicato alla Madonna l’altare maggiore, o quella di San Giorgio nei pressi del Palazzo Ducale.
I Conservatori della Comunità persistevano nella volontà di costruire una chiesa ex novo ma si dovette arrivare fino al 1632 perché Francesco I desse la sua approvazione lasciando la Comunità libera sulla scelta del luogo: solo nel 1633 venne individuato quello in posizione più rilevante, sulla via Emilia, di fronte all’allora strada del Seminario (attuale Corso Duomo) che il 1 luglio ricevette anche il beneplacito del Duca.
La posizione era significativa sia dal punto di vista religioso che urbano essendo vicina non solo al Duomo ma anche al Palazzo Comunale: rispecchiava la stretta connessione di intenti che in questa occasione si venne a creare fra il Vescovo e i Conservatori della città, simboleggiando l’alleanza che si era creata tra potere spirituale e civile per affrontare il terribile flagello della peste.
Il Vescovo destinò alla costruzione della chiesa risorse che erano state previste per il cimitero: nell’ottobre 1633, dopo che vennero presentati ai Conservatori diversi disegni e dopo che Cristoforo Malagola venne chiamato in Consiglio per presentare le misure della chiesa che avrebbe dovuto essere realizzata, il progetto venne approvato il 7 novembre 1633. Terminati lo sterro e la demolizione delle case circostanti, all’inizio del 1634 i Conservatori si rivolsero a Pellegrino Masi detto Raschini, autore del disegno, perché lo giudicarono non adatto dato che la strada di fronte alla chiesa risultava troppo stretta. I deputati alla costruzione della chiesa furono incaricati di modificarlo ma anche il secondo disegno fu ritenuto dai Conservatori non idoneo, in particolare perché prevedeva l’impiego di molti marmi che avrebbero comportato grandi spese.
Il 31 marzo i deputati proposero di costruire una chiesa simile a quella di San Salvatore a Bologna, progettata all’inizio del Seicento dall’architetto Giovanni Ambrogio Mazenta e caratterizzata da un’unica navata. Cristoforo Malagola venne incaricato di disegnarla e modificarla: l’interno ad aula, la colonna libera come elemento portante del cornicione della volta, la maggiore espansione delle cappelle mediane, lo sviluppo a semicerchio del coro sono le principali caratteristiche che derivarono dalla chiesa bologneseg.
Il progetto della nuova chiesa venne approvato anche da Francesco I. La prima pietra fu posta il 20 aprile del 1634 e il 13 novembre 1636, giorno del sesto anniversario della cessazione della peste dedicato a Sant’Omobono, la chiesa della Madonna del Voto, quasi terminata, venne inaugurata con solenni cerimonie (Fig. 1 e 2). La cupola, con cupolino sovrastante avvicinabile a quella della Madonna della Ghiara di Reggio Emilia, venne terminata nel 1638h.
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| Fig. 1. Chiesa di San Vincenzo, Modena. | Fig. 2. Chiesa di San Vincenzo, Modena. |
Il culto di sant’Omobono e San Geminiano
Mentre si discuteva del progetto della chiesa del Voto i Conservatori commissionarono nel 1633 al pittore Lodovico Lana la realizzazione di uno stendardo processionale con la raffigurazione di San Geminiano che intercede per la cessazione della peste: il Santo patrono di Modena chiede l’intercessione della Madonna del Rosario che benedice la città, fedelmente raffigurata nella parte bassai (Fig. 3).
Lo stendardo di proprietà civica doveva essere usato nella solenne annuale processione mariana che partiva dal Duomo e di concludeva nella cappella della Madonna del Rosario nella chiesa di San Domenico.
