Anno Accademico 2025-2026

Vol. 70, n° 2, Aprile - Giugno 2026

ECM: La gamba gonfia

10 febbraio 2026

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La gamba gonfia come espressione di disfunzione sistemica: il punto di vista nefrologico

G. Ciano, L. De Alexandris

La gamba gonfia rappresenta uno dei segni clinici più comuni e al tempo stesso più insidiosi nella pratica clinica quotidiana, ponendo il medico di fronte ad un ampio spettro diagnostico. Dal punto di vista nefrologico e dialitico, tuttavia, l’edema dell’arto inferiore non è soltanto un segno locale, ma è spesso l’espressione periferica di un’alterazione sistemica dell’equilibrio idro-elettrolitico e della dinamica pressoria intravascolare. Nel paziente con malattia renale cronica, e ancor più in quello in trattamento dialitico, la “gamba gonfia” diventa quindi un crocevia diagnostico in cui varie cause possono sovrapporsi.

All’interno di questo scenario la valutazione dell’edema dell’arto inferiore non può essere confinata all’interno di un’unica prospettiva specialistica. Il paziente nefropatico, e in particolare quello dializzato, presenta frequentemente una coesistenza di meccanismi patogenetici: sovraccarico idrico, ipoalbuminemia, ipertensione venosa, alterazioni linfatiche, esiti di accessi vascolari e patologia trombotica. Quest’ultime possono agire simultaneamente, amplificando il quadro clinico. Ridurre l’edema a una singola causa rischia non solo di semplificare eccessivamente la diagnosi, ma anche di condurre a strategie terapeutiche parziali o inefficaci.

Alla luce di questa complessità, diventa quindi fondamentale disporre di un approccio condiviso che permetta di orientarsi tra le diverse componenti dell’edema dell’arto inferiore nel paziente nefropatico e non solo.

Sindrome nefrosica

Nella sindrome nefrosica, l’edema dell’arto inferiore rappresenta una delle manifestazioni cliniche più evidenti della perdita dell’equilibrio tra compartimento intravascolare e interstiziale. L’ipoalbuminemia conseguente alla proteinuria massiva riduce la pressione oncotica plasmatica, favorendo la fuoriuscita di liquidi nei tessuti periferici. A questo meccanismo si associa l’attivazione neuro-ormonale mediata dal sistema renina-angiotensina-aldosterone e della ritenzione sodica, che contribuisce ulteriormente all’espansione del volume extracellulare1.

Dal punto di vista clinico, l’edema associato a sindrome nefrosica può simulare o mascherare una patologia vascolare periferica. La distribuzione inizialmente simmetrica e declive può evolvere in forme asimmetriche, soprattutto in presenza di fattori locali predisponenti. La ridotta pressione oncotica può amplificare un’ipertensione venosa anche di modesta entità, determinando quadri clinici sproporzionati rispetto al grado di ostruzione vascolare sottostante.

In questi pazienti è quindi presente il rischio di attribuire erroneamente l’edema a una causa esclusivamente sistemica, ritardando la diagnosi di una concomitante patologia venosa.

Nella sindrome nefrosica il sovraccarico di volume interstiziale spesso si associa a una riduzione del volume circolante efficace. Tale disallineamento tra compartimenti determina emoconcentrazione relativa, rallentamento del flusso venoso e attivazione neuro-ormonale, creando un substrato favorevole allo sviluppo di eventi trombotici, anche in assenza di fattori locali evidenti (Triade di Virchow). Alla componente fluidodinamica si associa inoltre uno stato protrombotico causato dalla sindrome nefrosica. La perdita urinaria di antitrombina III insieme all’aumento dei fattori procoagulanti (fibrinogeno, fattore V, fattore VII, fattore VIII, infiammazione) e alla riduzione della fibrinolisi, espone il paziente a un rischio significativamente aumentato di trombosi venosa profonda (TVP), trombosi della vena renale ed embolia polmonare. La TVP può quindi insorgere in un contesto di edema già presente, rendendo la diagnosi clinica più complessa e imponendo un elevato grado di sospetto2.

