Anno Accademico 2025-2026
Vol. 70, n° 2, Aprile - Giugno 2026
Simposio: Santi e Medicina
10 marzo 2026
Simposio: Santi e Medicina
10 marzo 2026
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Molti degli scritti delle epoche passate dedicati alle opere d’assistenza possono dare l’impressione che gli ammalati bisognosi fossero soccorsi negli ospedali e curati, secondo le conoscenze dei tempi, nei migliori dei modi. In realtà la situazione degli infermi era ben diversa. Bernardino Cirillo, Commendatore dell’ospedale Santo Spirito dal 1556 al 1575, lo rappresentò non certo come un luogo di cura: “200 letti pieni, qual vomita, qual grida, qual tosse, qual tira il fiato, qual esala l’anima, qual farnetica che bisogna legarlo, qual si duole, qual si lamenta… il servizio è pessimo e abominevole… andrà un di quelli (infermieri) poltroni a dare il pasto ad un infermo, troverà il meschino afflitto, svogliato, prostrato et debile che appena li letto lo sostiene et li dirà: bevi su, manda giù, che ti possa strangolare”1. Una descrizione da girone dantesco. Si ricordi anche la narrazione manzoniana del Lazzaretto milanese che ospitava gli ammalati colpiti dalla peste del 1630, dimostrazione dell’iniziale colpevole negazione della pestilenza e del conseguente colpevole tardivo intervento per combattere il diffondersi del morbo. “…S’immagini il lettore il recinto del lazzaretto, popolato da sedicimila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; e su tutto quel quasi immenso covile, un brulichio, come un ondeggiamento…”2.
La situazione dell’Ospedale di San Lazzaro a Monte Mario a Roma si può intuire dall’inventario fatto nel 1645, ritrovato dallo storico della medicina Adalberto Pazzini nel Regio Archivio di Stato, in cui è descritto quanto posseduto nel nosocomio; pochi pagliericci, in pratica assenti le suppellettili, scarse anche le bende3.
Sempre a Roma, San Camillo rimase sconvolto nel vedere come l’ospedale di San Sisto, situato nel rione Celio, fosse ridotto a un carnaio in cui gli infermi erano ricoperti da pidocchi e la sporcizia regnava ovunque. La situazione non cambiò per molti anni. Nel 1729 i poveri morivano negli angoli delle strade, sui gradini delle chiese o in abitazioni malsane e più simili a tuguri. Le loro condizioni spesso erano così ripugnanti, da allontanare chi avrebbe dovuto assisterli. Molti erano affetti da tigna, scabbia, lebbra senza dimenticare le patologie internistiche e chirurgiche. Altro tasto dolente era la gestione economica di queste istituzioni. Gli amministratori “con i beni dei luoghi pii se ed i loro avevano immensamente arricchito, le proprie case riempiendo di famigliari e gli ospizi vuotando di poveri”4.
Le condizioni degli Ospedali erano migliori quando i responsabili erano diligenti e scrupolosi, anche se era difficile contrastare le pessime condizioni igieniche e assistenziali. La peste e la sifilide furono le malattie che più frequentemente causarono le emergenze sanitarie. Venezia colpita, tra il 1000 e il 1400, da più di quaranta epidemie causate dalla peste sbarcata dalle navi della Serenissima, edificò nel 1403 un Ospitale “dove ammetter si dovessero i poveri d’ambo i sessi afflitti dalla peste”. Il luogo prescelto fu un’isola occupata dal convento dei frati eremitani della regola di Sant’Agostino, la cui Chiesa intitolata a Santa Maria di Nazareth, avrebbe ispirato il termine di lazzaretto. Secondo altri studiosi il vocabolo sarebbe derivato dall’Ospedale arabo di Hel Hazar5. Sempre nella città lagunare fu meritevole l’opera di Gaetano Thiene (1480-1547), proclamato Santo da Papa Clemente X (1590-1676) nel 1671, che per tentare di limitare il diffondersi della sifilide, fondò a Venezia nel 1522 l’Ospedale degli Incurabili, il primo grande ospedale Veneziano, eretto grazie alla generosità di due dame: Maria Malipiero e Marina Grimani. Prima della sua istituzione l’assistenza era svolta in piccole strutture affidate alla gestione di privati o sostenute dalle diverse confraternite. Un collegio di patrizi, i governatori, provvedeva all’amministrazione, mentre i religiosi curavano la parte spirituale. Medici e personale erano pagati. Il numero degli infermi crebbe rapidamente passando da 350 nel 1565 a 450 due anni dopo. Vi svolsero la loro opera, i Santi: Angela Merici (1474-1540), Francesco Saverio (1506-1552) e Ignazio di Loyola (1491-1556).
