Anno Accademico 2024-2025
Vol. 69, n° S. 1, Dicembre - Dicembre 2025
Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli
07 ottobre 2025
Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli
07 ottobre 2025
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Il prof. Cagli, Vito (non me ne vogliate, utilizzerò spesso il suo nome di battesimo per trasmettere quel senso di immediatezza ed empatia che lui aveva con gli altri), era una persona davvero eccezionale. Lo era per cultura, saggezza, equilibrio, intelligenza, simpatia, capacità di comprendere gli altri, attitudine inclusiva, creatività, nonché come medico, scienziato, filosofo e tanto altro.
In quanto rappresentante della “triste scienza”, espressione che divertiva molto Vito, parlerò di lui da una prospettiva non medica.
La conoscenza di Vito è stata un generoso regalo del Prof. Dario Antiseri, noto epistemologo e storico della filosofia, un collega della Luiss.
Pur essendo un economista con traiettorie accademiche del tutto diverse da Antiseri, a Dario devo molto. Tra le tante azioni di generosità disinteressata che ho ricevuto da lui, c’è per l’appunto la conoscenza e la frequentazione, spesso in comune, di Vito.
Credo che la profonda amicizia tra Dario e Vito si fondasse, oltre che su una reciproca stima, su due pilastri: la filosofia, intesa come radice formativa del ragionamento, del sapere e della scienza, e un’apertura incondizionata e senza pregiudizi verso il “nuovo”.
In questa mia rievocazione di Vito Cagli, tratterò dell’uomo come l’ho conosciuto e di quello che mi ha trasmesso. Ogni tanto, farò riferimento al suo modo di vedere il sapere e la scienza. Come vedremo, si tratta di considerazioni che valgono a pieno titolo per le scienze sociali e l’Economia politica, in particolare.
Il presente saggio è articolato come segue. Parlerò di come ho conosciuto il Prof. Cagli, dei miei viaggi con Vito, il Prof. Cagli come professore universitario paradigmatico, di che cosa mi ha lasciato la frequentazione di Vito.
Come ho conosciuto il Prof. CagliHo conosciuto Vito Cagli due volte.
Una prima volta, subito dopo il mio approdo alla Luiss da professore di ruolo, avvenuto grazie a Dario Antiseri nel 2007. All’epoca, il Preside di Facoltà era il Prof. Massimo Baldini, mentre il Direttore del Dipartimento era il Prof. Antiseri, due cari amici di Vito. Appena arrivato, fui nominato vicepreside dell’allora Facoltà di Scienze politiche su proposta di Dario.
Nella nostra assiduità accademica, una volta, Dario mi invitò a salutare il Prof. Cagli, persona a me ignota, a ridosso del break di una lezione che avrebbero tenuto insieme nell’ambito dell’insegnamento di Metodologia delle scienze sociali, il celeberrimo (non esagero) corso che Dario impartiva alla Luiss. Era il 2008.
Arrivai nell’Aula Magna durante la pausa tra un’ora di lezione e un’altra. Trovai soltanto Dario e Vito, immersi in quello che sembrava un campo di battaglia: quaderni e libri abbandonati in maniera disordinata, zainetti, computer, cappotti e giacche sparsi alla rinfusa ovunque; regnava in quell’ampio spazio un disordine caotico del tutto dissonante con le regolari geometrie alla Piet Mondrian dell’Aula magna della Luiss.
Vito e Dario chiacchieravano con intensità, come due generali di pace intenti a comprendere ciò che stava accadendo, pronti a pianificare le prossime mosse dialettiche e a sublimare il rapporto con i giovani interlocutori.
Avvicinatomi a loro, Dario mi presentò un signore distinto ed elegante (di un’eleganza sobria e curata tipica di un landlord inglese), molto estroverso. Scambiammo qualche parola con cordialità ed empatia. Poco dopo, al rientro degli studenti, i due generali ripresero la lezione e mi congedai da loro.
