Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° S. 1, Dicembre - Dicembre 2025

Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli

07 ottobre 2025

Copertina Atti Quarto Trimestre 2025 Supplemento per sito.jpg

Versione PDF dell'articolo: Download

Freud e Groddeck, lo psicoanalista “selvaggio”

M. Giordano

Alcuni anni fa, Vito Cagli scriveva: “… se si vuole parlare di un incontro tra Medicina e Psicoanalisi si possono prospettare due strade possibili. La prima passa … per la cultura: la Medicina non dovrebbe mai perdere il contatto con la cultura del suo tempo, almeno se vuole pretendere, e dovrebbe farlo, di essere essa stessa parte di quella cultura. La seconda rimane tutta all’interno dell’ambito medico e vede nella Psicoanalisi uno strumento prezioso per poter affrontare meglio i problemi di taluni malati. …” (“Sognando l’Ippogrifo”, Ed. Laterza, Bari 1995)1. Questa affermazione introduce il capitolo sesto di quella pubblicazione, capitolo che affronta in modo più diretto il tema della “Medicina Psicosomatica” o, come egli preferisce formulare “Il campo psicosomatico”. È facile notare che la definizione è, per così dire, molto prudente, quasi “minimalista” rispetto a tale argomento, soprattutto se la mettiamo a confronto con l’immaginifico titolo del testo (“Sognando l’Ippogrifo”), dove si suggerisce che, laddove si riuscisse ad integrare i diversi “saperi”, la “Medicina” potrebbe, chi sa, mettere le ali ... . Ma le cose non sono in contraddizione: la lunga esperienza del clinico conosce bene i limiti (almeno a tutt’oggi) tanto delle discipline mediche quanto di quelle psicoanalitiche, e psicologiche in generale, rispetto alla capacità di “guarire”, e di conseguenza, accoglie, né più, né meno, con molta concretezza, rispetto alla causalità psichica delle malattie con evidenti alterazioni anatomo patologiche, la concezione espressa nel classico trattato di Medicina psicosomatica di Weiss e English (E. Weiss, S. English, Medicina psicosomatica, Astrolabio, Roma, 1950)2 accettata, peraltro, in fisiopatologia generale, di una sequenza che si può definire in questi termini, vale a dire: disturbo psicologico > menomazione funzionale > alterazione cellulare e molecolare > lesione anatomica, ecc. ecc.. Ciò, comunque, comporta l’accettazione di un modello interazionista del rapporto mente-corpo, vale a dire che, attraverso il sistema nervoso, la psiche è in grado di modificare il corpo.

Se si postula una possibilità del genere vi sono molti “gradi di libertà” per ritenere plausibili teorie di diversa “penetranza” dell’effetto “psicosomatico”. D’altra parte alcune conoscenze più attuali della psico-neuro-endocrino-immunologia potranno sicuramente, in un arco di tempo non molto lungo, gettare più luce su questi meccanismi, e, potenzialmente, intercettare nuove modalità di modificazione dei processi morbosi.

Indubbiamente una delle posizioni più “estreme”, nella considerazione del potere della psiche sul soma, fu quella di Georg Walter Groddeck (1866 – 1934). Laureatosi in Medicina a Berlino nel 1889, egli divenne ben presto un fervente ammiratore e discepolo del famoso Ernst Schweninger, caposcuola di un orientamento terapeutico che privilegiava la dietologia e la fisioterapia; Schweninger era noto anche per essere il medico personale di Otto von Binsmark, “ferreo” nelle sue prescrizioni, tanto da essere considerato l’unico che riuscisse a obbligare il “Cancelliere di ferro” (come era all’epoca soprannominato Bismark) a rinunciare ai suoi banchetti luculliani, per motivi di salute…                                         

Medico militare dal 1890 al 1897, Groddeck lascia, poi, l’esercito e si trasferisce a Baden Baden per dirigere una clinica appartenente a Schweninger. Tre anni dopo si dà alla professione libera e apre una sua clinica in quella stessa città.