Nella storia della Medicina la presenza dei Santi fu da sempre associata al loro potere taumaturgico esercitato sulle malattie, anche perché spesso rappresentavano l’unica speranza di guarigione (Fig. 1). Tuttavia alcuni si distinsero per la loro azione destinata a migliorare l’assistenza degli ammalati più bisognosi, anche se la presenza di questi misericordiosi che si dedicarono al soccorso non poteva contrastare le gravi mancanze.
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| Fig. 1. Santa Caterina guarisce dalla peste Messer Matteo Cenni, rettore dello spedale della misericordia. Vincenzo Tamagni (attribuito), affresco, oratorio di Santa Caterina, Siena. |
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| Fig. 2. Giovanni di Dio. |
Giovanni di Dio6, al secolo João Cidade Duarte, condusse una vita piena di luci e ombre, fra tradizione e leggenda, tra misticismo e sregolatezza tanto da essere considerato affetto da squilibrio mentale (Fig. 2). Il racconto che è stato tramandato della sua vita narra che nacque nel 1495, da genitori sconosciuti, nella cittadina portoghese di Montemor-o-Novo, a sud-est di Lisbona. Secondo un’ipotesi più recente egli sarebbe nato a Casarrubios del Monte nella provincia di Toledo, in Spagna e che i suoi genitori sarebbero fuggiti in Portogallo, forse perché costretti a lasciare la Castiglia in seguito all’Editto di Alhambra (1492), con il quale gli ebrei furono espulsi dalla Spagna a meno che non si convertissero al cattolicesimo. La biografia del fondatore dell’Ordine dei Fratelli della Misericordia di San Giovanni di Dio, redatta nel 1585 da Francisco de Castro, non precisò le sue origini, probabilmente perché non sembravano favorevoli a una possibile canonizzazione. Per ragioni mai chiarite, Giovanni lasciò la casa dei genitori all’età di otto anni, forse rapito da un religioso, per tornare in Spagna e raggiungere Madrid, ma durante il viaggio questi lo abbandonò. Un amministratore del conte di Oropesa, Francisco Mayoral, nella provincia di Toledo, lo accolse generosamente e gli diede l’opportunità di lavorare come pastore. Quando Giovanni fu cresciuto, Francisco gli offerse di sposare la figlia. Rifiutata la proposta, lasciò la casa ospitale per arruolarsi nelle milizie di Carlo V partecipando all’assedio di Fuenterrabía (1523), occupata da Enrico II di Francia. Durante questo periodo condusse una vita dissipata e licenziosa. Due avvenimenti la condizionarono: una caduta da cavallo e un’accusa di rapina. Entrambi rischiarono di portarlo a morte; scampato a tale pericolo, fu allontanato dall’esercito. Senza arte né parte ritornò a Oropesa dalla famiglia che lo aveva ospitato, ma il suo spirito ribelle e la sua sete d’avventura lo condussero ad arruolarsi nuovamente, questa volta sotto la bandiera di Fernando Alvarez di Toledo. Terminato il periodo della ferma, volle tornare dalla sua vera famiglia a Montemaggiore, dove apprese della morte dei suoi genitori. Riprese il suo vagabondare fermandosi al servizio di qualche famiglia come pastore o servitore. Questo suo peregrinare lo portò anche a raggiungere l’Africa. Rientrato in Spagna senza alcun mezzo di sussistenza, per sopravvivere si mise a vendere immagini sacre e libri religiosi in una piccola libreria a Granada. Nel 1537, Giovanni, che aveva già più di 40 anni, ascoltò il predicatore spagnolo Giovanni d’Avila (1499-1569). Le prediche di quest’ultimo suscitarono in lui un’esaltazione mistica tanto da farlo considerare pazzo e rinchiudere nell’ospedale della città, tra i malati di mente. In quei tempi questi pazienti subivano trattamenti ben miserevoli, spesso violenti per ottenere la loro sedazione. Lo stato pietoso di Giovanni fu risolto dalla visita al folle del padre d’Avila che lo convinse a tornare alla ragione, per cui poté lasciare l’Ospedale. Tuttavia egli rimase condizionato dal trattamento subito dai malati psichici. Riprese il suo girovagare. Ritornato a Granada, nell’autunno del 1539, l’umile mendicante, rinchiuso per un lungo periodo perché considerato folle, pur non avendo alcuna disponibilità economica iniziò, con l’aiuto di alcuni filantropi, la sua opera di soccorso in una casa affittata nella Lucenagasse, storica via di Granada.