Nel paziente con sindrome nefrosica, quindi, l’edema dell’arto inferiore non deve mai essere considerato un segno “innocente” o esclusivamente sistemico. Al contrario, esso richiede una valutazione attenta per escludere una concomitante patologia trombotica, soprattutto in presenza di asimmetria, dolore o rapida progressione del quadro.

L’efficacia della profilassi con farmaci anticoagulanti è fortemente discussa e viene solitamente riservata a casi ad elevato rischio trombotico. Sono vari i fattori di rischio che vengono usualmente valutati: un BMI elevato, la presenza di neoplasie, il grado di immobilità, la presenza di un Catetere Venoso Centrale (CVC), ma più importante il livello di albumina plasmatica che, se inferiore a 2.5 g/dl, pone indicazione ad inizio di terapia profilattica. La prima scelta ricade su eparina a basso peso molecolare anche se l’efficacia potrebbe essere ridotta data la riduzione del legame con le proteine plasmatiche.

Edema e trombosi venosa profonda nel paziente portatore di CVC femorale per emodialisi

La TVP può essere una complicanza del posizionamento di CVC femorale con tassi di incidenza e profili di rischio che variano in base alla popolazione di pazienti. Il tasso di incidenza complessiva è di circa 2.7 % ogni 1000 giorni catetere. Il CVC in sede femorale è associato ad un rischio trombotico maggiore rispetto a quelli posizionati in altri siti: succlavio – giugulare. I fattori predisponenti alla trombosi possono essere: in primis sicuramente il tempo di permanenza, poi danni endoteliali nel sito di inserimento, ipercoagulabilità legata al paziente, pressioni arteriose basse. La maggior parte degli eventi trombotici tende a insorgere nei primi 7 giorni. La TVP correlata al CVC femorale è spesso asintomatica e può essere rilevata con “imaging di routine”. Spesso l’indicatore è proprio il malfunzionamento del catetere stesso durante la seduta emodialitica. Quando sintomatica invece si associa a dolore ed edema dell’arto interessato. Ecografia Duplex ed EcocolorDoppler sono le modalità diagnostiche di scelta. Le complicanze, peraltro rare, legate alla TVP sono: prolungamento del tempo di degenza ospedaliera, parziale riabitazione del vaso, embolia polmonare. La tromboprofilassi (esempio l’utilizzo di eparina a basso peso molecolare) può ridurre l’incidenza di trombosi correlata del 55-60% in popolazioni di pazienti selezionati, però non è universalmente raccomandata e accettata di routine. A sfavore di far diventare pratica comune in tutti i pazienti la tromboprofilassi è la mancanza di chiari benefici, nonché il rischio elevato di emorragia. In sintesi il CVC in sede femorale è associato a un rischio maggiore di TVP rispetto ad altri siti di accesso centrale, con eventi che si presentano precocemente e spesso in maniera asintomatica. Una attenta selezione del sito, una rimozione tempestiva e un uso giudizioso della tromboprofilassi, sono strategie chiave per la riduzione del rischio trombotico.

Sindrome da riperfusione e danno renale acuto

La rivascolarizzazione di un arto ischemico rappresenta un momento cruciale nel trattamento della patologia vascolare periferica, ma può associarsi allo sviluppo della cosiddetta sindrome da riperfusione, una condizione sistemica potenzialmente grave. In questo contesto, il rene si configura come uno dei principali organi bersaglio con un rischio significativo di danno acuto, soprattutto nei pazienti fragili o con una funzione renale preesistente compromessa.

La riperfusione di un arto precedentemente ischemico si associa frequentemente allo sviluppo di un edema marcato, conseguente all’aumento della permeabilità capillare indotta dal danno endoteliale ischemico-riperfusivo. Parallelamente, la riperfusione tissutale comporta il rilascio sistemico di mioglobina, potassio e mediatori pro-infiammatori, oltre a una significativa produzione di specie reattive dell’ossigeno. Questi fattori concorrono allo sviluppo di danno renale acuto attraverso meccanismi combinati di vasocostrizione intrarenale, tossicità tubulare diretta e ostruzione intratubulare da pigmenti, soprattutto in presenza di ipovolemia relativa o ridotta riserva di funzione renale.

