Anno Accademico 2025-2026
Vol. 70, n° 1, Gennaio - Marzo 2026
ECM: Fondamenti di Medicina Ambientale. Interconnessioni tra Salute umana e Salute degli ecosistemi naturali
13 gennaio 2026
ECM: Fondamenti di Medicina Ambientale. Interconnessioni tra Salute umana e Salute degli ecosistemi naturali
13 gennaio 2026
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Introduzione
L’essere umano, fisicamente e costituzionalmente fragile, ha costruito nel tempo il proprio rapporto con il mondo attraverso la tecnica. Non si è limitato ad adattarsi all’ambiente, ma lo ha progressivamente trasformato, fino a renderlo in larga parte un ambiente artificiale. Non solo per esigenze di sopravvivenza, ma per il progressivo ampliarsi dei bisogni, in una dinamica tendenzialmente senza limite, l’uomo ha utilizzato tecniche sempre più efficaci e invasive, in modo progressivo e costante; tuttavia, paradossalmente, questa stessa spinta espansiva, se lasciata senza limite, può rovesciarsi in un fattore di rischio per la sopravvivenza. In particolare, la tecnica ha permesso la creazione e l’impiego di nuove sostanze chimiche. Nel corso degli ultimi secoli, questo processo ha portato alla produzione di un numero crescente di composti di sintesi, precedentemente assenti nell’ambiente naturale. Si stima che siano state sviluppate circa 100.000 sostanze chimiche e che ogni anno vengano introdotte circa 2000 nuove molecole nei processi industriali e nei prodotti di consumo su larga scala. L’immissione nell’ambiente di composti di sintesi rappresenta oggi un problema emergente per l’ambiente planetario e per la salute globale. L’immediata utilità di tali sostanze ne ha favorito una diffusione ampia e spesso poco problematizzata, in assenza di un reale principio di prudenza rispetto alle conseguenze della loro immissione nell’ambiente, riflettendo una forma di miopia conoscitiva e decisionale. Solo successivamente si è compreso come molte di queste sostanze fossero in grado di interagire con i sistemi dell’organismo, risultando attive e interferendo con il delicato equilibrio del vivente, con potenziali effetti avversi sulla salute.
Gli interferenti endocriniTra queste sostanze, una parte è in grado di interagire con il sistema endocrino umano e animale. Tali composti sono definiti Endocrine Disrupting Chemicals (EDCs), ossia sostanze capaci di alterare il normale funzionamento del sistema ormonale. Il problema degli interferenti endocrini è emerso con crescente evidenza a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, quando la diffusione di materiali plastici e di composti industriali ha messo in luce la possibilità di esposizioni croniche diffuse nella popolazione. Il termine Endocrine Disrupting Chemicals è stato introdotto in questo contesto in occasione della conferenza di Wingspread del 19911. Il termine inglese disruptors possiede tuttavia una forza semantica più marcata rispetto alla traduzione italiana “interferenti”, poiché non rimanda a una semplice interazione, ma a una perturbazione, a una vera e propria rottura dell’equilibrio dei sistemi di regolazione; nella lingua italiana si è invece affermata una traduzione più attenuata, che rischia di smorzarne la portata concettuale.
Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un interferente endocrino è una sostanza o una miscela in grado di modificare la funzione del sistema endocrino e di provocare effetti avversi sulla salute di un organismo, della sua progenie o delle popolazioni2. Gli EDCs possono agire attraverso diversi meccanismi: mimare l’azione di ormoni endogeni, bloccare i recettori ormonali, alterare la sintesi o il metabolismo degli ormoni e interferire con i sistemi di trasporto o di degradazione degli ormoni. Le conseguenze di tali interferenze possono essere molto ampie e interessare, di fatto, quasi tutti i livelli dell’organismo: lo sviluppo embrionale e fetale, la fertilità, il metabolismo energetico, il sistema neuroendocrino e il metabolismo osseo.