Nasceva così il suo primo Ospedale, dove ospitava gli infermi raccolti per strada portandoli in spalla. Egli accoglieva e confortava spiritualmente i malati, ma nel frattempo li separava in base alla loro malattia e ognuno aveva il proprio letto. Si preoccupò di assumere medici e di procurare il vitto per gli ospiti, raccogliendo avanzi e denaro per sfamarli girando per la città al grido “Fate del bene, fratelli”. Francisco de Castro descrive questo primo Ospedale: "In questa casa di Granata ordinariamente vi sono da diciotto a venti fratelli. Alcuni di essi lavorano nelle infermerie assistendo i poveri, altri nei vari uffici della casa. Altri, invece, vanno a chiedere elemosina per la città, ripartita in parrocchie, chiedendo ciascuno nella propria. Altri vanno fuori per le campagne e i paesi a chiedere grano, orzo, formaggio, olio, uva passa, e le altre cose necessarie alla vita”. In una lettera indirizzata da Giovanni al nobile Gutierre Lasso parlando di questa sua prima istituzione così la descrisse: “Essendo questa una casa per tutti, vi si ricevono indistintamente persone affette da ogni malattia e gente d’ogni tipo, sicché vi sono degli storpi, dei monchi, dei lebbrosi, dei muti, dei matti, dei paralitici, dei tignosi e altri molto vecchi e molti bambini; senza poi contare molti altri pellegrini e viandanti che vengono qui e ai quali si danno il fuoco, l’acqua, il sale e i recipienti per cucinare il cibo da mangiare. Per tutto questo non vi è rendita alcuna, ma Gesù Cristo provvede a tutto”. Sebbene all’inizio fosse ridicolizzato e considerato un pazzo, il suo impegno appassionato e disinteressato verso i diseredati non passò inosservato. Durante il primo incontro con il vescovo di Tuy-Vigo, presidente della cancelleria reale di Granada, questi lo appellò Giovanni di Dio perché, “solo se chiamato da Dio”, un uomo poteva compiere un’opera così importante. Il secondo ospedale fu fondato nel 1547 in un ex convento carmelitano, nella città di Alhambra. Il piano terra serviva da ostello per i pellegrini e i senzatetto, mentre il primo piano aveva 100 letti. Vi furono accolti anche bambini abbandonati. Fondò altri ospedali, cinque in totale e rivolse un’attenzione particolare ai malati mentali.
Morì mentre era ospite nella casa della famiglia Pisa, passata alla storia per aver ospitato il futuro Santo, all’alba dell’8 marzo 1550. Fu trovato in ginocchio con la croce in mano. Fu sepolto nella cripta della casata, nel monastero di San Paolo a Granada. Nel 1614 i suoi resti mortali furono trasferiti nella chiesa dell’ospedale dei Fratelli della Misericordia. Nel 1759, le reliquie furono spostate nella cappella riccamente decorata nella Basilica di San Giovanni di Dio, costruita in suo onore tra il 1737 e il 1759 al posto dell’antica chiesa dell’ospedale. Il 21 settembre 1630, papa Urbano VIII (1568-1644) lo beatificò. Il 16 ottobre 1690 fu canonizzato da papa Alessandro VIII (1610-1690). Nel 1775, Joseph Haydn compose la Missa brevis Sancti Joannis de Deo in si bemolle maggiore committenza dell’Ordine dei Fratelli Misericordiosi di San Giovanni di Dio a Eisenstadt. Papa Leone XIII (1810-1903) proclamò San Giovanni di Dio patrono degli ospedali e dei malati il 27 maggio 1886; Pio XI (1857-1939) patrono delle infermiere il 28 agosto 1930 e, nel 1940, Pio XII (1876-1958) patrono della città di Granada. È anche onorato come patrono dei librai, dei tipografi e dei cartai. La sua festa si celebra l’8 marzo.
San Giovanni di Dio rivolse l’attenzione al malato e al bisognoso. L’Ordine ospedaliero che reca il suo nome, detto anche dei Fatebenefratelli, ispirato dalla Regola di Sant’Agostino, è tra i più importanti ordini infermieristici, composto principalmente da fratelli laici che, oltre ai tre voti tradizionali, esprimono anche il voto di ospitalità, intesa come assistenza al bisognoso.