All’epoca non compresi minimamente il valore di Vito. Pensai che l’invito di Dario a salutarlo fosse un gesto di cortesia rivolto all’ospite, e in questo senso mi fece piacere essere coinvolto. Solo più tardi compresi che, in realtà, era un segno di attenzione e riguardo nei miei confronti perché conoscere il Prof. Cagli era un vero privilegio.
La seconda volta incontrai Vito in occasione della morte di Massimo Baldini, filosofo del linguaggio, epistemologo e studioso di storia della medicina. Massimo era venuto a mancare in “Via delle Isole” perché una sera dopo essersi sentito male si era recato a casa Cagli, insieme a Dario, per una visita medica ex abrupto a fronte di disturbi inattesi e preoccupanti. Vito non era a casa. Dario e Massimo vennero accolti dalla Sig.ra Anna (medico valente), che cercò di visitare il paziente, ma la situazione era davvero disperata. Fu in quel frangente che Massimo ci lasciò.
La mattina dopo, più che Vito, mi colpì la famiglia Cagli: Vito, la signora Anna e Irene. Dopo la notizia della scomparsa di Massimo, molti colleghi della Luiss si recarono in Via delle Isole.
I Cagli accolsero tutti con grande cortesia, disponibilità e attenzione. Nel dramma, sembrava una scena intrisa di un’antica sacralità, fatta di rispetto e celebrazione del defunto.
Pur scosso dalla perdita improvvisa di Massimo, dal fraterno dolore di Dario, rimasi profondamente colpito dall’accoglienza della famiglia Cagli, che seguiva un rituale di altri tempi, degno dell’antica Grecia. Quando Priamo era andato nella tenda di Achille a chiedere la restituzione del corpo di Ettore, fu invitato dall’eroe acheo, placato nella sua ira e mosso da un senso di pietà, a riposare nella sua tenda. Mi colpì a fondo la pietas (nel senso latino del termine) dei Cagli. Era il 2008.
I miei viaggi con VitoNel titolo di questo saggio, così come in questa sezione, mi riferisco al viaggio non solo perché esso rappresenta l’essenza stessa della vita, ma anche perché vi fu una fase della mia frequentazione di Vito in cui viaggiavamo spesso insieme. A più riprese, i tragitti furono Roma-Greve in Chianti, Roma-Cesi e Roma-Castelli Romani.
Inoltre, la dedica che Vito scrisse sul suo primo libro che mi regalò, Sognando l’Ippogrifo, contiene un riferimento a uno dei nostri viaggi.
Dopo la scomparsa di Baldini, a causa di questioni prettamente universitarie e di dissidi accademici, Dario, profondamente segnato dalla morte di Massimo, decise di andare in pensione anticipata dalla Luiss.
Anch’io, in quel periodo, chiesi di essere collocato in aspettativa per assumere un incarico extra-universitario che, in condizioni normali, non avrei mai preso in considerazione, ma che in quel frangente ritenni opportuno accettare.
Da quel momento cominciò la mia amicizia con Vito e la nostra frequentazione.
I miei viaggi con Vito, anche quelli fisicamente statici ma intellettualmente dinamici di Viale delle Isole (espressione della cinematica del salotto Cagli), sono sempre state lezioni di vita quotidiana, di saggezza e cultura impartite dal maestro Cagli.
Parlavamo di medicina (su questo argomento ero un silente ascoltatore), di scienza, di arte e cultura in generale. Discettavamo di politica e di scienza economica. Anche in economia Cagli era davvero sorprendente, mescolando intelligenza e buon senso arrivava a inquadrare i problemi economici e le loro soluzioni nella giusta direzione. Un dato impressionante per una persona che si confessava del tutto ignorante sui temi di economia.
Per un mio interesse personale, lo tempestavo di domande sul suo passato, sulla sua storia universitaria e sui suoi maestri accademici. Lo facevo anche per risolvere un puzzle apparentemente inspiegabile: perché Vito non intraprese la carriera accademica come professore di ruolo nell’Università?