Le strategie preventive si basano principalmente sul riconoscimento precoce del rischio e su una gestione attenta del bilancio idrico ed elettrolitico. Un’adeguata espansione volemica, il mantenimento di una perfusione renale efficace (controllo pressorio) e il monitoraggio stretto della funzione renale rappresentano interventi fondamentali per ridurre l’impatto nefrotossico della riperfusione. In pazienti selezionati, la correzione dell’acidosi metabolica può contribuire a limitare la precipitazione intratubulare dei pigmenti.

La dialisi, in questo contesto, non possiede un ruolo né preventivo né curativo nei confronti del danno renale acuto in quanto non interviene sui meccanismi patogenetici alla base della lesione tubulare ischemico-tossica. In particolare, il supporto dialitico non è in grado di impedire né il danno ossidativo cellulare né l’ostruzione tubulare da pigmenti data la scarsa rimozione con l’emodialisi; questi, infatti rappresentano i principali determinanti dell’insufficienza renale nella sindrome da riperfusione.

Il razionale della dialisi risiede piuttosto nella sostituzione temporanea delle funzioni escretorie e regolatorie del rene non funzionante, consentendo il controllo delle complicanze sistemiche potenzialmente fatali, quali iperkaliemia, acidosi metabolica e sovraccarico di volume. In questo senso, la dialisi si configura come una terapia di supporto d’organo, finalizzata alla stabilizzazione del paziente in attesa di un eventuale recupero della funzione renale residua.

In definitiva, l’edema dell’arto riperfuso costituisce non solo un segno locale di sofferenza tissutale, ma un potenziale indicatore precoce di una compromissione sistemica, in cui il coinvolgimento renale assume un ruolo determinante nella prognosi34.

Conclusioni

Nel paziente nefropatico e dializzato, la gamba gonfia rappresenta raramente un segno monoeziologico. Essa è piuttosto l’espressione periferica di una complessità sistemica, in cui alterazioni dell’equilibrio dei fluidi, stato protrombotico, patologia vascolare e danno d’organo possono coesistere e potenziarsi reciprocamente. In questo contesto, la distinzione tra edema “sistemico” ed edema “vascolare” perde significato se non inserita all’interno di una valutazione clinica integrata.

La sindrome nefrosica, le complicanze trombotiche correlate agli accessi vascolari e il danno renale associato alla sindrome da riperfusione costituiscono esempi paradigmatici di come una lettura unidimensionale del sintomo possa risultare riduttiva e potenzialmente fuorviante. Al contrario, il riconoscimento precoce delle cause concomitanti consente di ottimizzare il percorso diagnostico-terapeutico e di prevenire complicanze sistemiche rilevanti.

In un’epoca di crescente iper-specializzazione, la gamba gonfia si conferma come un terreno privilegiato di integrazione tra competenze nefrologiche, vascolari, internistiche e radiologiche. Solo attraverso una collaborazione strutturata e continuativa tra specialisti è possibile trasformare un segno clinico comune in un’opportunità di cura realmente centrata sul paziente, soprattutto nei soggetti più fragili e complessi.


BIBLIOGRAFIA

  1. Kerlin BA, Ayoob R, Smoyer WE. Epidemiology and pathophysiology of nephrotic syndrome-associated thromboembolic disease. Clin J Am Soc Nephrol 2012;7:513-20.
  2. Orth SR, Ritz E. The nephrotic syndrome. N Engl J Med 1998;338:1202-11.
  3. Malek M, Nematbakhsh M. Renal ischemia/reperfusion injury; from pathophysiology to treatment. J Renal Inj Prev 2015;4:20-7.
  4. Basile DP, Anderson MD, Sutton TA. Pathophysiology of acute kidney injury. Compr Physiol 2012;2:1303-53.

 

 

Dott. Giuseppe Ciano, Nefrologia e Dialisi, Aurelia Hospital Roma

Dott. Lorenzo De Alexandris, Nefrologia e Dialisi, Aurelia Hospital Roma

Per la corrispondenza: ciano.giuseppe@gmail.com; lorenzo89vt@gmail.com