Da allora Groddeck inizia anche a coltivare i suoi interessi culturali, e letterari in particolare, che si intrecciano, evidentemente, con le prime letture di Freud. Nel 1905 pubblica il romanzo “psicoanalitico” “Ein kind der Erde” (Un figlio della terra)3, e nel 1906 il poema “Hochzeit des Dionysos” (Le nozze di Dioniso)4: è evidente che egli comincia a sentire anche l’influenza di Nietzsche (per un “caso”, tra l’altro, Groddeck aveva, a Berlino, frequentato lo stesso liceo dove si era formato quest’ultimo). Dopo il 1910, attraverso la cura di una paziente, si convince dell’importanza di un “quid di inconscio” che condiziona non solo la vita psichica, ma anche la salute fisica dell’essere umano. Nel 1913 assurge ad una certa notorietà per il successo di un libro sul suo maestro Schweninger dal titolo “Nasamecu5 (dalle sillabe iniziali del noto adagio “Natura Sanat, Medicus curat”).

Nel maggio 1917 Groddeck scrive la sua prima lettera a Freud per comunicargli la sua completa adesione alle sue teorie psicoanalitiche. Da allora comincia una corrispondenza ed un’amicizia che durerà fino al 1934, anno della morte di Groddeck stesso.

Il primo scambio epistolare (27/05/1917-05/06/1917) chiarisce subito il tenore del loro rapporto e l’autenticità della loro modalità di comunicazione; dopo un ampio preambolo Groddeck scrive a Freud: “Già molto tempo prima di conoscere nel 1909 la paziente di… , rispetto alla quale mi trovai, dopo poche settimane di trattamento, di fronte ai fenomeni di transfert e di resistenza, mi ero convinto che corpo e anima costituissero un tutto unico, e che in questa totalità stesse nascosto un ‘Es’, una forza da cui veniamo vissuti, mentre crediamo di essere noi a vivere. … In altri termini, io ho rifiutato fin dall’inizio la distinzione fra disturbi fisici e disturbi psichici, tentando di curare il singolo individuo in sé, e l’‘Es’ in lui, cercando una via che porta nell’inesplorato…. Se ben comprendo, per ora la psicoanalisi lavora col concetto di nevrosi. Io suppongo tuttavia che anche per Lei, dietro questo termine, c’è tutta intera la vita dell’uomo. Comunque, così è per me. L’ ‘Es’, che è in misterioso rapporto con la sessualità, con l’Eros, o comunque si voglia chiamare, plasma il naso e la mano dell’uomo così come ne plasma i pensieri e i sentimenti, e si esprime sotto forma di polmonite o di cancro non meno di quanto possa esprimersi in forma di nevrosi ossessiva o di isteria; e così come l’attività dell’‘Es’ che si presenta sotto forma di … nevrosi è oggetto del trattamento psicoanalitico, lo è anche quella che si manifesta sotto forma di vizio cardiaco o di cancro. Non c’è nessuna differenza essenziale … è solo una questione pratica, di valutazione personale, decidere in quali casi si debba rinunciare a praticare il trattamento analitico. Devo usare il termine trattamento, poiché non credo che l’attività del medico vada oltre il trattamento: alla guarigione non provvede lui, bensì appunto l’‘Es’. Questo è dunque il punto in cui non mi è chiaro se ho il diritto di spacciarmi ufficialmente come psicoanalista oppure no. …” La risposta di Freud a questa lettera è, a dire poco, entusiastica; a stretto giro di posta (la data è del 5 giugno 1917) si esprime così: “Egregio Collega, da molto tempo non ho ricevuto una lettera che mi abbia così rallegrato, così interessato e così stimolato a rispondere con la franchezza analitica invece che con la comune gentilezza dovuta all’estraneo.  