Il Prof. Vito Cagli: un professore universitario paradigmaticoIn un ambito meritocratico e attento al valore del capitale umano, il prof. Cagli, libero docente, oltre alla sua fulgida carriera ospedaliera e professionale, e all’insegnamento che ha svolto, avrebbe dovuto intraprendere una carriera nel mondo universitario e della ricerca scientifica. Trovavo questo fatto difficile da comprendere. Tale circostanza si può spiegare soltanto applicando i canoni della debolezza umana di fronte a una persona che, in un contesto scientifico statunitense, avrebbe potuto vincere il premio Nobel per la Medicina. Dico questo avendo interloquito a più riprese con alcuni vincitori del premio Nobel in economia e avendo lavorato con uno di loro che aveva molti tratti in comune con Vito.
Il Prof. Cagli rappresentava il “vero” canone del professore universitario. Questo per ragioni che attengono all’insegnamento, al rapporto con i giovani e con la ricerca.
Dalla modalità argomentativa, dal taglio comunicativo, dall’organizzazione dei discorsi e dalla versatilità dialettica, era facile comprendere che era ineguagliabile nell’organizzare e impostare efficacemente una lezione in relazione alle diverse tipologie di astanti a cui avrebbe dovuto trasmettere gli insegnamenti.
Egli sapeva suscitare interesse ed entusiasmo, era in grado di galvanizzare chi lo ascoltava, trasmetteva un’energia dolce, non irruenta, fondata sulla forza del ragionamento e della passione. Era in grado di mettere i propri interlocutori al centro della conversazione e possedeva una profonda capacità di stimolazione intellettuale degli altri.
Vito, in termini di sapere costituito e istituzionalizzato — sia per prassi che per conquista — era una figura capace, con la sua cultura e la sua forza umana e intellettuale, di sbaragliare chiunque. Persone come lui avrebbero potuto creare difficoltà perfino a studiosi di alto livello e sinceramente orientati alla meritocrazia. Non per gelosie, invidie o incapacità, ma per la sua eccessiva libertà di mettere in discussione il sapere costituito.
Per un’accademia baronale e chiusa nella propria turris eburnea, Vito avrebbe potuto rappresentare ciò che Ippaso da Metaponto fu per la scuola pitagorica: colui che, scoprendo l’esistenza dei numeri irrazionali, mise in crisi i principi e l’identità dell’intera tradizione matematica pitagorica.
Seguendo Augusto Murri, gli insegnamenti fondamentali di Vito da trasmettere in aula, indicati nel volume “Come si ragiona in medicina”1, furono innanzitutto il mantenimento e la difesa della dignità scientifica, intendendo per essa l’acquisizione di una mentalità scientifica.
Il secondo insegnamento riguardava la Medicina clinica che deve mantenere i fondamenti e il suo apparato di controllo nella scienza. È questo un monito contro la “pratica empirica”, che prende spesso il sopravvento nelle scienze.
Questi insegnamenti hanno un’implicazione che riguarda la “capacità la qualità delle connessioni fra due o più fenomeni naturali”.
Chi ha conosciuto Vito Cagli, e ha avuto il privilegio di conversare con lui, ricorderà certamente non solo la sua non comune abilità dialettica e la forza argomentativa raffinata, ma anche — e forse soprattutto — la sua straordinaria capacità maieutica: quella di suscitare nell’interlocutore prospettive non convenzionali, di aprire varchi di pensiero inediti, di stimolare riflessioni profonde.
A proposito della complessità del sapere, tema al quale Vito tornava spesso con passione e rigore, desidero qui riportare un passo suggestivo di John Maynard Keynes2, dedicato ad Alfred Marshall (1842-1924), che sembra rispecchiare perfettamente il suo spirito. Si parla di economia e degli economisti. È sufficiente sostituire questi termini con quelli di Medicina e medici o con quelli di scienza e scienziati.