Due anni dopo, nel 1635, i Conservatori commissionarono allo stesso Lodovico Lana una pala d’altare da collocare all’interno dell’erigenda chiesa del Voto che ricordasse come la terribile pestilenza che aveva afflitto Modena fosse cessata perché la Madonna della Ghiara aveva esaudito il voto dei modenesi e anche per intercessione di San Geminiano vescovo e Sant’Omobono. La pala, di dimensioni eccezionali, dovette essere terminata non molto dopo che fu portata a termine, nell’estate 1640, la doratura ancona realizzata da Bernardino di Giovanni di Pietro di Bagli e Giovanni Tedeschij. Fu collocata sull’altare della Comunità, il secondo a sinistra della chiesa Madonna del Voto con al di sopra la scritta VOTI COMPOS, a ricordo del voto fatto alla Vergine, raffigura infatti nella parte superiore San Geminiano a sinistra con Sant’Omobono a destra e, accanto a loro, a sinistra San Rocco e a destra San Sebastiano che circondano in preghiera la Vergine presentata nella iconografia della Madonna della Ghiara reggiana. La scelta dei Santi non è assolutamente casuale: San Rocco e San Sebastiano sono figure tradizionalmente legate alla sofferenza e alla malattia, morti per la peste, e grande rilievo è stato dato ai lati della Madonna della Ghiara sia a San Geminiano, davanti al quale un angelo sorregge un accurato modellino della città di Modena, sia a Sant’Omobono, a memoria del fatto che proprio nel giorno a lui dedicato erano cessati i morti per la peste. Nella zona inferiore immagini vive e toccanti della pestilenza: a destra un cadavere di uomo sta per essere condotto via e dalla parte opposta si porta soccorso ad un vecchio seminudo sdraiato a terra, al centro un gruppo di donne, una delle quali ha in grembo un bambino già morto. In secondo piano a destra un ammalato riceve l’eucarestia, mentre dall’altra parte un carro trainato dai buoi carico di cadaveri si muove per le vie della città. Più di un personaggio alza le mani e guarda verso l’alto, rivolgendosi verso la scena sacra raffigurata nella parte superiore del dipinto (Fig. 3). Del dipinto si conosce anche una traduzione grafica, a sanguigna, di poco posteriore, conservata presso il Museo Civico di Modena, che ne testimonia la fama raggiunta.
Questa tela presenta una struttura compositiva bipartita con una netta separazione dei piani tra spazio celeste e realtà terrena che non va a scapito dell’unità compositiva e che era già stata proposta da Guido Reni sia nella pala eseguita per il voto formulato dalla città di Bologna per la cessazione della peste, Il pallione della peste, conservata presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna.
Il culto di Sant’Omobono ottenne particolare rilievo dopo che il 10 ottobre 1698 venne letta nel Consiglio della Comunità una nota scritta per ordine del duca Rinaldo I d’Este nella quale si proponeva che Sant’Omobono fosse eletto comprotettore della città di Modena insieme con San Contardo, il Santo di Casa d’Este, il principe fattosi eremita e pellegrino che, rinunciando ai diritti e alle ricchezze della casata, partito per un pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela, cadde malato e morì il 16 aprile 1249 a Broni, dove tuttora è sepolto.
L’anno successivo 1699 per festeggiare l’elezione dei due comprotettori, il 13 novembre, giorno di Sant’Omobono, venne celebrato un ottavario solenne nella chiesa del Votok. Le spese per gli addobbi furono sostenute da Rinaldo I: vi fu un concorso di popolo e i panegirici furono recitati da musici alla presenza del Duca, della sua numerosissima corte e con grande affluenza di fedeli. In tale occasione fu esposto in chiesa, dove tuttora è conservato, lo stendardo che nel mese di maggio dello stesso anno 1699, come si legge nei Partiti Comunali, era stato commissionato a Francesco Stringa (1635-1709), soprintendente alle fabbriche e alle raccolte ducali estensi. Raffigura, oltre a San Geminiano che nella parte alta sorregge il modellino della città di Modena in cui spicca la torre Ghirlandina, i due comprotettori, in basso a sinistra San Contardo in abito da pellegrino e a destra Sant’Omobono rappresentato come un anziano barbuto, con una veste verde e un ampio mantello rosso: l’attributo tradizionale, le lunghe forbici, sono tenute in mano da un angioletto che gli sta accanto in basso a sinistra (Fig. 4). Lo stendardo presenta i caratteri distintivi della pittura dello Stringa: probabilmente venne realizzato con un consistente aiuto da parte della sua bottega, in particolare da Flaminio Veratti per il quale è registrato un pagamento. Avrebbe dovuto essere portato in solenne processione dal Duomo alla chiesa del Voto il 12 novembre, un giorno prima dei solenni festeggiamenti, ma la processione non poté aver luogo a causa della pioggial.