Dunque ci proverò. … io devo avanzare le mie pretese su di Lei, devo affermare che Lei è uno splendido analista, il quale ha afferrato irrevocabilmente la sostanza della questione. Chi riconosce che il transfert e la resistenza sono la chiave di volta del trattamento appartiene ormai, senza rimedio, alla schiera ‘selvaggia’ ”. (È importante, a questo punto, sottolineare che è proprio qui, in questa prima lettera di risposta di Freud a Groddeck che compare l’aggettivo “selvaggio” (“wild” nel testo tedesco), nel senso di una cameratesca e affettuosa ingiuria, con la quale Freud definisce anche sé stesso ed i suoi autentici seguaci. In realtà nelle traduzioni italiane, fino ad alcuni anni fa, tale termine, wild, era tradotto con “dannata” (“schiera dannata” nella edizione p.b.a. Adelphi, 1973, del carteggio Freud-Groddeck, tradotto da Laura Schwarz)6, forse per accentuare il concetto in senso più trasgressivo (?), ma tale traduzione questa volta davvero “tradiva” l’intenzione di Freud e, soprattutto oscurava il dato storico e biografico, vale a dire che l’aggettivo “wild”, “selvaggio”, risaliva proprio all’occasione di questo primo scambio epistolare, e non con una connotazione negativa, ma con il contrassegno dell’accettazione convinta di Groddeck nel novero dei più graditi seguaci di Freud stesso (riguardo a ciò si rimanda al volume “Il re selvaggio. Georg Groddeck ai congressi psicoanalitici” di Michele M. Lualdi, EBS Print Editore, 20227, e all’intervista fatta all’autore da Anna Cordioli presso il Centro Veneto di Psicoanalisi nel 2023, in occasione del centenario della pubblicazione non solo de “L’Io e l’Es” di Freud8, ma anche de “Il Libro dell’“Es” di Groddeck9). Ed in quella lettera quest’ultimo prosegue con queste parole: “Che poi egli possa chiamare ‘Es’ l’Ubw (abbreviazione per umbewusste, inconscio), ciò non fa alcuna differenza. Mi permetta di farLe notare che non occorre alcun ampliamento di Ubw per coprire le sue esperienze sui disturbi organici. Nel mio saggio sull’Ubw che Lei menziona, troverà una piccola annotazione: ‘Rimandiamo ad un altro contesto l’accenno ad un’altra importante prerogativa dell’inconscio’. Le confiderò ora quello che lì avevo taciuto: l’affermazione che l’atto inconscio ha una intensa influenza plastica sui processi somatici, quale non viene mai raggiunta dall’atto cosciente. Il mio amico Ferenczi, che ne sa qualcosa, ha preparato per la ‘Internationale Zeitschrift’ uno scritto sulle patonevrosi che si avvicina molto a quanto Lei mi comunica. …”  Ma vi è di più, perché, nella stessa lettera, poco oltre, Freud scrive: “Le sue nuove osservazioni concordano così bene con le idee esposte in quel saggio che desideriamo solo che, al momento in cui uscirà, il Suo lavoro sia già pubblicato, per poterci richiamare ad esso” (?!) Affermazione che appare, da parte di Freud, estremamente cortese e rispettosa della giusta aspirazione di Groddeck al riconoscimento della priorità di una “idea” ma che, paradossalmente, viene subito contraddetta… Infatti al capoverso successivo scrive “… mi dispiace che Lei abbia, a quanto sembra, così poco superato la banale ambizione alla originalità, e aspiri alla priorità” (?!) e ancora “Se è sicuro di essere giunto da solo alle sue idee, a che Le servirebbe anche l’originalità? E d’altra parte, può essere sicuro su questo punto? Lei ha pur sempre dieci o forse quindici anni meno di me ...”. Le parole di Freud, ad un lettore apparentemente “obiettivo”, e storicamente distante, possono apparire davvero sorprendenti. Ma, pure, vanno reinterpretate alla luce di alcune considerazioni.

Alcuni anni prima, tra il 1910 e il 1914 maturano gli esiti di divergenze e conflitti interni alla Società Psicoanalitica di Vienna che porteranno, dapprima, all’abbandono da parte di A. Adler della direzione del “Zentralblatt fur Psychoanalyse” ed alla sua separazione definitiva da Freud, e, poi, allo scisma Junghiano e del gruppo degli zurighesi (Bleuler in testa). L’abbandono dei suoi allievi più stimati ed amati aveva rappresentato per Freud un trauma emotivo molto più rilevante di quanto solitamente viene ricordato dagli storici del movimento psicoanalitico (va detto, per inciso, che anche Jung, dopo la separazione da Freud, ebbe una grave “crisi nervosa” che, come ricorda nelle sue “memorie”, lo impegnò per sei “durissimi anni”) e, comunque il tema della “priorità” di certe “intuizioni” si era già presentato con tali allievi, ed è come se Freud temesse il riproporsi di simili dispute. È rilevante che il conflitto tra Freud e i suoi seguaci di maggior spicco si svolga proprio sul terreno relativo alla natura delle energie pulsionali e sulla teoria della “libido”.