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| Fig. 3. San Camillo De Lellis. |
San Camillo De Lellis7, secondo figlio del nobile Giovanni de Lellis e di Camilla de Compellis, nacque il 25 maggio 1550 a Bucchianico nell’Abruzzo (Fig. 3). A tredici anni, morta la madre, iniziò una vita vagabonda al seguito del padre, militare di carriera negli eserciti spagnoli. Dalla frequentazione dei soldati imparò, oltre il mestiere delle armi, il linguaggio e i piaceri, cui questi si dedicavano. Poco più che ventenne mentre si stava arruolando nell’esercito della Lega Santa (1571), subì la perdita improvvisa del padre Giovanni, col quale doveva imbarcarsi. All’evento luttuoso si accompagnò la comparsa di una dolorosa ulcera purulenta alla caviglia destra che lo costrinse a ricoverarsi nell’ospedale San Giacomo degli Incurabili a Roma. Parzialmente guarito, tornò al suo antico mestiere al soldo della Spagna e fu inviato prima in Dalmazia e poi in Tunisia. Nel 1574 lasciò l’ingaggio e tornò a condurre una vita dissoluta. Perduto ogni suo avere al gioco e dopo avere girovagato elemosinando, trovò rifugio nel convento dei Cappuccini a San Giovanni Rotondo. La tradizione vuole che la vicinanza dei frati e il loro esempio siano stati alla base della sua conversione avvenuta nel febbraio 1575. La piaga, che intanto si andava estendendo alla gamba, lo riportò all’ospedale San Giacomo di Roma, con ben altro spirito rispetto al primo ricovero. Colpito dallo stato di abbandono e di miseria in cui si trovavano i malati, si mise al loro servizio. Apprezzato per il suo operato, fu nominato maestro di casa, con l’incarico di dirigere il personale. Il 15 agosto 1582, osservando gli infermieri al lavoro, ebbe la prima intuizione di istituire una compagnia di uomini “pii e da bene” che lavorassero al servizio dei pazienti non per la retribuzione, ma “volontariamente e per amor d'Iddio ... con quella charità et amorevolezza che sogliono far le madri verso i lor proprii figliuoli infermi”. Camillo riunì cinque dipendenti dell’ospedale (Ludovico Altobelli, Curzio Lodi, Bernardino Norcino, Francesco Profeta e Benigno Sauri) che, consacratisi a Cristo Crocefisso, si dedicarono all’assistenza dei sofferenti. Essi saranno il primo nucleo di quella che diverrà la Compagnia dei Ministri degli Infermi. Camillo nel 1584 fu ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano. La Compagnia fu ratificata nel 1586 dal Papa Sisto V e fu caratterizzata da una tonaca nera, cui era applicata sul petto una croce di panno rosso, come espressione della Redenzione operata dal dono del Preziosissimo Sangue di Cristo. Camillo iniziò, con i suoi compagni, a svolgere la sua opera nell’arcispedale di Santo Spirito che Papa Innocenzo III (1161-1216) aveva fatto costruire nel 1204 come Hospitium Apostolorum e che Sisto V (1521-1590) aveva provveduto a far rinnovare e a ingrandire. Egli ottenne che ordine e pulizia fossero mantenuti nella corsia, che i pazienti ricevessero pasti salutari e che i malati affetti da malattie contagiose fossero isolati. Papa Gregorio XIV (1535-1591) promuoveva la Compagnia a Ordine dei Chierici Regolari dei Ministri degli Infermi, oggi conosciuto come Ordine dei Camilliani, e l’8 dicembre 1591 il sacerdote, con venticinque compagni, fece la prima professione dei voti, aggiungendo ai tre abituali di povertà, castità e obbedienza, il quarto voto: “perpetua assistenza corporale e spirituale ai malati, ancorché appestati, pur se con rischio della propria vita, dovendo fare ciò per sincero amore di Dio”. Per ventotto anni egli ebbe ogni attenzione per i malati, nei quali contemplava misticamente Gesù Cristo. Inizialmente Camillo governò personalmente l’Ordine, fondando Case in diverse città italiane, ma nel 1607 vi rinunciò e riprese l’assistenza ai malati, ai poveri, ai diseredati. L’ulcera della caviglia non lo abbandonò mai. Moriva a 64 anni, il 14 luglio 1614. I suoi resti mortali furono sepolti nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma. Camillo de Lellis fu beatificato nel 1742 e proclamato santo nel 1746 da Papa Benedetto XIV. Leone XIII (1810-1903) lo dichiarò, nel 1886, patrono degli infermi e degli ospedali, Pio XI (1857-1939) lo proclamò patrono degli infermieri nel 1930 e Paolo VI (1897-1978) protettore della Sanità Militare italiana. La sua festa liturgica ricorre il 14 luglio.