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| Fig. 3. Lodovico Lana, La Madonna della Ghiara tra le nubi adorata dai Santi Omobono, Geminiano, Rocco e Sebastiano e scene di peste (Pala del Voto). Modena, Chiesa del Voto. | Fig. 4. San Geminiano raccomanda alla Madonna del Rosario la città di Modena. Modena, Chiesa del Voto. |
L’anno successivo, nel 1700, la tipografia modenese di Bartolomeo Soliani pubblicò I panegirici sacri, recitati da oratori diversi per il solenne ottavario dei Santi Contardo e Omobono, eletti per comprotettori di Modena dedicati al Serenissimo Principe Primogenito Francesco III d’Este: l’antiporta che precede il testo reca una stampa da incisione all’acquaforte con la raffigurazione dello stendardo di Stringa.
A testimonianza della devozione per Sant’Omobono, strettamente legata a quella per San Geminiano, esiste tra gli arredi della chiesa del Voto un reliquiario a statua che lo raffigura: venne realizzato nel 1744 dall’argentiere modenese Pietro Paolo Tirelli per ospitare la reliquia del Santo che era stata inviata da Cremona a Modena nel 1636 in occasione dell’inaugurazione della chiesa della Madonna del Votom (Fig. 5). Il piedistallo, che in origine era di rame dorato, fu rifatto nel 1849 da Paolo Ferrari, orafo modenese attivo dal 1827 al 1863, Tirelli realizzò anche nello stesso anno un reliquiario a statua dedicato a San Geminiano conservato nella stessa chiesa del Voton (Fig. 6) per la quale operò più volte realizzando nello stesso anno 1844 anche un turibolo con la raffigurazione di Sant’Omobono e San Geminianoo e un medaglione d’argento sbalzato e cesellato, racchiuso all’interno dello stemma del Comune, raffigurante San Geminiano e Sant’Omobono che intercedono presso la Madonna della Ghiara per la cessazione della peste. Il medaglione è inserito al centro di un paliotto d’altare di argento sbalzato e cesellato e velluto ricamato in seta policroma canutiglia, oro filato e riccio e applicazione di vetri colorati: si caratterizza per il sapiente uso dei filati metallici, per il forte rilievo dei decori vegetali che marcano il trapasso dal bordo in velluto rosso cremisi al campo centrale in taffetas color avorio, su cui si stagliano, secondo un disegno più tradizionale, naturalisti di tralci di fiori realizzati a punto pittura a rilievo. Il paliotto, realizzato su disegno preparatorio di Camillo Crespolani, decoratore, scenografo ed esponente di spicco della locale Accademia di Belle Arti. Il paliotto fu commissionato nel 1846 dalla Comunità di Modena per il proprio altare dedicato alla cessazione della peste nella chiesa del Voto, dove veniva esposto nelle occasioni solenni (Fig. 7): nel 1854 però, come risulta da un inventario redatto in quell’anno, era già stato spostato sull’altare maggiorep. Per la stessa chiesa del Voto venne realizzato anche un calice d’argento sbalzato con la raffigurazione dei due Santiq.
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| Fig. 5. Pietro Paolo Tirelli, Reliquiario a statua di Sant’Omobono. Modena, Chiesa del Voto. | Fig. 6. Pietro Paolo Tirelli, Reliquiario a statua di San Geminiano. Modena, Chiesa del Voto. |
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| Fig. 7. Pietro Paolo Tirelli, Paliotto d’altare. Modena, Chiesa del Voto. |
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Prof.ssa Elena Corradini, Università di Modena e Reggio Emilia
Per la corrispondenza: elena.corradini@unimore.it