Anno Accademico 2024-2025
Vol. 69, n° S. 1, Dicembre - Dicembre 2025
Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli
07 ottobre 2025
Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli
07 ottobre 2025
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“Gli ingegni più acuti hanno sempre riconosciuto che la
discussione sul metodo è la più essenziale e la più profonda”.
Augusto Murri
"Il primo principio della scienza - ha scritto il premio Nobel per la fisica Richard Feynman - è il dubbio e il metodo è l’unico modo per strutturarlo”1. E prima di lui il grande clinico Augusto Murri aveva sostenuto: “dubitate sempre prima di credere: la potenza intellettuale di un uomo si valuta in misura eguale e dalla sua facoltà di dubitare e dalla sua facoltà di dimostrare. Ipotesi, cimento sperimentale di essa, somma cautela d’illazioni: ecco il processo più fecondo di verità”2. Il metodo serve dunque alla scienza per tenere insieme la ricerca della verità e l’esercizio del dubbio.
La ricerca della verità attraverso il dubbio metodico ha accompagnato Vito Cagli lungo tutto il ricchissimo e affascinante percorso intellettuale e professionale. L’interesse di Cagli per il metodo scientifico, a cui ha dedicato numerosi saggi, nasce dal cuore del suo lavoro di ricercatore e di medico che ha fatto la scelta etica della verità e che ha la consapevolezza epistemologica che l’autentica ricerca della verità trova nell’esercizio del dubbio un suo alleato e nella professione di certezza un suo nemico. Ed ai suoi occhi la storia della Medicina rappresenta il luogo privilegiato per conoscere le avventure della verità, per apprendere dai suoi successi e dai suoi errori, per salire sulle spalle dei giganti così da guardare più lontano.
La riflessione metodologica di Cagli è stata poi costantemente alimentata dalla sua inesauribile curiosità intellettuale, che lo ha portato ad esplorare nuovi territori, ad attraversare frontiere disciplinari, occupandosi di Psicoanalisi e di letteratura, a indagare aspetti poco noti dei problemi clinici. Vito Cagli totus medicus et philosophus, potremmo dire, proprio come Claude Bernard, Maurizio Bufalini e Augusto Murri, tre stelle polari nel suo pantheon intellettuale e professionale.
In questo intervento vorrei esaminare alcuni aspetti del pensiero metodologico di Cagli, in particolare: 1) lo statuto epistemologico che egli assegna al ragionamento clinico inteso come procedimento scientifico; 2) la sua tesi secondo cui il clinico, proprio come il detective, utilizza il metodo dell’abduzione; 3) il suo “elogio epistemologico” del clinico; 4) il suo allarme per la “crisi della diagnosi” nella società complessa e nell’“epoca della velocità”.
1. Ragionamento clinico come procedimento scientifico di ricerca della veritàIn costante riferimento con i grandi classici della scienza medica (C. Bernard, M. Bufalini, A. Murri, C. Frugoni, P.B. Medwar, J. Hamburger) e in continuo confronto con medici (G. Federspil, C. Scandellari, P. Raineri, G. Delvecchio, D. Manfellotto, A. Stasolla) e filosofi (D. Antiseri, M. Baldini, P. Giaretta) che si sono occupati di metodologia della diagnosi clinica, Cagli concepisce il clinical reasoning come un processo conoscitivo che avanza per trial and error-elimination, per “congetture e confutazioni” secondo la definizione di Karl Popper. Cagli indaga tre aspetti chiave del ragionamento clinico: la sua natura epistemologica, la procedura di scoperta e il procedimento di controllo dell’ipotesi diagnostica.
La natura epistemologica del ragionamento diagnostico, per Cagli, è quella di un’opus conjecturale che procede attraverso ipotesi di spiegazione causale. La diagnosi, spiega Cagli, non deve essere “esclusivamente descrittiva […] ma deve contenere un riferimento alla genesi della malattia”, per cui “deve non solo indicare una casella nosografica, ma fornire anche una indicazione dei meccanismi etiopatogenetici in gioco, essa deve far riferimento a leggi generali che concernono i fattori causali quali sono noti dalle conoscenze che le acquisizioni scientifiche hanno consentito di raggiungere”3.