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| Fig. 4. Vincenzo de' Paoli. |
Vincenzo de’ Paoli1, nome italianizzato dal francese Vincent de Paul, nacque nel 1581 in una famiglia contadina a Pouy (Fig. 4). Ancora bambino aiutò i genitori nei lavori dei campi prima di frequentare a Dax, per tre anni, l'Ecole des Cordeliers, un collegio governato dai francescani. Gli ottimi risultati ottenuti negli studi gli permisero di essere assunto dal signor Comet, amico di famiglia, come precettore dei figli. A 16 anni, manifestò la sua vocazione. La generosità di un ricco benefattore gli permise di entrare in seminario a Tolosa ed essere ordinato sacerdote a 19 anni, il 23 settembre 1600, nella Compagnia del Santissimo Sacramento.
Nel 1605, durante il viaggio da Marsiglia a Narbona, sarebbe stato catturato dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi, quindi liberato, due anni dopo, dal padrone che nel frattempo si era convertito al Cristianesimo. Nel 1613 divenne precettore dei figli del marchese di Gondi. Grazie al suo sostegno economico, Vincenzo de’ Paoli riuscì a moltiplicare le iniziative caritatevoli a favore dei diseredati e dei bambini abbandonati Nel 1625 su richiesta della marchesa, desiderosa di migliorare le condizioni spirituali dei contadini, costituì un gruppo di chierici che si dedicò all’apostolato nelle campagne. Nasceva così la Congregazione della Missione, i cui membri vennero poi detti Lazzaristi. Tre personalità influirono sulla sua formazione. Il primo fu il cardinale de Berulle (1575-1629), sotto la cui direzione spirituale, il Santo rimase per oltre un decennio. L’umanesimo di San Francesco di Sales (1577-1622), lo spinse all’aiuto degli infermi e dei poveri. La mistica di Sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) ispirò la sua visione del fratello che soffre. La fama del suo apostolato si diffuse tanto da essere chiamato a ricoprire il ruolo di cappellano ed elemosiniere di Margherita di Valois (1553-1615), prima moglie di Enrico IV di Francia. Il 29 novembre 1633, fondò la Città dei Poveri, dove ebbe origine la Congregazione delle Figlie della carità sotto la responsabilità di Luisa di Marillac (1591-1660). Le vicissitudini di questa donna meritano una storia a parte. Figlia illegittima, moglie, vedova, madre inquieta fu insegnante e infermiera, assistente sociale e promotrice di opere di beneficienza. L’incontro con Vincenzo de Paoli, avvenuto tra la fine del 1624 e l’inizio del 1625, mentre il sacerdote predicava nelle numerose parrocchie presenti sulle terre dei Gondi, portò consolazione e stabilità alla sua vita. Nel 1633 con il supporto di Vincenzo, Luisa riunì alcune giovinette nella sua casa e a queste impartì i fondamenti per una vita dedicata all’aiuto dei più deboli. Il 25 marzo 1642, Luisa e quattro delle sue compagne fecero voto di offrirsi totalmente al servizio di Cristo nella persona dei poveri. Questi furono gli inizi della Compagnia delle Figlie della Carità, note anche come Suore di San Vincenzo de’ Paoli. Esse si dedicarono al servizio materiale e spirituale dei malati e dei poveri. Le loro attività furono molteplici, dall’educazione dei trovatelli all’assistenza degli infermi nell’Ospedale degli Innocenti a Parigi, dei carcerati e dei malati mentali, dall’istruzione delle bambine povere alla creazione dell’ospizio del Santo nome di Gesù. Queste donne ebbero per velo “la santa umiltà, per monastero la casa dei malati, per cella una camera d’affitto, per chiostro le vie della città, o le sale degli ospedali” e per motto “La carità di Gesù Crocefisso ci stimola”. Luisa di Marillac fu beatificata il 9 maggio 1920 da papa Benedetto XV (1854-1915), canonizzata l’11 marzo 1934 da papa Pio XI (1857-1939) e proclamata patrona delle opere sociali nel 1960 da papa Giovanni XXIII (1881-1963).