Gli EDCs presentano caratteristiche che rendono particolarmente complesso il loro studio e la valutazione dei loro effetti sulla salute. In primo luogo, gli effetti possono essere ritardati nel tempo: l’esposizione può avvenire in una fase precoce della vita, mentre le manifestazioni cliniche possono comparire anche a distanza di anni o decenni. A ciò si aggiunge il fatto che l’esposizione è raramente singola, ma avviene attraverso miscele di numerose sostanze, con possibili effetti combinati e sinergici difficilmente prevedibili. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalle relazioni dose-risposta non lineari: alcuni EDCs possono esercitare effetti biologici anche a dosi molto basse, talvolta differenti da quelli osservati a dosi più elevate. Inoltre, la misurazione degli effetti è spesso indiretta e complessa, poiché questi composti possono agire su sistemi regolatori articolati, con esiti che non sono immediatamente riconducibili a una singola esposizione. I modelli sperimentali presentano a loro volta limiti significativi: i dati ottenuti in modelli animali non sono sempre facilmente trasferibili alla specie umana, soprattutto per quanto riguarda le finestre di vulnerabilità e i meccanismi endocrini. Infine, vanno considerati i dimorfismi biologici, con differenze di risposta tra sesso maschile e femminile e tra diverse fasi dello sviluppo. Nel loro insieme, questi elementi rendono gli EDCs un paradigma di complessità biologica, nel quale la relazione tra esposizione ed effetto non può essere interpretata secondo modelli lineari tradizionali.
Tra i composti più rilevanti e studiati con azione di EDCs vi sono i ftalati, utilizzati come plastificanti; il bisfenolo A (BPA), impiegato nella produzione di policarbonati e resine epossidiche; i PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), utilizzati in numerosi processi industriali; nonché pesticidi, ritardanti di fiamma e altri additivi e stabilizzanti delle materie plastiche. Questi composti sono stati introdotti per migliorare specifiche caratteristiche tecniche dei materiali e dei prodotti, quali la resistenza meccanica, la stabilità dimensionale, la trasparenza ottica e la resistenza al calore, rispondendo a esigenze funzionali e produttive sempre più elevate.
Data la numerosità e la varietà degli EDCs, nonché la specificità dei meccanismi d’azione dei singoli composti, si è scelto di evitare un elenco difficilmente esaustivo e di concentrare l’analisi su quelli con effetti sul metabolismo osseo, con particolare attenzione al bisfenolo A (BPA) e alla storia della sua regolamentazione, esempio emblematico di come la legislazione tenti di arginare, non senza difficoltà e spesso in ritardo, i potenziali effetti dannosi.
BPAIl bisfenolo A (BPA) è un composto organico appartenente alla famiglia dei fenoli, ampiamente utilizzato nella produzione di plastiche policarbonate e resine epossidiche, impiegate in numerosi prodotti di largo consumo, in particolare nei materiali a contatto con alimenti. La produzione globale di BPA è stimata in diversi milioni di tonnellate all’anno, con valori compresi tra 7 e 8 milioni di tonnellate e previsioni di ulteriore crescita nei prossimi anni, anche in relazione all’impiego di composti analoghi. Una volta immesso nell’ambiente, il BPA può andare incontro a processi di degradazione fisica, chimica e biologica, con tempi variabili a seconda delle condizioni ambientali. In ambiente acquatico e nel suolo può essere degradato relativamente rapidamente per azione della luce e dei microrganismi; tuttavia, la sua presenza è mantenuta dalla continua immissione da fonti antropiche. I prodotti di degradazione, spesso di natura fenolica, possono conservare una significativa attività biologica, contribuendo alla persistenza degli effetti nell’ambiente. Inoltre, il BPA e i suoi derivati possono adsorbirsi su particelle e microplastiche, facilitandone il trasporto e la biodisponibilità nei diversi comparti ambientali. Queste caratteristiche fanno sì che, pur non essendo altamente persistente in senso stretto, il BPA si comporti come un contaminante a esposizione cronica, con una presenza diffusa e continua e con potenziali effetti a lungo termine sugli organismi viventi.
Il bisfenolo A (BPA) è in grado di interferire con il metabolismo osseo attraverso diversi meccanismi, principalmente legati alla sua attività di modulatore endocrino. In primo luogo, il BPA presenta una struttura chimica simile agli estrogeni ed è in grado di legarsi ai recettori estrogenici (ERα e ERβ), alterando la fisiologica regolazione del rimodellamento osseo. Poiché gli estrogeni svolgono un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio tra formazione e riassorbimento osseo, l’azione del BPA può determinare una disorganizzazione di questo bilancio. A livello cellulare, il BPA può influenzare sia l’attività degli osteoblasti, responsabili della formazione dell’osso, sia quella degli osteoclasti, deputati al riassorbimento. In particolare, è stato osservato che il BPA può ridurre la proliferazione e la differenziazione degli osteoblasti e, al contempo, favorire l’attività osteoclastica, con conseguente perdita di massa ossea. Un ulteriore meccanismo coinvolge la modulazione del sistema RANK/RANKL/OPG, fondamentale nella regolazione del rimodellamento osseo. Il BPA può alterare l’espressione di questi mediatori, favorendo uno sbilanciamento verso il riassorbimento osseo. Infine, il BPA può indurre stress ossidativo e infiammazione, contribuendo ulteriormente al danno del tessuto osseo e alla riduzione della qualità dell’osso. Nel complesso, questi effetti suggeriscono come l’esposizione cronica al BPA possa interferire con il delicato equilibrio del metabolismo osseo, potenzialmente contribuendo allo sviluppo di condizioni quali osteopenia e osteoporosi3, 4.