“.... I buoni economisti o anche solo gli economisti competenti sono uccelli rarissimi .... Il paradosso si spiega forse con il fatto che un grande economista deve possedere una rara combinazione di qualità. Deve avere uno standard elevato in vari campi e combinare talenti che non è facile trovare riuniti in una sola persona. Deve essere un matematico, uno storico, un uomo di stato, un filosofo – o almeno deve esserlo in qualche misura. Deve capire i simboli e usare le parole. Cogliere il particolare nel generale ed essere astratto e concreto esattamente nello stesso tempo. Deve studiare il presente alla luce del passato con il fine di guardare al futuro. Nessuna parte della natura dell’uomo o delle sue istituzioni deve sfuggire al suo sguardo. Deve essere determinato, ma anche disinteressato, distaccato e incorruttibile come un artista e tuttavia talvolta a contatto con la realtà come un politico.”
Tornando alla questione dell’insegnamento, come dice Cagli, un requisito indispensabile per esso è che “… la trasmissione del sapere si fa per via affettiva: chi trasmette il sapere deve sempre dare quel calore e quella spinta senza i quali la materia diventa qualcosa di freddo che uno studia senza passione. Per me è stato così”3.
Ma l’insegnamento necessita anche di una componente istrionica per catturare l’attenzione degli studenti. Cagli sostiene: “In questo Frugoni era molto bravo, anche se diversi anni dopo riconobbi che la sua era una sorta di ‘messa in scena’ voluta, in quanto nell’insegnamento ci deve essere un aspetto drammatico, teatrale, che colpisca emotivamente il discente in modo da rimanergli impresso. Senza di questo, l’insegnamento diventa una ‘tiritera’ che sa di poco e che scivola come acqua sul corpo”3.
Cagli annetteva all’insegnamento e alla formazione dei medici un’importanza fondamentale. Nella lettera ai giovani medici del futuro impersonati rappresentativamente da Alessio si esprime come segue: “Ogni medico apprende molto presto nella propria pratica quanto numerosi siano i ‘malati funzionali’, quelli che ‘non hanno niente’. Quest’ultima dizione è insultante, oltre che falsa e non va mai impiegata con i pazienti. Serve soltanto per intenderci tra colleghi in un gergo che cerca la brevità nella chiarezza, ma che non bada a finezze lessicali o psicologiche. In realtà, i malati che ‘non hanno niente’, non soltanto sono portatori di una sofferenza che reclama aiuto, ma talora possono avere problemi di notevole gravità sino allo sviluppo di quadri psicotici...”1.
Infine, insegnare è un atto di trasmissione di energia intellettuale, di presenza fisica, di motivazione, di cultura, di ambizione di passione. Anche su questo, Vito era magistrale. Sulla passione, egli si rivolge ad Alessio come segue “Con un ultimo consiglio: quello di innamorarti della Medicina e non cessare di amarla per tutta la tua vita”4.
Sull’insegnamento e sulla formazione, le riflessioni di Cagli sono davvero profonde. Egli affronta anche il tema della base culturale degli studenti o di coloro che apprendono. Vito afferma in relazione agli studi di Medicina che “È ovvio, tuttavia, che il cuore del problema sta proprio nel dischiudere le porte di un interesse culturale a coloro che sembrano ben decisi a farne a meno”. Egli intravede tre strade utili per ogni formazione di carattere accademico nell’ambito delle scienze mediche e umane (e aggiungo io sociali): “La prima è quella di suscitare l’interesse per l’uomo, l’uomo persona, l’uomo portatore di angosce, sia che esse derivino da malattie del corpo, sia che esprimano soltanto una sofferenza esistenziale, un male di vivere. In entrambi i casi un’adeguata formazione psicologica consente di fornire strumenti utili non per curare, ma per comprendere, per riuscire a non commettere troppi errori nella relazione medico-paziente, per saper parlare e per saper tacere. …. La seconda strada percorribile è quella di un potenziamento dell’attuale storia della Medicina. Quello che serve non è una storia della Medicina che sia un elenco di ‘scoperte’ e di date, ma piuttosto un insegnamento che metta di fronte alle menti dei discenti i problemi che i filosofi, scienziati e medici si sono posti e quali siano state nei diversi periodi storici le risposte ad essi… Una terza strada è quella che rientra nella “Medicina narrativa” …. [secondo cui] gli studenti vengono sollecitati ... alla lettura di romanzi che affrontino i temi della malattia e della sofferenza.”