Al presagio adleriano relativo alla criticità della “pulsione d’impossessamento” e, quindi, della “volontà di potenza” nei rapporti tra il soggetto e l’umwelt, ed alle obiezioni Junghiane sulla problematicità e sulla complessità del concetto di libido, Freud, con “Introduzione al narcisismo” (1914)10 risponde proponendo la teoria “più monistica”, se è lecito usare questa locuzione, rispetto ad ogni altro momento elaborativo nella storia del suo pensiero; “più monistica” perché se, fino a quel momento, egli aveva contemplato una polarità conflittuale tra pulsioni di autoconservazione e pulsioni sessuali, a questo punto, la polarità non concerne più il substrato energetico delle pulsioni stesse (comunque ridefinite come “pulsioni libidiche”) ma, piuttosto la loro direzione: è il luogo dell’ingresso dei concetti di “libido oggettuale” e di “libido dell’Io”. Questo monismo assoluto tramonterà in modo radicale sei anni dopo, in “Al di là del principio di piacere11

Per una particolare “coincidenza” si trattava anche degli anni che avrebbero condotto alla “Grande Guerra” ed al definitivo attacco agli “anciens regimes”, ciò che avrebbe avuto per risultato il crollo degli imperi centrali, la fine dell’“Austria Felix” e la nascita dei totalitarismi più sanguinari del XX secolo.

La corrispondenza Freud-Groddeck inizia nel 1917, quindi durante il quarto anno del grande conflitto (uno dei figli di Freud è in guerra e vi morirà l’anno successivo). Si tratta, per lui, di un periodo di forti tensioni, di ipersensibilità affettiva e, forse, di timori di nuovi “tradimenti”…..

Senonché, a pochi mesi di distanza dal primo contatto epistolare, il 28 ottobre 1917, già Freud invia a Groddeck una paziente “…Oggi ho visto una signora di 44 anni che voleva farsi rimettere in sesto sul piano psicologico, ma per la quale ho dovuto emettere una diagnosi di sclerosi a placche… Io ho rifiutato, ma Le chiedo: Lei potrebbe accettare nella sua clinica un caso del genere, nel cui decorso è evidente l’influsso dei fattori psichici? ...” .

Naturalmente Groddeck accetta di buon grado.