La crescente evidenza dei potenziali effetti del bisfenolo A (BPA), in particolare nelle fasi precoci della vita, ha portato a un progressivo intervento normativo a livello europeo. Nel 2011 l’Unione Europea ha vietato l’utilizzo del BPA nella produzione di biberon in policarbonato, riconoscendo la particolare vulnerabilità dei neonati all’esposizione a sostanze con attività endocrina5. Negli anni successivi, la regolamentazione è stata progressivamente rafforzata: nel 2018 sono state introdotte ulteriori restrizioni sui limiti di migrazione nei materiali a contatto con alimenti; nel 2020 è stato vietato l’uso del BPA nella carta termica; nel 2023 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha rivisto in senso fortemente restrittivo i livelli di esposizione considerati sicuri6. Più recentemente, nel 2024, ulteriori misure regolatorie, anche nell’ambito della revisione della normativa sui materiali a contatto con alimenti, hanno portato a una progressiva limitazione dell’impiego del BPA, fino al recente divieto nei materiali a contatto con alimenti7.
Il caso del BPA nei biberon rappresenta un esempio emblematico di come l’intervento legislativo si sviluppi nel tempo in risposta all’emergere delle evidenze scientifiche, evidenziando al contempo le difficoltà e i ritardi nel tradurre le conoscenze in misure di tutela della salute, soprattutto nelle popolazioni più vulnerabili.
Dalla linearità alla complessitàI sistemi biologici, così come i sistemi ambientali e sociali in cui si inserisce il problema degli EDCs, sono sistemi complessi. In tali sistemi, il comportamento complessivo non è riconducibile alla semplice somma delle singole componenti, ma emerge dall’interazione dinamica tra molteplici fattori. Una delle caratteristiche principali dei sistemi complessi è la non linearità delle relazioni: a piccole variazioni delle condizioni iniziali possono corrispondere effetti rilevanti, mentre esposizioni apparentemente significative possono produrre esiti differenti a seconda del contesto. Inoltre, il comportamento del sistema dipende dalla sua storia e dalle interazioni tra le sue componenti, rendendo difficile una previsione precisa degli effetti. In questo contesto si inserisce quella che può essere definita una “illusione di controllo”: la tendenza a ritenere che sistemi complessi possano essere governati attraverso modelli semplificati e lineari. Tuttavia, nei sistemi complessi, la capacità di previsione è intrinsecamente limitata e ogni intervento può generare effetti non intenzionali o non immediatamente prevedibili.
Il problema degli EDCs rappresenta un esempio emblematico di questa condizione: la difficoltà non risiede soltanto nell’identificazione dei singoli effetti, ma nella comprensione delle dinamiche che emergono dall’interazione tra esposizioni multiple, variabilità individuale e contesto ambientale.
Come tutti i sistemi complessi, anche il problema degli Endocrine Disrupting Chemicals (EDCs) richiede di essere affrontato su più livelli, tra loro interconnessi.
Un primo livello è quello legislativo, spesso sollecitato dalla pressione di evidenze scientifiche emergenti e dall’azione delle associazioni e della società civile. Un secondo livello è quello individuale, che riguarda le scelte quotidiane e richiede una forma di consapevolezza e di responsabilità personale. Un terzo livello è quello educativo, necessario per sviluppare le conoscenze e le competenze che rendono possibili sia decisioni individuali informate sia una partecipazione attiva ai processi collettivi.
Questi livelli non sono indipendenti, ma profondamente interrelati. Le scelte politiche influenzano i sistemi educativi e, quindi, la formazione della consapevolezza individuale; l’educazione contribuisce a sviluppare quella forma di saggezza pratica che orienta sia i comportamenti individuali sia le scelte collettive; a loro volta, individui consapevoli possono incidere sulle decisioni politiche, in un processo circolare e dinamico.
In questo senso, la questione degli EDCs non riguarda soltanto la comprensione e la corretta gestione dei sistemi biologici, ma la capacità dell’uomo di abitare consapevolmente la complessità di cui è parte e che egli stesso ha contribuito a generare.
BIBLIOGRAFIA
Dott. Paolo Zuppi, Ospedale San Giovanni Battista dell’Ordine di Malta, Roma
Per la corrispondenza: paolozuppi@libero.it