Questa è la testimonianza più autentica di chi fosse Vito: del suo modo di vivere la Medicina e dell’attenzione profonda che riservava ai pazienti, ai suoi studenti, ai suoi amici.
Che cosa mi ha lasciato la frequentazione di Vito?Negli ultimi vent’anni, il mio modo di vedere la scienza in generale, quella economica in particolare, è cambiato profondamente.
Sono passato da una visione chiusa, fondata su certezze granitiche e cartesiane, a una prospettiva aperta, consapevole della fragilità e della caducità di ogni teoria, nonché della condizionalità della verifica empirica.
Questo cambiamento, avvenuto a ordinariato già conseguito, lo devo a Dario e a Vito, per ragioni diverse.
Dario mi ha introdotto al metodo di analisi e risoluzione dei problemi, noto come metodo del “trial and error”: il metodo critico di Karl Popper, fondato sulla falsificabilità e sull’importanza dell’errore. Dario mi ha fatto comprendere la potenza della filosofia moderna per la scienza5.
Vito invece ha saputo rendere questo metodo meno astratto, togliendogli le incrostazioni metodologiche e metafisiche, e riconducendolo alle persone che formulano teorie e a quelle che possono utilizzarle. Ha saputo mostrarne l’essenza viva, concreta e quotidiana del metodo delle “congetture e confutazioni”.
Con loro ho imparato che le teorie scientifiche non vanno mai idolatrate, perché dietro ogni costruzione teorica ci sono esseri umani, che, come tali, sono fallibili. Le teorie sono provvisorie, come lo sono i loro autori. Ogni verità è, per definizione, rivedibile e potenzialmente transeunte.
Vito amava ripetere, mostrando una perfetta dualità con Dario: “Nullus medicus nisi philosophus”, citando Galeno. Per Vito la filosofia era la radice di ogni sapere.
Questo è manifesto in due citazioni di Karl Jaspers che si trovano nel suo libro “Le cime e le valli”6. Una in apertura del libro viene riportata la seguente citazione: “Si vedono medici che rigettano la filosofia: a ragione, quando si riferiscono alla filosofia specialistica e alla non filosofia. Ma, giunti ai confini della medicina scientifica, senza filosofia non si può dominare la stoltezza” (Jaspers, 1991).
La seconda nel paragrafo “Come formare medici colti?”: “Nell’unione di compiti di scienza e filosofia risiede la condizione essenziale che rende oggi possibile non la ricerca, ma la preservazione dell’idea del medico. La pratica del medico è concreta filosofia”.
Vito diceva che un medico che non va a teatro non potrà mai comprendere davvero il mondo — e quindi nemmeno le persone. Questo vale, aggiungeva, per ogni arte.
Gli artisti sono visionari, capaci di vedere oltre l’immediato. Quando oggi mi capita di andare a teatro, o all’opera, questa sua idea mi accompagna e risuona immancabilmente nella mente.
Essa torna soprattutto quando sul palcoscenico appaiono storie che sembrano lontane dalla realtà — per linguaggio o per estremizzazione narrativa — ma che in fondo parlano degli spettatori presenti in sala e del mondo all’esterno del teatro.
Un altro insegnamento fondamentale di Vito (insieme a Dario) è stato il valore dell’errore, della critica, della scepsi.