Nei due anni successivi, mentre l’Austria e la Germania crollano sul piano militare, politico, amministrativo, socio-economico e, quindi, anche psicologico, la corrispondenza tra i due si rarefà… Riprenderà nell’ottobre del 1919. In questo periodo Groddeck è in cerca di un editore per un suo “romanzo psicoanalitico”, il “Thomas Weltlein” (che uscirà, poi, con il titolo “Lo scrutatore d’anime”)12. La cosa non è agevole, sia per la singolarità dell’argomento, sia a causa delle grandi difficoltà economiche, in quel periodo storico, per l’editoria tedesca (e austriaca). Nella lettera del 8 febbraio 1920 Freud scrive a Groddeck “… concordo con Lei che il libro non potrà incontrare il gusto di tutti… Non è facile sopportare pensieri così intelligenti, audaci e impertinenti… tuttavia Lei deve cercare di farlo pubblicare…”. Seguono degli scambi epistolari in cui Freud entra nei dettagli dei costi dell’operazione editoriale…: Vienna , 9 maggio 1920: … la carta costa 1 marco al foglio, e, quindi, per 20 fogli circa e 1000 copie, ci vorranno 20000 marchi. Mi dia la bella notizia che somme del genere non la preoccupano!...  . No. Groddeck non si preoccupa…: si farà carico delle spese e Freud sarà soddisfatto di poter accogliere il libro fra le pubblicazioni della casa editrice ufficiale del movimento psicoanalitico, il Psychoanalytischer Verlag, e con tutti gli onori; alcuni anni dopo (in una lettera di auguri per il sessantesimo compleanno di Groddeck, nel 1926) affermerà, infatti: “Dobbiamo tutti dirle grazie per il sorriso delizioso con cui, nel suo ‘Scrutatore d’anime’, ha rappresentato le nostre indagini sull’anima, altrimenti tanto serie…” (vi è anche un’autoironia sulle indagini psicoanalitiche…). L’inusitata idea di Groddeck, nello “Scrutatore d’anime”, è di fare dell’“Es” il protagonista di un romanzo…Il romanzo psicoanalitico, annunciato nel sottotitolo, diventa allora uno sfrenato romanzo picaresco, scosso da una inesauribile comicità e allegria, cronaca del grave sconquasso prodotto dall’irruzione dell’“Es” nei più diversi ambienti della Germania prussiana… nelle birrerie e nelle prigioni, fra principi e truffatori, socialisti e femministe, militari e medici, donnine allegre e signore prudes. Portatore (eroe e vittima) dell’“Es” è qui un borghese di mezza età, scapolo e benestante, che conduce una vita quieta e lievemente ottusa fino al giorno in cui una “rivelazione improvvisa” lo convince ad abbandonare ogni sua idea precedente, e perfino il suo nome… , e a gettarsi all’avventura, trasformandosi in un geniale buffone, regredito all’infanzia, da un lato, ma asceso alla saggezza, dall’altro, pronto a diffondere ovunque una “buona novella” che tutti giudicano assolutamente sconveniente, ma da cui tutti, in qualche modo, rimangono contagiati. Da quel momento si attraversa, con lui, una galleria di personaggi disparati, che compongono, non a caso, una satira pungente della Germania dell’epoca… Ma tali personaggi vengono coinvolti dal protagonista in conversazioni intimissime e sofisticate in cui, in modo apparentemente ludico vengono, in filigrana, manifestate molte delle idee e delle teorie che Groddeck esporrà in forma più tecnica nel “Libro dell’“Es”. [Dal commento di Amina Pandolfi, introduzione a “Lo Scrutatore d’anime”, Adelphi, 1976].

Ma per tornare alle lettere scambiate a partire dal 1917, si può evidenziare come tra i due interlocutori inizi ad emergere e prender forma in modo più significativo il concetto di “ES”. Groddeck afferma che, nelle formulazioni di Freud (ad esempio nel saggio sull’inconscio del 1915) sembra sussistere, almeno apparentemente, una eccessiva contrapposizione tra inconscio e coscienza, come se ci si trovasse di fronte a due diverse forze. Egli, invece, è convinto che la coscienza sia semplicemente una delle manifestazioni dell’inconscio; che tutto ciò che accade nella vita umana, venga creato dall’inconscio (dall’”ES”). Freud, inizialmente risponde che il concetto di inconscio, così come lui l’ha formulato, è, per così dire, sufficiente a contemplare questa pluralità di accezioni e potenzialità. Ma, in seguito, appare sempre più convinto che l’ES, come formulato da Groddeck, abbia una valenza più “satura”. Infine in una lettera del 17 aprile 1921 scrive: “Comprendo assai bene perché a Lei l’Ubw (l’inconscio) non basti per farle considerare l’“ES” superfluo. Anche per me è così ... Perciò da molto tempo io raccomando nella mia cerchia intima di non contrapporre fra loro l’inconscio e il preconscio, bensì un Io coerente e una zona rimossa, staccata da esso… Ma…..Anche l’Io nelle sue zone profonde è altrettanto ‘profondamente’ inconscio, e confluisce appunto col nucleo del rimosso… si potrebbe quindi affermare che le distinzioni e le suddivisioni da noi osservate valgono solo per gli strati relativamente superficiali, non per le profondità, per le quali il suo ‘ES’ sarebbe la denominazione giusta. Pressappoco così: ……. e, a questo punto della lettera Freud, con un disegno, fa una rappresentazione topologica dell’apparato psichico, un disegno che comparirà praticamente identico ne “L’Io e l’ES” del 1923 …. In sostanza la “seconda topica freudiana” è stata elaborata da Groddeck e da Freud tra il 1917 e il 1923, soprattutto grazie a questi scambi epistolari, iniziati per una sorta di scrupolo del medico di Baden Baden, che chiedeva al “maestro” se poteva fregiarsi de titolo di psicoanalista…

Nella lettera del 22 maggio 1921 Groddeck risponde tra l’altro: “... Le sue parole e lo schizzo del rimosso, dell’Io e dell’‘ES’ mi sono serviti e daranno frutti. Molte grazie!”