E tuttavia accade quasi sempre che il medico non disponga di leggi universali, prive di eccezioni, sulla base delle quali risalire dai sintoni alle cause della malattia. L’ipotesi diagnostica diventa così “una sorta di scommessa sulla verità, scommessa che è sottoposta ad un vincolo a priori di coerenza e che a posteriori viene corretta alla luce del teorema di Bayes”3. Il clinical reasoning è dunque un ragionamento puramente probabilistico: la probabilità che sia vero “è proporzionale alla probabilità conferita a questa ipotesi dalle evidenze che la sostengono”3. Sulla base delle proprie conoscenze il medico assegna una certa probabilità a priori ad una determinata ipotesi diagnostica, che poi rivede e aggiorna a posteriori, alla luce delle informazioni e delle evidenze che emergono dal percorso clinico.
L’inferenza di tipo bayesiano - spiega un clinico come Giovanni Federspil, che su questi temi ha avuto un intenso confronto con Cagli – “consente di passare dalle probabilità nosologiche (o probabilità dei patologi) alla probabilità diagnostiche (o probabilità dei clinici)”4. Tale mancanza di determinismo nella spiegazione e l’inevitabile assegnazione di probabilità alle singole ipotesi diagnostiche, ad avviso di Cagli sono la dimostrazione della più autentica natura del ruolo del medico, insostituibile protagonista del ragionamento clinico e unico responsabile delle decisioni a cui esso conduce.
La procedura di scoperta di una diagnosi, o di una teoria scientifica, non segue una logica prestabilita, come conferma ampiamente la storia della scienza e quella della Medicina in particolare. L’ipotesi diagnostica, scrive Cagli, “è un cocktail tra osservazione, immaginazione, intuizione e logica che l’esperienza e lo studio possono contribuire ad esaltare, ma che in parte sono una dote naturale. Non vi è dubbio che resta sempre la necessità di non ‘innamorarsi’ di quelle diagnosi ipotizzate a colpo d’occhio, ma di esserne invece i più irriducibili critici”3.
Non solo non c’è un algoritmo per scoprire una nuova idea, ma nella logica dell’invenzione di un’ipotesi entra in gioco persino l’immaginazione, che può essere utile al clinico solo se guidata dalla conoscenza e dall’esperienza. Cagli ancora una volta si appoggia a Murri, “cerchiamo di immaginare ancora. Chi non sa fare ipotesi non sa cercare la verità. Più se ne immaginano e meno si corre il rischio di lasciare inconsiderata l’ipotesi giusta”5. E dunque, conclude Murri, “vedete quanto sia falso che l’immaginativa sia una dote perniciosa per il medico pratico: tutt’altro! Bisogna che egli immagini anche le cose più strane: ma purché sappia sempre ciò che ripeto da più di trent’anni: altro è immaginare, altro è dimostrare. Non si può concepire la dimostrazione di una cosa che non sia stata prima immaginata”5.
Tanto libera deve essere l’invenzione di una ipotesi quanto rigorosa deve essere invece la procedura di controllo. Nella scienza come nella clinica, afferma Cagli, un’ipotesi deve essere sottoposta al “controllo più severo della logica e della raccolta di nuovi elementi a conferma o a smentita”3. Coerenza logica e verità empirica sono dunque le caratteristiche che deve avere una diagnosi e, più in generale, una teoria per essere oggettiva. Riferendosi direttamente all’epistemologia di Karl Popper, Cagli è ben consapevole dei rischi che presenta il controllo empirico: il medico deve evitare la “trappola della conferma”, cioè decretare con certezza la verità di una ipotesi sulla base di un certo numero di fatti a favore6. E questo perché esiste un’asimmetria logica tra conferma e smentita di una teoria: poiché le conseguenze di una qualsiasi teoria sono in linea di principio infinite, un numero quantunque elevato di conferme la rende vera, mentre basta un solo fatto contrario per falsificarla. Questo significa che, come sostiene Dario Antiseri7, “il medico razionale non è colui che per salvare la diagnosi uccide il paziente, quanto piuttosto colui che, per salvare il paziente, uccide, cioè elimina o falsifica le diagnosi una dopo l’altra finché arriva, sperabilmente per il malato, a quella buona”2.
