Anno Accademico 2025-2026
Vol. 70, n° 2, Aprile - Giugno 2026
ECM: La gamba gonfia
10 febbraio 2026
ECM: La gamba gonfia
10 febbraio 2026
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L’edema post-rivascolarizzazione degli arti inferiori rappresenta una complicanza frequente dopo il ripristino del flusso arterioso mediante interventi di rivascolarizzazione chirurgica o endovascolare, in particolare dopo bypass femoro-popliteo1. Tale condizione insorge generalmente entro 48-72 ore dall’intervento e può persistere per settimane o mesi, determinando dolore, tensione cutanea, ritardo nella mobilizzazione e nella guarigione delle ferite chirurgiche, con conseguente prolungamento della degenza ospedaliera1-4. Sebbene l’edema non sia generalmente associato a compromissione della pervietà del bypass o dello stent, esso rappresenta una morbilità clinicamente rilevante, spesso sottovalutata nella pratica clinica4.
L’edema post-rivascolarizzazione degli arti inferiori è riportato con un’incidenza variabile tra il 40% e il 100% dei pazienti sottoposti a bypass femoro-popliteo1, 3, 4 mentre risulta raro dopo rivascolarizzazioni aorto-iliache4. Dal punto di vista clinico, la condizione viene comunemente identificata attraverso la presenza di edema con segno della fovea o mediante un aumento della circonferenza dell’arto operato rispetto alla situazione preoperatoria o all’arto controlaterale. Generalmente, viene considerato patologico un incremento superiore a 1,5-2,5 cm1. Studi basati su misurazioni volumetriche hanno dimostrato un aumento medio del volume dell’arto pari al 20-26% rispetto ai valori preoperatori1.
L’edema post-rivascolarizzazione non può essere attribuito esclusivamente al trauma chirurgico locale, ma rappresenta il risultato di un complesso insieme di meccanismi fisiopatologici1, 3. Il danno linfatico chirurgico riveste un ruolo centrale, in particolare a livello inguinale e popliteo, dove la dissezione dei piani vascolari può determinare l’interruzione delle vie di drenaggio linfatico, con riduzione della capacità di trasporto e rimodellamento linfatico compensatorio3, 5, 6. Un ulteriore meccanismo è rappresentato dall’iperemia reattiva e dalla perdita dei normali meccanismi di autoregolazione vascolare, soprattutto nei pazienti con ischemia severa e prolungata1. L’aumento della permeabilità capillare, con conseguente trasudazione di proteine plasmatiche e fluidi nel compartimento interstiziale, contribuisce ulteriormente allo sviluppo dell’edema1, 3. I fenomeni infiammatori associati all’ischemia-riperfusione, mediati da cataboliti, radicali liberi e dall’attivazione leucocitaria, svolgono un ruolo amplificatore1. Il contributo del sistema venoso risulta generalmente limitato, in assenza di trombosi venosa profonda documentata3.
Studi di imaging hanno dimostrato che l’edema post-rivascolarizzazione è localizzato prevalentemente nel compartimento sottocutaneo, con una distribuzione sovrapponibile a quella dell’edema di origine linfatica7. Questo dato supporta l’ipotesi che il danno linfatico rappresenti il principale determinante patogenetico, mentre iperemia e infiammazione da ischemia-riperfusione contribuiscono in misura più limitata3, 7. Dopo rivascolarizzazione endovascolare, l’edema risulta generalmente di entità inferiore rispetto alla chirurgia open5. Studi condotti su pazienti sottoposti ad angioplastica femoro-poplitea hanno documentato incrementi volumetrici limitati, pari a circa il 2-4% nei primi giorni post-procedurali, con una risoluzione più rapida del quadro clinico5 (Fig. 1). L’assenza di un trauma linfatico diretto spiega verosimilmente la minore incidenza e severità dell’edema in questo contesto5.