Nel frattempo Freud desidera che i rapporti di Groddeck con il movimento psicoanalitico diventino più organici e fa sì che egli si iscriva al gruppo di Berlino, per vicinanza geografica. A questo punto egli fa parte della Società Psicoanalitica a tutti gli effetti. Ma negli scambi epistolari si manifestano anche delle differenze di vedute, pur con la franchezza e il rispetto reciproco di sempre; ad esempio nella lettera del 12 febbraio 1922 Freud scrive: “… non condivido il suo panpsichismo, che si spinge fino al misticismo, mentre io rimango fedele al mio vecchio agnosticismo… Ma tutto ciò l’ho riconosciuto come suo buon diritto personale, non mi ha guastato il godimento dei suoi scritti, né influenzato nella valutazione delle sue originali scoperte e concezioni.

Nel 1922 Groddeck partecipa al suo primo Congresso Internazionale di Psicoanalisi (Berlino, 25-27 settembre 1922), con una conferenza sull’“ES”. È per lui un’esperienza molto negativa, e riceve molte critiche, a suo avviso malevole, da parte degli analisti più conformisti. In una lettera del Natale 1922 Freud riconosce che sia stata una esperienza “infelice”, ma ribadisce che la sua stima per lui rimane invariata e gli ricorda come, già da tempo, ha accettato il concetto di “ES”. E poi, più specificamente scrive: “Io credo che l’‘ES’ (in senso letterario, non associativo) Lei l’abbia preso da Nietzsche. Posso affermarlo anche nel mio scritto?”  Questa domanda non sembra ricevere risposta da Groddeck nella lettera successiva, ma per associazione di idee, fa pensare a quella critica di Freud alla pretesa di “originalità” a cui Groddeck non dovrebbe aspirare …. Per la verità gli storici della filosofia tendono a mettere in dubbio che l’“ES” di Nietzsche abbia una stretta affinità con l’“ES” di Groddeck, ma tant’è…

Infine Il “Libro dell’“ES” di Groddeck vede la luce. E il 25 marzo 1923 Freud scrive: “… Mi congratulo perché finalmente è uscito il suo ES. Questo libriccino mi è molto caro…...  Oltre a ciò, l’opera sostiene il punto di vista teoricamente importante che io ho affrontato nel mio libro di prossima pubblicazione, ‘L’Io e l’’ES’ ...’ Alla fine del mese di aprile successivo, appunto, viene pubblicato il saggio di Freud. Ma il 1923 è un anno infelice per quest’ultimo: nella lettera del 21 giugno egli scrive: “Caro Dottore, … Non si meravigli per la mia risposta breve e tardiva…..sono stato malato e ho avuto una operazione alla bocca, e ora in sole tre settimane ho perso un caro nipotino di tubercolosi miliare. Ciò addolora e induce al silenzio”.…  In effetti in quell’anno inizia il lungo periodo della malattia di Freud, quel cancro alla mascella che lo porterà a morte molti, molti anni dopo, nel 1939. Il 25 novembre 1923 egli scrive a Groddeck: “…. Di me devo dire che sono malato… Non si può certo sapere a priori se la cosa continuerà d’un solo tratto o se ci saranno delle pause. Ma una fine comunque ci dev’essere, e certo non mancheranno i continuatori. Uno di questi sarà lei”.