2. Il medico come detective: la logica dell’abduzione nella diagnosi clinicaIl lungo e appassionato confronto con Dario Antiseri, filosofo della scienza, ha segnato fortemente la meditazione epistemologica di Cagli. Un filosofo-epistemologo e un medico-scienziato, legati da una profonda amicizia, che si sono confrontati sui principali problemi metodologici ed etici che riguardano il mestiere del medico e il futuro della Medicina come disciplina scientifica. Un confronto, sfociato in un prezioso volume, che è diventato una autentica disputa intellettuale soprattutto sul tema del metodo induttivo, criticato dal popperiano Antiseri e difeso da Cagli8.
Proprio nell’ambito di questo dialogo con Antiseri, Cagli ritiene che la rigida alternativa tra metodo induttivo e deduttivo sia insufficiente per rendere conto del metodo clinico. Egli avanza la tesi secondo la quale il clinico tenta di risolvere problemi seguendo la logica dell’abduzione, una sorta di tertium genus tra induzione e deduzione, così come è stata proposta dal filosofo pragmatista americano Ch.S. Peirce:
“Si osserva il sorprendente fatto C, Ma se fosse vero A, C sarebbe spiegato come un fatto normale; Perciò c’è ragione di sospettare che sia vero A”9.
La spiegazione di un evento (C) consiste nell’eliminazione di quanto in esso c’è di sorprendente, nella sua “regolarizzazione”, cioè nella sua riconduzione a una legge di tipo più o meno generale (A). Si tratta di quello che è stato efficacemente definito il “paradigma indiziario”: si inciampa in un problema e, sulla base della propria conoscenza, si riconoscono le tracce lasciata da un evento, trasformandole in indizi significativi per arrivare a una ipotesi di soluzione.
Sulla scia delle tesi di Massimo Baldini10, Cagli sostiene che nella clinica come nella storiografia e nella detection si tenta di risolvere i problemi sviluppando un “ragionamento all’indietro”: occorre avere una mente tabula plena che consenta di individuare quelli che sono i sintomi per il medico, le tracce per lo storico e gli indizi per il detective, per poi risalire da tali effetti alle loro cause sulla base di conoscenze di tipo nomologico. Il medico, sostiene Cagli, “osserva ogni volta di fronte ad un malato un fatto ‘sorprendente’ […] che reclama una spiegazione”. “Potremmo dire che siamo di fronte ad un effetto di cui vogliamo indicare una causa e dobbiamo dunque procedere a ritroso come in una retroduzione, termine che è sinonimo di abduzione”; si tratta di “un procedimento tra i più adatti a spiegare soprattutto il procedimento logico con cui il medico interpreta i dati dell’esame obiettivo e quelli di laboratorio”2.
Il metodo clinico e, più in generale, il metodo scientifico, per Cagli segue la logica dell’abduzione. E tuttavia, mentre lo scienziato utilizza una “abduzione creativa” quando scopre nuove teorie, il clinico ricorre invece ad una “abduzione selettiva”, sceglie “tra molte altre, un’ipotesi diagnostica, selezionandola all’interno di quella enciclopedia dei quadri morbosi che è già data dalla conoscenza medica”2. Questa differenza è legata al fatto che il primo fa “scienza teorica” e il secondo “scienza applicata”, e, come sempre capita, è il fallimento del tentativo di applicare conoscenze disponibili per risolvere un problema ad aprire le porte alla ricerca di nuove teorie.
3. Elogio epistemologico del medico e del metodo clinicoLa natura congetturale e probabilistica del clinical reasoning, il perenne destino di verità provvisoria e rivedibile a cui è condannata ogni diagnosi, spinge Cagli ad una sorta di “elogio epistemologico” del medico, ad esaltare il suo ruolo di cercatore della verità il quale però, a differenza di uno scienziato, “non può aspettare il meriggio” (A. Murri) per prendere una decisione e scartane molte altre.
Cagli insiste sulla funzione di interprete svolta dal medico, che viene valorizzata e non svilita dalle nuove tecnologie, le quali pongono il clinico di fronte ad una sfida conoscitiva che richiede un di più di formazione epistemologica. Il suo punto di partenza è la critica a una concezione puramente positivistica che tende a considerare la base empirica come autoevidente. I fatti clinici, come quelli della scienza, non sono dati di cui occorre semplicemente prendere atto, ma sono invece costruzione teoriche di cui è protagonista il medico. Noi vediamo con gli occhi ma osserviamo con la mente, cioè con quel prezioso bagaglio di conoscenze che abbiamo accumulato. La mente vuota è dunque una mente “cieca” e i fatti, anche quando il procedimento diagnostico può avvalersi delle più avanzate tecnologie, devono essere sempre oggetto di interpretazione da parte del clinico3. Non ci può essere dunque observatio senza ratio: la seconda ha sempre una priorità epistemologica sulla prima, perché l’osservazione è possibile solo in quanto problem e theory oriented.