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| Fig. 1. Entità dell’edema: chirurgia vs. endovascolare. |
L’edema post-rivascolarizzazione raggiunge tipicamente il picco nei primi giorni successivi all’intervento, per poi andare incontro a una progressiva riduzione nel corso di settimane o mesi1, 4. Il decorso risulta generalmente più breve e meno severo dopo procedure endovascolari rispetto alla chirurgia open5 (Fig. 2). Nelle prime 72 ore post-operatorie è fondamentale un’attenta valutazione clinica seriata dell’arto rivascolarizzato, con particolare attenzione a dolore, tensione, turgore cutaneo e comparsa di eventuali deficit sensitivi o motori1, 4. L’ecocolordoppler rappresenta uno strumento essenziale per verificare la pervietà del bypass o dello stent ed escludere la presenza di trombosi venosa profonda. La diagnosi differenziale include ematoma espansivo, infezione, trombosi del bypass o dello stent e sindrome compartimentale acuta4.
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| Fig. 2. Decorso temporale dell’edema (schematizzato). |
Il trattamento dell’edema post-rivascolarizzazione è prevalentemente conservativo e mira a favorire il riassorbimento dei fluidi interstiziali e a ridurre il discomfort del paziente. Le principali strategie includono l’elevazione dell’arto, la mobilizzazione precoce, il linfodrenaggio manuale e l’utilizzo di dispositivi di compressione graduata1, 6. Studi clinici hanno dimostrato che tecniche chirurgiche lymphatic-sparing sono associate a una riduzione significativa dell’incidenza e della severità dell’edema post-operatorio3. Evidenze più recenti suggeriscono che la compressione (bendaggi, calze, compressione penumatica intermittente), se correttamente dosata e applicata dopo stabilizzazione della perfusione arteriosa, possa essere utilizzata in sicurezza anche nei pazienti affetti da arteriopatia periferica rivascolarizzata1, 2, 8.
L’edema post-rivascolarizzazione degli arti inferiori rappresenta una complicanza frequente, multifattoriale e clinicamente rilevante. Il danno linfatico chirurgico costituisce il principale determinante fisiopatologico, mentre iperemia, aumento della permeabilità capillare e infiammazione da ischemia-riperfusione svolgono un ruolo secondario. Un approccio sistematico alla prevenzione, al monitoraggio e alla gestione dell’edema consente di ridurre la morbilità post-operatoria e migliorare il recupero funzionale del paziente e la qualità di vita.
Nonostante l’elevata incidenza e l’impatto clinico dell’edema post-rivascolarizzazione, negli ultimi 15 anni si è assistito a una progressiva riduzione dell’interesse scientifico verso questa complicanza. La letteratura più rilevante sull’argomento risale prevalentemente agli anni compresi tra la fine degli anni ‘80 e il primo decennio del 2000, mentre risultano scarsi o assenti studi prospettici recenti specificamente dedicati alla fisiopatologia, alla prevenzione e al trattamento dell’edema post-rivascolarizzazione. L’evoluzione delle tecniche endovascolari e il miglioramento degli outcome di pervietà e salvataggio d’arto hanno probabilmente contribuito a spostare l’attenzione della ricerca verso altri endpoint, relegando l’edema post-operatorio a una complicanza considerata secondaria, sebbene clinicamente rilevante.
Alla luce della ridotta produzione scientifica recente su questo tema, appare auspicabile la progettazione di nuovi studi prospettici e multicentrici, finalizzati a una migliore caratterizzazione dei meccanismi patogenetici, all’identificazione di fattori predittivi e alla valutazione di strategie preventive e terapeutiche mirate. Un rinnovato interesse scientifico potrebbe contribuire in modo significativo al miglioramento della gestione clinica e della qualità di vita dei pazienti sottoposti a rivascolarizzazione periferica.
BIBLIOGRAFIA
Dott. Stefano Bartoli, Direttore UOC Chirurgia Vascolare Ospedale Sant’Eugenio, ASL Roma 2
Per la corrispondenza: stefano.bartoli@aslroma2.it