Anno Accademico 2025-2026
Vol. 70, n° 2, Aprile - Giugno 2026
Simposio: L'Ischemia Cerebrale in fase acuta: dalla prevenzione al trattamento
03 marzo 2026
Simposio: L'Ischemia Cerebrale in fase acuta: dalla prevenzione al trattamento
03 marzo 2026
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L’ictus ischemico rappresenta una sfida cruciale per la sanità pubblica globale, essendo una delle principali cause di disabilità permanente e mortalità. Una percentuale compresa tra il 20% e il 30% di tutti gli eventi ischemici cerebrali è di natura cardio-embolica1. La caratteristica distintiva di questi eventi è spesso la loro gravità clinica e l’elevata propensione alle recidive, rendendo la corretta identificazione della fonte emboligena un passaggio fondamentale nel percorso diagnostico-terapeutico.
La fibrillazione atriale è riconosciuta come il più rilevante fattore di rischio per il tromboembolismo cardiaco2. L’aritmia determina una stasi ematica nell’auricola sinistra, favorendo la formazione di trombi che possono successivamente embolizzare nel circolo sistemico.
Secondo le recenti linee guida ESC 2024, la gestione della fibrillazione atriale deve seguire un approccio olistico3. Lo score CHA₂DS₂-VA (Scompenso cardiaco, Ipertensione, Età ≥75 anni, Diabete, Stroke/TIA, Vasculopatia, Età 65-74 anni) è lo standard per la stima del rischio tromboembolico. L’indicazione al trattamento anticoagulante orale (OAC) è raccomandata per valori ≥2 nell’uomo e ≥3 nella donna, e deve essere considerata con valore 1 nell’uomo e 2 nella donna3.
Gli anticoagulanti orali diretti (DOACs: Apixaban, Dabigatran, Edoxaban, Rivaroxaban) sono da preferire agli antagonisti della vitamina K per il loro profilo di sicurezza superiore, in particolare per il minor rischio di emorragia intracranica4.
Gli antagonisti della vitamina K rimangono lo standard per pazienti con valvole cardiache meccaniche o stenosi mitralica di grado moderato-severo.
Il forame ovale pervio (PFO) è una condizione anatomica presente in circa un quarto della popolazione adulta. Sebbene spesso asintomatico, può diventare la via di passaggio per emboli paradossi (dal circolo venoso a quello arterioso), specialmente in presenza di aumenti della pressione endo-addominale (manovra di Valsalva).
La diagnosi di nesso causale tra PFO e ischemia cerebrale è spesso probabilistica. Si parla di sindrome da PFO quando coesistono: evento ischemico cerebrale clinicamente e radiologicamente accertato, assenza di altre cause evidenti (ictus criptogenico), presenza di shunt destro-sinistro significativo, elementi anatomici di rischio, come l’aneurisma del setto interatriale (ASA).
La decisione riguardo alla chiusura percutanea del PFO deve essere presa da un Heart-Brain Team, integrando lo score RoPE (Risk of Paradoxical Embolism) e le caratteristiche morfologiche5.
Oltre alle principali patologie sopra citate, il panorama delle fonti cardio-emboliche comprende condizioni cliniche meno frequenti ma dotate di un elevato potenziale di rischio, che richiedono approcci terapeutici differenziati.
In primo luogo, l’infarto miocardico recente e le cardiomiopatie rappresentano un terreno fertile per la formazione di trombi endocavitari, che tendono a originare in corrispondenza di zone ventricolari affette da acinesia o discinesia. In questi casi, la prevenzione si basa sul monitoraggio ecocardiografico e sull’eventuale introduzione di una terapia anticoagulante mirata6.
Un’attenzione particolare deve essere riservata all’endocardite infettiva, in cui il meccanismo embolico è legato alla frammentazione delle vegetazioni batteriche; tale condizione richiede una gestione complessa che combina una terapia antibiotica intensiva e, in molti casi, l'intervento chirurgico tempestivo7. Analogamente, i tumori cardiaci, tra cui il mixoma atriale risulta essere il più comune, presentano un rischio intrinseco di embolizzazione sistemica, rendendo la rimozione chirurgica il gold standard per la prevenzione di recidive neurologiche8.
Infine, i pazienti portatori di protesi valvolari, sia meccaniche che biologiche, necessitano di una sorveglianza costante e di una calibrazione precisa della terapia anticoagulante, poiché la superficie protesica costituisce un sito elettivo per la deposizione di materiale trombotico9.
ConclusioniLa prevenzione dell’ischemia cerebrale cardio-embolica richiede un monitoraggio attento e una terapia farmacologica tempestiva. L’evoluzione delle linee guida verso l’uso sistematico degli anticoagulanti orali diretti (DOACs) e il perfezionamento delle tecniche di chiusura del PFO offrono oggi strumenti efficaci per ridurre drasticamente il peso di questa patologia sulla vita dei pazienti.
BIBLIOGRAFIA
Dott.ssa Simona Mariani, UOC Cardiologia Aurelia Hospital, Roma
Per la corrispondenza: simona.mariani.md@gmail.com