Sulla base di queste premesse, ampiamente condivise dall’epistemologia contemporanea, Cagli è consapevole che il metodo scientifico non serve solo per controllare le ipotesi diagnostiche rispetto ai dati clinici, ma è indispensabile anche per la “costruzione” di quegli stessi fatti su quali vengono messe a prova le ipotesi. Nella Medicina dei nostri giorni questo vale soprattutto per l’Evidence Based Medicine (EBM), la quale, secondo Cagli, si rivela un formidabile alleato del medico a condizione che la competenza clinica individuale venga integrata da adeguate conoscenze metodologiche. Le informazioni che offre l’EBM non sono per così dire autosufficienti, ma devono essere sempre interpretate dal “sapere di sfondo del medico”3.
“Se come giustamente sostiene Stasolla - spiega Cagli - la Radiologia è scienza ermeneutica, cioè fatta di interpretazioni, bisogna prima avere qualcosa da interpretare ed è questo qualcosa, poi, a divenire teoria, da fatto quale era”a, 11. Questo significa che “non vi sono ‘evidenze’ per ogni situazione”, per cui “il medico non dovrebbe considerare l’EBM come una vettura tranviaria obbligata a seguire un determinato binario per portarci a destinazione, ma come un’automobile in cui sia possibile, in certi casi, scegliere una strada più conveniente rispetto quella indicata dalla mappa ufficiale”3, 12.
Per cogliere le grandi opportunità che l’innovazione tecnologica mette al servizio della cura serve dunque un medico ben educato al metodo clinico. “Il futuro della Medicina sta nascendo. Si chiama comunicazione, automazione, intelligenza artificiale, informatica. Di un ‘medico nuovo’ però non si vedono neppure i prodromi. Non basta uno smartphone a fare un ‘medico nuovo’. Devono essere introdotti nuovi insegnamenti che preparino alla comprensione della logica degli algoritmi, al linguaggio delle macchine intelligenti. Solo così non ne diverremo schiavi […]. Contemporaneamente bisogna puntare al rafforzamento dell’approccio umano al paziente, affinché le macchine non schiaccino la Medicina facendola diventare una ‘officina riparazione organi rotti’”13.
Questo “elogio epistemologico” del clinico presenta un altro decisivo capitolo, da sempre particolarmente a cuore a Cagli: il medico deve essere un incessante protagonista della ricerca degli errori attraverso la critica. L’avanzamento della verità nella scienza, così come la soluzione di un problema clinico, passa in modo decisivo dalla capacità di individuare e rimuovere gli errori, che sono un inseparabile compagno di viaggio dello scienziato come del medico. Cagli insiste sulla necessità di formare i medici ad una epistemologia dell’errore, che li indirizzi soprattutto su tre aspetti degli errori medici: “sede dell’errore: errore di ragionamento riguardante il processo di catalogazione; natura dell’errore: insufficiente considerazione di eventuali possibilità alternative (diagnostica differenziale insufficiente); motivazione dell’errore: automatismo diagnostico, sopravvalutazione del criterio di probabilità, inadeguata conoscenza del quadro nosologico”2.
Ben consapevole del carattere ipotetico della conoscenza medica, per Cagli “ciò che conta è la consapevolezza che l’errore si può annidare in ognuno dei tanti elementi che ci portano alle decisioni operative” e che “non sarà mai completamente annullato”2. E tuttavia questa consapevolezza “non deve portarci a facili indulgenze, ma deve piuttosto indurci sempre alla massima sorveglianza”2 attraverso la critica e l’autocritica.
Anche in questo caso Cagli si affida alle parole di Murri: “solo gli sciocchi e i semidei, che si credono invulnerabili, prendono la critica per avversione, invece la critica non sarà la più alta, ma è certo la più fondamentale dote dello spirito, perché la più efficace profilassi dell’errore. Possono averla a vile solo coloro che, s’essa non fosse, passerebbero per geni”8, 14. Di conseguenza, conclude Murri, “per la formazione di un retto criterio medico sarebbe di benefizio incalcolabile una cattedra di storia della Medicina, o, meglio, degli errori medici; l’esame critico di questi errori costituirebbe il più utile insegnamento di logica medica”14.
