Anno Accademico 2025-2026

Vol. 70, n° 2, Aprile - Giugno 2026

Simposio: Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2026

17 febbraio 2026

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Abitare la malattia rara: la vita oltre la diagnosi

C. Alessio

Le malattie rare (MR) sono condizioni mediche spesso croniche, progressive e talvolta potenzialmente letali, che colpiscono una quota limitata della popolazione rispetto ad altre patologie1. Nell’Unione Europea, una malattia è definita “rara” quando interessa meno di cinque persone su 10.0002. Sebbene ciascuna patologia abbia una bassa prevalenza, nel loro insieme le MR interessano circa 300 milioni di persone nel mondo3, configurandosi come una rilevante questione di salute pubblica.

La definizione epidemiologica, tuttavia, non restituisce la complessità dell’esperienza vissuta. Nelle MR la sofferenza non è riconducibile esclusivamente alla sintomatologia clinica, ma coinvolge dimensioni identitarie, progettuali e relazionali che attraversano l’intero ciclo di vita. In questa prospettiva, la diagnosi può rappresentare una forma di biographical disruption, ovvero un’interruzione della traiettoria esistenziale che impone una rinegoziazione del senso di sé e delle aspettative future4. Tale interruzione assume una valenza ancora più significativa nelle forme ad esordio pediatrico, dove la riorganizzazione biografica riguarda simultaneamente il bambino e il sistema familiare.

In molti casi, il carico psicologico precede la diagnosi. La presenza di sintomi intermittenti, atipici o “invisibili” espone la persona a incertezza, invalidazione e difficoltà di riconoscimento, con ripercussioni sulla fiducia nel sistema sanitario e nel proprio corpo. L’incertezza si estende anche a caregiver e professionisti, generando ambiguità decisionale e fragilità nella continuità assistenziale56. Tale fase è frequentemente caratterizzata dalla cosiddetta odissea diagnostica, un percorso segnato da consultazioni ripetute, misdiagnosi e trattamenti inappropriati7. Il tempo medio alla diagnosi è stimato in circa 4,7 anni; oltre la metà dei pazienti riceve una diagnosi dopo più di sei mesi dal primo contatto medico, e una quota significativa attende diversi anni7. Tra i fattori associati a maggior ritardo figurano l’esordio in età giovanile, il genere femminile, la misdiagnosi e l’elevato numero di professionisti consultati7.

Dal punto di vista psicosociale, il ritardo diagnostico rappresenta un periodo di accumulo di frustrazione, stress e riduzione della partecipazione sociale. Evidenze empiriche indicano che una diagnosi tardiva si associa a un impatto psicosociale significativamente maggiore e a un più elevato bisogno di supporto psicologico8. Sebbene la diagnosi possa ridurre l’incertezza e validare l’esperienza soggettiva, non elimina necessariamente le conseguenze emotive e relazionali maturate nel tempo.

Dopo la diagnosi, l’impatto psicologico tende a riorganizzarsi attorno a tre assi principali:
1. identità e continuità biografica;
2. gestione della quotidianità e delle limitazioni funzionali;
3. salute mentale.

Una revisione sistematica evidenzia una prevalenza significativa di disturbi dell’umore e d’ansia nei pazienti con MR croniche9. L’impatto si estende al sistema familiare: la qualità di vita dei caregiver informali è inversamente correlata al burden assistenziale10 e studi più recenti confermano un rilevante impatto sulla salute correlata alla qualità di vita dei caregiver11. Difatti, nella letteratura recente sono stati proposti modelli concettuali integrati del carico nelle malattie rare12. Anche i fratelli di bambini con MR rappresentano un gruppo vulnerabile, con possibili ricadute sulla qualità di vita e sulla salute mentale13. Tali evidenze sostengono un approccio family-centered, in cui la famiglia è riconosciuta sia come risorsa sia come destinataria di interventi mirati.

Nel paziente adulto, la comunicazione diagnostica può configurarsi come un vero e proprio “lutto per la salute”, inteso come perdita della precedente condizione di integrità corporea e dell’immagine di sé come persona sana. In questa prospettiva, il modello delle cinque fasi proposto da Kübler-Ross14 offre una cornice descrittiva utile per comprendere le reazioni emotive frequentemente osservate in seguito alla diagnosi: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. La negazione può manifestarsi attraverso incredulità o minimizzazione e svolgere una funzione temporaneamente protettiva; la rabbia può esprimersi come vissuto di ingiustizia o frustrazione verso il proprio corpo e il sistema sanitario; la contrattazione può tradursi in tentativi di recuperare controllo attraverso promesse interiori o iper-investimento nei trattamenti; la depressione può comportare tristezza, ritiro e percezione di perdita di autonomia; infine, l’accettazione implica una progressiva integrazione della malattia nella propria identità e nei progetti di vita. È tuttavia essenziale sottolineare che tale modello non descrive una sequenza lineare né universalmente prescrittiva, bensì un insieme di possibili reazioni che possono coesistere, alternarsi o riattivarsi nel tempo, specialmente in presenza di peggioramenti clinici o transizioni esistenziali. In questo senso, l’obiettivo clinico non coincide con il raggiungimento di uno “stadio finale”, ma con la promozione di un processo di integrazione narrativa e di continuità identitaria.