Nell’acquisizione del metodo popperiano e nella scienza in generale, l’errore svolge un ruolo fondamentale. Nel libro su “Come si ragiona di medicina”, Vito riporta la seguente affermazione di Giacomo Delvecchio particolarmente illuminante:
“Gli errori logici sono dovuti a cattivi ragionamenti e un cattivo ragionamento è un ragionamento scorretto, ossia è un ragionamento con premesse o conclusioni fallaci. Questo riguarda però la validità logica di un ragionamento, mentre è un altro modo di errare, frequente anche nei medici quello di scambiare la validità logica con la verità. […] La validità logica è infatti una proprietà degli enunciati e non degli argomenti”.
Con Vito abbiamo spesso parlato dell’etica della responsabilità, soprattutto nelle istituzioni, che comporta moderazione, ma non indulgenza sui principi: "Suaviter in modo, fortiter in re", il principio del gesuita Claudio Acquaviva (1543-1615), che era solito ripetere.
Durante il lungo periodo in cui sono stato in aspettativa dalla Luiss — un tempo in cui ho sentito profondamente la mancanza dell’università e della ricerca — Vito non ha mai smesso di spronarmi a tornare come professore all’Università.
E quando finalmente sono rientrato, è stato un momento davvero esaltante.
Prima di tutto, ho riscoperto la bellezza di un mestiere che avevo quasi dimenticato. Poi, ho ritrovato l’energia dei giovani, il loro sguardo nuovo e proiettato in avanti. E infine, ho riscoperto la ricerca scientifica: un campo vasto, pieno di problemi aperti, senza verità definitive, in attesa di essere esplorati e, forse, risolti.
Era quello che Vito voleva facessi e che, grazie a lui, ho fatto.
ConclusioniIn questa breve rievocazione di Vito, sono tornato in fase di scrittura più volte con la memoria alle piacevoli conversazioni e agli incontri avuti con lui, nonché alla sua simpatia sempre garbata e arguta.
Ho ricordato più volte il profondo rapporto tra Dario e Vito. Dario e Vito, due amici, due grandi personalità: libere nel pensiero, moralmente integre, mosse da un autentico altruismo, non solo intellettuale.
Quando, insieme a Dario, gli facemmo leggere il nostro libro in difesa degli studi umanistici7 — che per me rappresentava un esercizio di filosofia, molto diverso dagli articoli che pubblico sulle riviste internazionali di economia — fu estremamente cortese e utile, offrendo osservazioni acute, puntuali e migliorative sulla mia parte, nonché approvando il messaggio sulla forza della cultura umanistica. La parte di Dario non aveva bisogno di osservazioni, era ovviamente perfetta.
Vito rappresentava (e Dario rappresenta) un’Italia bella, luminosa, vivace e culturalmente ricca, che purtroppo oggi rischia di essere impoverita dalla mancanza di figure di spessore equivalente. Conoscere Vito è stato davvero un privilegio e una grande ricchezza.
Spesso, nei miei insegnamenti universitari e nelle allocuzioni rivolte agli studenti, trasmetto loro il segno della contaminazione culturale di Vito. Si tratta di un segno che ritorna sotto forma di un apprezzamento indiretto per ciò che lui è stato, e che mi gratifica profondamente.
L’apprezzamento che questa contaminazione suscita, di cui i destinatari non sono consapevoli, è la misura indiretta del valore di Vito e dei miei debiti culturali e morali nei suoi confronti.
Desidero chiudere questa rievocazione con le profetiche parole di Vito sulla scienza: “Chi guarda alla scienza come ad un mostro pervasivo, che tutto ingoia e che dunque rappresenta un grave pericolo, la confonde con la tecnica. Quest’ultima può essere adoperata con finalità positive ma anche con finalità negative; la prima, invece, ha come unico fine la conoscenza, che in sé stessa non può essere che un bene”.
A questo punto Vito avrebbe detto: “E con questo spirito, prendiamo congedo dai nostri ascoltatori”4.
Prof. Alberto Petrucci, Ordinario di Economia Politica e Direttore del Dipartimento “Economics and Financial Markets”, Luiss Guido Carli, Roma
Per la corrispondenza: albpetru@luiss.it
BIBLIOGRAFIA