4. La terapia umanistica per la "crisi della diagnosi"Vito Cagli è stato uno scienziato, un medico e un umanista come nella tradizione dei grandi clinici. E da medicus et philosophus è riuscito per così dire a mettere in prospettiva la scienza medica e la pratica clinica rispetto ai grandi cambiamenti sociali e culturali della sua epoca. Nella “società liquida” in cui, come ha mostrato Zygmunt Bauman, tendono ad evaporare le vecchie regole sociali e le nuove non hanno più il tempo di depositarsi e nella quale si assiste alla fine delle certezze e delle verità legate a fundamenta inconcussa, la Medicina deve fare i conti con delle sfide del tutto inediteb, 2.
La principale di queste sfide è rappresentata dal fatto che il medico è chiamato a fare diagnosi e terapia in un’epoca travolta dalla “velocità”. “Tutto si svolge sotto la sua insegna e la velocità travolge, sommerge, cancella e ricrea le novità, le fa apparire e le brucia, porta notizie sopraffatte subito dopo dall’arrivo di altre, costringe gli uomini a mettersi al passo con un ritmo che non è umano, che è piuttosto quello delle macchine che condizionano la loro vita: l’automobile, l’aereo, la radio, la televisione, il computer, gli SMS. Distanze cancellate, tempi ridotti ad attimi e allora manca lo spazio per il silenzio, l’ascolto, la riflessione”3.
Questo spirito del tempo mette in crisi la Medicina, e la diagnosi in particolare, perché costringe il medico a “farsi veloce” per “dimostrare la propria efficienza”. Una crisi prodotta soprattutto da una doppia asimmetria: 1) tra i tempi sempre più affrettati che ci si aspetta dalla cura e i tempi necessariamente più rallentati del malato e della sofferenza; 2) tra la velocità richiesta alla diagnosi e terapia e la complessità delle conoscenze delle scienze della salute e dell’organizzazione sanitaria. Da un lato, osserva Cagli, “c’è la sofferenza antica come l’uomo e che delle caratteristiche proprie dell’uomo ha conservato i tempi […], una sofferenza che viene patita nelle ore, nei giorni, nelle settimane, nei mesi, talora negli anni a mai negli attimi”3. Dall’altro c’è la “Medicina della velocità, con l’incontro fugace con il sollievo affidato ad un farmaco, che agirà quando e come può, con un intervallo che resta aperto al dolore, alla sofferenza, all’angoscia: un dolore che reclamerebbe una presenza medicatrice e non la trova”3. La frettolosità di una visita, delle dimissioni dall’ospedale lasciano l’uomo e il malato “solo”, impossibilitato a “sottrarsi alla paura e a un sentimento più profondo di infelicità”. E questo accade nonostante “mai come in questo nostro tempo la Medicina è stata capace di guarire”3.
Per questa crisi della diagnosi e della cura Cagli propone una terapia umanistica: 1) di tipo epistemologico, per consentire al medico per fare i conti al meglio con l’impetuoso avanzamento della conoscenza, con progressiva tecnologizzazione del suo lavoro e con la frammentazione specialistica del sapere biomedico e 2) di tipo etico ed antropologico, per mettere al centro della cura l’uomo, con le sue sofferenze, le sue paure, le sue speranze e anche con i suoi tempi. Il “medico tecnico” ha quindi bisogno del “medico umanista”: alla scienza necessaria per trattare la malattia more scientifico, occorre affiancare una formazione umanistica che consenta di comprendere il malato more humano3.
La società del terzo millennio ha bisogno di un medico che sia “sapiente nella propria disciplina” e che sappia inserirla “in un più vasto contesto di interessi e di saperi, capaci di aiutarlo ad avere una comprensione più ampia e più profonda dell’uomo, non ridotto unicamente a un organismo malato. Le chiavi di una tale visione dell’uomo possono essere diverse: la letteratura, come la filosofia; la storia come l’antropologia; la musica, come le arti figurative”3. “Non possiamo rinunciare alla tecnologia che è la cifra del nostro tempo, così come non possiamo rinunciare all’umanità – quella del paziente e la nostra stessa – che dovrebbe essere la cifra di ogni tempo”3.