Le iniziative di carità e assistenza attuate da Vincenzo de’ Paoli acquisirono tale fama che Luigi XIII (1601-1643) re di Francia lo scelse come suo consigliere. Il contrasto con il cardinale Mazzarino lo allontanò dalla corte, ma il re lo fece richiamare per essere assistito nei suoi ultimi momenti di vita. Fu scelto anche quale confessore della moglie Anna d’Austria (1601-1666), quando questa divenne reggente alla morte di Luigi XIII. A lei presentò Luisa di Marillac e le prime Figlie della carità. Con il loro aiuto si dedicò all’assistenza dei poveri e delle vittime della cosiddetta lotta della Fronda (1648), un movimento di rivolta e opposizione del Parlamento contro il Cardinale Mazzarino e conseguentemente contro Anna d’Austria, reggente in nome del figlio Luigi XIV. Morì nel 1660 e fu sepolto nella Cappella di Saint-Vincent-de-Paul, a Parigi. Papa Benedetto XIII (1649-1730) lo proclamò beato nel 1729; la canonizzazione, voluta da Clemente XII (1652-1740), avvenne nel 1737. È considerato il più importante riformatore della carità della Chiesa cattolica. La sua opera ispirò l’opera di Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), fondatore della Piccola casa della Divina Provvidenza.
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| Fig. 5. Jeanne-Antide Thouret. |
Jeanne-Antide Thouret8 nacque in una famiglia di poveri contadini nel villaggio francese di Sancey le Long il 27 novembre 1765 (Fig. 5). Morta la madre quando Giovanna aveva soli 16 anni, la sostituì nella cura domestica e nel lavoro dei campi. L’unica consolazione per la dolorosa perdita fu la dedizione alla Vergine cui fu sempre particolarmente devota. In lei si fece strada la vocazione alla vita religiosa, ma si scontrò con l’iniziale rifiuto del padre. A 22 anni entrò a far parte delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli a Parigi. Quando la Rivoluzione francese soppresse gli ordini religiosi, seguì l’abate Receveur nel suo esilio a Friburgo, in Germania, e con lui si dedicò alla cura dei malati e al recupero delle giovani; in seguito si trasferì in Svizzera e infine riuscì a ritornare in Francia, a Besançon, dove, nel 1797, aprì una scuola per giovinette povere, senza rinunciare all’assistenza degli infermi. A lei si unirono altre giovani: sarà questo il primo nucleo della Congregazione, le Figlie della Carità, che nel 1819 ottenne l’approvazione di Pio VII (1742-1823) che accordò loro l’esenzione dalla giurisdizione vescovile. La concessione sarà per Giovanna l’inizio di un vero e proprio calvario. Il vescovo di Besançon, infatti, negò tale autorizzazione, nonostante il riconoscimento pontificio. Quando la religiosa si recò a Roma per conferire con il Papa, in sua assenza fu eletta una nuova superiora, che rifiuterà perfino di accoglierla al suo ritorno. Profondamente amareggiata, si ritirò a Napoli con alcune consorelle rimastele fedeli accolta dal re Gioacchino Murat. Qui trascorse l’ultima parte della sua vita dedicandosi all’assistenza dei malati nell’Ospedale degli Incurabili. Istituì una mensa per i poveri per cui fu conosciuta come la suora del brodo. Spirò il 24 agosto 1826 senza vedere la riunificazione della congregazione da lei fondata, che avverrà solo nel 1954. Morì circondata dall’affetto delle consorelle cui affidò il suo testamento spirituale: “Io sono figlia della Chiesa, siatelo anche voi con me”. La sua volontà fu di celebrare la gloria di Dio attraverso le opere di misericordia e la fedeltà alla Sede Apostolica, tanto da guadagnarsi l’appellativo di Filia Petri. Fu beatificata nel 1926 e canonizzata da Pio XI (1857-1939) nel 1934.
Questi Santi rappresentano figure chiave nella storia dell’assistenza medica. Essi affrontarono con determinazione e sacrificio personale l’abbandono e la negligenza in cui versavano i poveri infermi. Con il loro esempio avviarono la costituzione di ordini religiosi, tuttora attivi, che unirono assistenza e cure spirituali ai malati. Le loro vite, in alcuni casi, si svolsero inizialmente in modo non certo edificante e solo nella seconda parte del loro percorso terreno il loro esempio fu essenziale nell’ispirare quell’etica medica che ancora oggi spesso è ignorata.
BIBLIOGRAFIA
Prof. Pasquale Alessandro Margariti, già Direttore UOC Ginecologia Columbus Fondazione Gemelli, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma
Per la corrispondenza: pamarga@yahoo.it