La dimensione pediatrica richiede un’attenzione specifica: circa il 70–72% delle MR esordisce nell’infanzia3, incidendo su processi evolutivi fondamentali quali costruzione dell’identità, autonomia e integrazione sociale. Nei caregiver, la diagnosi può configurarsi come evento critico che attiva una forma di elaborazione del lutto riconducibile al costrutto di “perdita ambigua”15, in cui il bambino è fisicamente presente ma viene meno la rappresentazione del figlio atteso. In tale contesto, le fasi descritte da Kübler-Ross14 possono essere rilette come espressione del “lutto per il figlio immaginato”: la negazione può manifestarsi come difficoltà ad accettare la diagnosi o ricerca insistente di conferme alternative; la rabbia può intrecciarsi a vissuti di colpa o ingiustizia; la contrattazione può tradursi in un iper-investimento nelle cure nel tentativo di ristabilire la traiettoria evolutiva attesa; la depressione può esprimersi come dolore per la perdita dell’immagine idealizzata del figlio e paura per il futuro; l’accettazione implica una progressiva ridefinizione delle aspettative e dei ruoli familiari. Anche in questo caso, il processo non è lineare né conclusivo. La teoria del Chronic Sorrow descrive infatti la possibile riattivazione ciclica del dolore genitoriale nelle diverse tappe evolutive del bambino16. L’obiettivo dell’intervento psicologico non consiste nell’eliminazione del dolore, ma nella sua integrazione all’interno della narrazione familiare, sostenendo la possibilità di investire affettivamente nel bambino reale, oltre la frattura tra aspettativa e realtà.

Le MR sollevano inoltre questioni etiche rilevanti in termini di equità e giustizia sanitaria. La frammentazione delle competenze e la distribuzione non omogenea dei centri di riferimento possono generare disuguaglianze nell’accesso alla diagnosi tempestiva, alla presa in carico multidisciplinare e al supporto psicologico. L’esperienza della malattia risulta pertanto influenzata non solo dalla gravità clinica, ma anche dalla capacità del sistema di garantire continuità, coordinamento e comunicazione efficace.

Accanto alle traiettorie di vulnerabilità, la letteratura evidenzia anche percorsi di adattamento positivo. Fattori quali supporto sociale percepito, alleanza terapeutica, autoefficacia e strategie di coping orientate al significato contribuiscono a promuovere resilienza individuale e familiare. In questo contesto, le associazioni di pazienti e familiari svolgono un ruolo cruciale, favorendo empowerment, condivisione di informazioni, advocacy e senso di appartenenza comunitaria. Tali reti possono mitigare l’isolamento e sostenere processi di integrazione identitaria.

Nel complesso, le evidenze supportano l’integrazione strutturata della psicologia lungo l’intero continuum assistenziale: prima della diagnosi, per la gestione dell’incertezza; durante l’odissea diagnostica, per la riduzione del distress; dopo la diagnosi, per favorire adattamento, continuità identitaria e partecipazione sociale. In un ambito in cui l’intervento biomedico raramente è risolutivo, la qualità della comunicazione, la tempestività diagnostica e l’accesso al supporto psicologico rappresentano determinanti centrali di qualità della vita6, 710.


BIBLIOGRAFIA

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  4. Bury M. Chronic illness as biographical disruption. Sociol Health Illn1982;4:167-82.
  5. Zybarth D, Inhestern L, Otto R, Bergelt C. Uncertainties of healthcare professionals and informal caregivers in rare diseases: A systematic review. Heliyon 2024;10:e38677.
  6. Gómez-Zúñiga B, Pulido Moyano R, Pousada Fernández M, García Oliva A, Armayones Ruiz M. The experience of parents of children with rare diseases when communicating with healthcare professionals: towards an integrative theory of trust. Orphanet J Rare Dis 2019;14:159.
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  10. Valcárcel-Nazco C, Ramallo-Fariña Y, Linertová R, Ramos-Goñi JM, García-Pérez L, Serrano-Aguilar P. Health-Related Quality of Life and Perceived Burden of Informal Caregivers of Patients with Rare Diseases in Selected European Countries. Int J Environ Res Public Health 2022;19:8208.
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  13. Boettcher J, Kröger F, Reinsberg N, Wiegand-Grefe S, Zapf H. (2024). Being the other child - A systematic review on the quality of life and mental health of siblings of children with rare diseases. Res Dev Disabil 2024;155:104868.
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  16. Eakes GG, Burke ML, Hainsworth MA. (1998). Middle-range theory of chronic sorrow. Image J Nurs Sch 1988;30:179-84.

 

 

Dott.ssa Chiara Alessio, Psicologa, Specializzanda A.O. San Camillo-Forlanini

Per la corrispondenza: chiaraalessioo@icloud.com