Da qui nasce il grande interesse di Cagli per la “Medicina narrativa” e per la malattia come racconto letterario15, cioè per quello straordinario affresco di antropologia della sofferenza che offre la grande letteratura, la quale riesce spesso a cogliere la più profonda dimensione esistenziale meglio di qualsiasi trattato scientifico o filosofico. “Il medico educato alla frequentazione di descrizioni letterarie di situazioni mediche riesce meglio a cogliere le narrazioni dei suoi pazienti”, perché “l’uomo tutto intero non si trova sui testi di Medicina, la sofferenza non si insegna secondo canoni scientifici, il morire non si comprende sezionando un cadavere. È altrove che dobbiamo cercare tutto questo, sono altri coloro che ci possono guidare più vicino a questi confronti cui l’uomo è spesso chiamato”16.
Occorre dunque educare gli studenti di Medicina alla lettura di romanzi che affrontano i temi della malattia e della sofferenza. “Il medico chiuso nel proprio mondo, un mondo circoscritto all’anatomia, alla fisiologia e alla patologia in tutte le loro diverse articolazioni è un medico che non può far altro che applicare all’uomo una visione riduzionistica, quella dell’uomo-macchina. Da questa visione, emozioni, sentimenti, desideri e attese sono banditi; ma l’uomo vive di queste componenti, sono esse a dare colore all’esistenza di ognuno. E tanto più ciò accade nel malato, in cui speranza e disperazione sono i due poli tra i quali egli si muove”16.
La letteratura e, più in generale, la conoscenza umanistica, rimettendo al centro della cura l’uomo e consentendo di comprendere more humano le sue sofferenze, diventano anche uno straordinario stimolo per alimentare quella passione senza la quale il clinico non può essere all’altezza del suo compito. “Un medico senza passione, scrive Cagli, non sente la vita e la morte; forse può scorgere la malattia; non vedrà mai il malato […] Se visitare un malato diviene una prestazione, se raggiungere una diagnosi significa soltanto seguire pedissequamente delle linee-guida, se vogliamo soltanto un rispetto di regole e regolette, siano esse metodologiche o burocratiche, se dobbiamo farci imporre ciò che dobbiamo o non dobbiamo fare da professionisti estranei al mondo medico e legati a logiche estranee e spesso conflittuali con quelle della Medicina, allora la nostra crisi permarrà e si aggraverà”3, 17, 18.
Con il suo elogio del sapere umanistico, con la sua meraviglia per questo mondo, con la sua difesa della dignità umana, a cominciare da quella del malato, con la sua ricerca scientifica, con la sua pratica clinica, con il suo approccio interdisciplinare al problema della cura, Vito Cagli lascia ai medici del terzo millennio una preziosa eredità per rafforzare le basi scientifiche della Medicina e della clinica e per stimolare la formazione umanistica e la sensibilità etica del medico. Ed è per questo che lo possiamo considerare come un “contemporaneo” dei medici del futuro.
a. Scrive Alessandro Stasolla: “il segno non è un fatto ma una teoria: è, per quanto possiamo conoscere sulla base del nostro sapere radiologico di sfondo, una manifestazione di quella determinata patologia esplorata con quella metodica radiologica. Il segno è già teoria, congettura, speculazione: è ciò che dell’immagine noi siamo in grado di cogliere come elemento significativo. La circostanza che il segno sia già teoria, purtroppo, complica molto la vita del radiologo, perché i segni, come le teorie, nascono, cambiano, muoiono e risorgono”.
b. “Con quanta nostalgia - ricorda Cagli - siamo costretti a guardare a ciò che ci veniva insegnato o trovavamo nei manuali per preparare l’esame: erano asserzioni intrise di certezze che, quanto meno, ci rassicuravano. Fai in questo modo e sarai nel giusto! Poi, a poco a poco, abbiamo dovuto convincerci, in larga misura per conto nostro, che le cose non stavano così. Non soltanto perché a una nozione se ne aggiungeva o sostituiva una nuova (e questo era già un modo di mettere in crisi la Verità), ma perché spesso a una certezza si sostituiva un’incertezza”.
Prof. Enzo Di Nuoscio, Professore Ordinario di Filosofia della Scienza, Università del Molise; Docente di Metodologia delle Scienze Sociali, LUISS “Guido Carli”, Roma
Per la corrispondenza: enuoscio@luiss.it
BIBLIOGRAFIA