Ma le cose andranno diversamente: Groddeck morirà nel 1934…. Cinque anni prima di Freud. Ma la loro corrispondenza durerà ancora a lungo. E per quanto riguarda la malattia, il 5 dicembre 1923, Groddeck scrive: “Illustre Professore, la sua lettera ha confermato le voci che mi erano giunte. Sono triste, non riesco a dire di più”. Ma più oltre prosegue “… Sono diventato talmente folle nelle mie idee, che per me non esistono malattie incurabili. Gli insuccessi dipendono dal medico, non dal tipo di malattia. Ma bisogna che il medico voglia veramente, e così pure il malato. Poiché nel suo caso medico e paziente sono la stessa persona, basta convincere uno dei due a volere. Non sta bene che l’uovo si creda più intelligente della gallina. Ma io l’amo e non posso fare a meno di Lei”. Ovviamente la metafora è un atto di reverenza nei riguardi del “Maestro”, ma ciò che colpisce, in questo passo è l’autenticità della relazione affettiva. La storia, poi, dopo tutto, sembra aver dato ragione a Groddeck, visto che la pulsione di vita di Freud gli ha permesso di vivere altri sedici anni…

Al Congresso di Salisburgo del 1924 Groddeck non partecipa quando viene a sapere che Freud non vi sarà presente. Nella lettera del 18 dicembre 1924 scrive, infatti, “… mi accorgo sempre più che amo molto Lei, ma non la strana atmosfera belluina dei congressi. In amicizia sono solo con Ferenczi, che è tanto bravo da venire a cercarmi qui …”.        

Nella lettera di risposta del 21 dicembre 1924 Freud così scrive a Groddeck “…Mi dispiace che Lei voglia erigere una barriera tra sé e le altre belve del serraglio congressuale. È difficile praticare la Psicoanalisi isolati; si tratta di un’attività squisitamente sociale. Certo sarebbe molto più bello che ruggissimo e urlassimo tutti in un bel coro ritmato, invece che ringhiare ognuno per sé nel proprio angolino. Lei sa quanto io apprezzi la Sua simpatia verso la mia persona, ma ora dovrebbe trasferirne un pochino anche sugli altri. Non ne deriverebbe che un bene per la causa”. Il fatto che qui Freud usi la parola “causa”, come si può usare per una ideologia politica o religiosa, è significativo. Questo, da un lato segna la differenza di concezione del ruolo della Psicoanalisi, e delle sue strutture istituzionali, tra Freud e Groddeck (che si muove con estrema libertà rispetto ai vincoli della “teoria”, e alle eventuali critiche di eterodossia da parte di altri seguaci del “Maestro”) e dall’altro testimonia di un processo di progressivo irrigidimento di quelle strutture, in fondo voluto da Freud stesso, per l’affermazione della “causa”, attraverso la cooptazione di seguaci particolarmente fedeli, anche sul piano dottrinale. Cagli, non a caso, sottolinea il fatto che, nel tempo, si è realizzato un fenomeno di “splendido isolamento” della Società Psicoanalitica che si è manifestato anche nel “monopolio” dei meccanismi della “formazione” degli psicoanalisti, mediante degli Istituti di training sempre più selettivi, ed iter di processi associativi particolarmente lunghi. Tutto ciò a dispetto del fatto che le cosiddette analisi didattiche degli analisti della prima generazione erano state brevi e prive di setting credibili…, tanto che lo stesso Freud ammetteva di aver analizzato Eitingon nel corso di alcune passeggiate serali….

Ma, ormai, Groddeck è interessato a mantenere un rapporto affettivo costante con il suo interlocutore privilegiato, e a sostenere in lui una forte tensione “terapeutica” rispetto alla sua malattia: il 15 aprile 1925 scrive: “Illustre Professore, ho letto la sua autobiografia e ne ho avuto grande piacere. Nelle ultime frasi è racchiusa una tale forza elementare che mi sono convinto della sua guarigione ...”. E il 18 giugno 1925 Freud si esprime così: “Caro dottore, La ringrazio per le notizie, e per lo scritto che mi ha mandato. Tutto ciò che viene da Lei mi interessa anche quando non sono d’accordo sui particolari. Nel suo ‘ES’, naturalmente, io non riconosco il mio ‘ES’ civilizzato, borghese, privo di misticismo. Ma tuttavia, come sa, il mio deriva dal suo …. 

La corrispondenza tra i due continua fino al 1934, anno della morte di Groddeck. Ma l’influenza di quest’ultimo su Freud è stata senz’altro sottovalutata dalla maggioranza dei commentatori, proprio per la sua caratteristica di “battitore libero” e del suo intento di privilegiare il rapporto individuale col Maestro. Ma Oscar Pfister, nello “Schweizerische Zeitschrift fur Psychologie”, IX, 2, pag. 153, ricorda la seguente frase di Freud: “Subito dopo la pubblicazione del Libro dell’‘ES’ Freud mi disse, in una conversazione, ‘Certamente Groddeck ha ragione al novanta per cento nel far risalire all’ES i disturbi organici, e forse ha colto nel giusto anche per le altre cose’”.

Nonostante la tendenza della maggioranza degli analisti ortodossi a mettere in ombra l’opera di Groddeck, altri, come Fromm e Balint, hanno riconosciuto l’importanza del suo pensiero e ne sono stati influenzati. In una recensione sull’International Journal of Psychoanalysis (1951)13 Michael Balint scrisse: “… Il Libro dell’ES è uno dei miei libri preferiti, forse il primo scritto di Medicina che prenda in seria considerazione l’idea che le malattie che ci colpiscono, somatiche oppure organiche, possano essere di origine emotiva, e cioè l’espressione di emozioni inconsapevoli o mistificate…” e nello stesso numero del Journal apparve anche una recensione di Edgard Glover nella quale Groddeck fu definito uno dei “… più potenti ed originali diffusori della medicina psicologica. Più di qualsiasi altro egli si è sforzato di dimostrare ad un corpo medico orientato esclusivamente verso la medicina organica, l’esistenza e l’universale incidenza dei meccanismi di conversione dell’isteria nella malattia organica e gli apporti psichici nella malattia in generale. A questo appassionato interesse egli univa uno spirito di ricerca infaticabile dei fattori psichici determinanti nelle nevrosi e nelle altre malattie. Accanto a questi fondamentali orientamenti, la sua immaginazione era stata folgorata dall’idea di forze impersonali che si manifestano attraverso varie attività e strutture psichiche e somatiche…”

Nel 1986 a Zurigo venne fondata la Georg-Groddeck-Gesellschaft, con sede a Francoforte a.M., allo scopo di far conoscere la vita e gli scritti di Groddeck.


Prof. Mario Giordano, Psichiatra Psicoanalista, Centro Psicoanalitico di Roma

Per la corrispondenza: giordano.mario@libero.it 

BIBLIOGRAFIA

  1. Cagli V. Sognando l’Ippogrifo. Per un incontro tra medicina e psicoanalisi. Bari: Ed. Laterza, 1995.
  2. Weiss E, English OS. Medicina Psicosomatica. Roma: Astrolabio, 1950. 
  3. Groddeck G. Ein Kind der Erde. Zurich: Psychosozial Verlag, 1905.
  4. Groddeck G. Hochzeit des Dionysos. Zurich: Psychosozial Verlag, 1906.
  5. Groddeck G. Nasamecu. Zurich: Psychosozial Verlag, 1913.
  6. Freud S, Groddeck G. Carteggio Freud-Groddeck. Milano: Adelphi, 1973.
  7. Groddeck G, Simmel E, Lualdi MM. Il Re Selvaggio. Groddeck ai congress psicoanalitici. Verona: EBS Print Editore, 2022.
  8. Freud S. L’Io e l’ES. Opere Complete Vol. 9. Torino: Bollati-Boringhieri, 1923.
  9. Groddeck G. Il libro dell’ES. Lettere di psicoanalisi a un’amica. Milano: Adelphi, 1990.
  10. Freud S. Introduzione al Narcisismo. Opere Complete Vol. 7. Torino: Bollati-Boringhieri, 1914.
  11. Freud S. Al di là del principio del piacere. Opere Complete Vol. 9. Torino: Bollati-Boringhieri, 1920.
  12. Groddeck G. Lo scrutatore d’anime. Un romanzo psicoanalitico. Milano: Adelphi, 1976.
  13. Balint M. Exploring the Unconscious: By. Georg Groddeck. (London: Vision Press Ltd., 1950.). International Journal of Psychoanalysis 1951;32:250-1.