Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° S. 1, Dicembre - Dicembre 2025

Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli

07 ottobre 2025

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Mente e Corpo. Psicoanalisi e Medicina. Una dimensione negata dall'impossessamento. Ricordo di Vito Cagli, Premio Musatti 2001

E. Izzo

“La Medicina e la Psicoanalisi richiamano quelle persone che, pur non andando d’accordo, sono costrette a vivere insieme e ad occuparsi delle stesse cose” (Cagli 1995, IX)

Conobbi Vito Cagli nella seconda metà degli anni Novanta, ovviamente del secolo passato. Gli avevo chiesto un incontro personale, avendo saputo della sua profonda competenza in Medicina e della sua ricerca sull’influenza delle emozioni nelle malattie del corpo. Desideravo chiedergli molte cose e ascoltarlo in un incontro a due.

Anche io ero già medico e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), ma solo con il passare degli anni ho capito meglio ciò che mi disse. Non fui in grado di capirlo pienamente quel giorno, perché Cagli, già da molto tempo prima di me, viveva nella propria esperienza quotidiana la distanza fra medici e psicoanalisti. Anch’io sentivo il disagio della scissione delle due discipline che tuttora amo, ma mi davo spiegazioni abbastanza superficiali a proposito del loro difficile dialogo.

L’incontro con Cagli determinò in me un approfondimento, che poi è giunto ad una più chiara valutazione, purtroppo abbastanza pessimistica sulla distanza che credo impossibile da eliminare, come dirò in seguito.

Da Joseph Breuer a Wilhelm Fliess

Per iniziare a riflettere su una possibile interpretazione delle ragioni della netta separazione fra Psicoanalisi e Medicina, penso alla trasmissione trans-generazionale. Dobbiamo cioè ricordare che tutto ebbe inizio proprio con lo scopritore della Psicoanalisi, cioè il complesso problema era già presente in Sigmund Freud, per la sua doppia formazione fra la Neurologia e la Biologia da una parte, e la scoperta dell’inconscio dall’altra.

Una separazione forse impossibile da integrare per la maggior parte dei terapeuti, anche per i limiti che il tempo impone a coloro che praticano queste due discipline.

Sigmund Freud si allontanò, dopo più di un decennio di intenso rapporto, dall’amico Joseph Breuer, medico accademico, cultore di Biologia e sostenitore del metodo scientifico, per passare ad un nuovo profondo legame con Wilhelm Fliess, un otorinolaringoiatra poco stimato dalla comunità scientifica berlinese. 

Quella sostituzione fu la testimonianza della separazione, mai più sanata, fra la Medicina e la Psicoanalisi, fra le scienze certe e l’attenzione sull’inconscio visto dalla Psicologia psicoanalitica.

L’uomo che aveva iniziato a formarsi con Brucke e Meynert, che aveva costruito quel lungo e profondo rapporto con Breuer, non riuscì mai ad allontanarsi -definitivamente- da quella cultura ma, continuando a sentirsene attratto, non riuscì mai ad integrare dentro di sé le sue due anime. Non riuscì ad integrare l’uomo che aveva interpretato i sogni ed i sintomi isterici non più come prodotti di una malattia neurologica.

Quel cambio del legame, professionale e affettivo, servì a Freud, proprio per giustificare -a sé stesso- la necessità di affrontare, in un modo assolutamente nuovo, la sofferenza mentale nella nuova prospettiva da lui intravista.

Vito Cagli, medico straordinario, affrontò con passione il complicato problema delle possibilità del medico di compiere un proprio iter professionale per acquisire la capacità di “leggere al di là della fisicità”.

Anche Freud era partito per Parigi con l’obiettivo di vedere, al di là della fisicità, l’applicazione delle tre fasi della terapia dell’ipnosi con la quale, il neurologo francese Jean-Martin Charcot (alla Salpetriere) curava le donne isteriche, ritenendo che l’isteria fosse una malattia esclusivamente femminile e l’ipnosi una cura per donne particolari, dall’Io fragile. Freud, al contrario di Charcot, si andava convincendo che l’origine di quella patologia fosse da ricercare in fattori assolutamente psichici e non neurologici.

Nel 1899 Freud andò anche a Nancy, per incontrare un altro stimato medico-neurologo del tempo, Hippolyte Bernheim, il quale sosteneva che l’ipnosi, essendo un prodotto della suggestione, non aveva posto nella eziologia dell’isteria, come invece aveva detto Charcot.

L’esperienza francese convinse ancor più Freud che, una volta tornato a Vienna, sentì giunto il tempo per comunicare ai neurologi viennesi il suo pensiero secondo il quale, non solo per l’isteria, ma a partire da qualunque sintomo: “... alla fine si giunge sempre infallibilmente nel campo dei fatti sessuali” (Freud 1986, 340).

Questa comunicazione sancì la nascita della Psicoanalisi ed il definitivo divorzio fra la Medicina e la Neurologia da una parte, e la nuova Psicologia dall’altra. Un divorzio mai più rimesso in discussione e che confermava la scissione fra i due diversi approcci terapeuti.

Con la nascita della Psicoanalisi si apriva il problema della formazione e dei formatori.

La Medicina ha continuato ad essere portatrice della distanza fra un soggetto che detiene il sapere e un oggetto su cui applicare quel sapere. Vito Cagli si pone la inquietante domanda se questa stessa posizione non sia stata assunta anche dagli psicoanalisti. 

In non piccola parte, questo è realmente accaduto per il frequente prevalere, anche a volte negli analisti, come in ogni soggetto, di una pulsione che spinge all’impossessamento narcisistico dell’altro. Di questa pulsione parlerò alla fine.

Un problema senza soluzione: chi forma i formatori?

La pulsione di impossessamento dell’altro è il problema principale quando sul lettino si distende un soggetto che è medico o psicologo o psichiatra e che comunque porta con sé l’obbiettivo di diventare anch’egli un analista. Intanto dovrebbe essere superfluo dire che queste tre qualifiche non definiscono una stessa cosa e comportano già una formazione precedente, molto diversa nei tre casi.

Già le precedenti esperienze comportano motivazioni differenti che sono una prima parte di quelle analisi e spesso sono già una difesa verso ragioni più profonde.

È per questo che l’iter formativo del futuro analista ha sempre provocato discussioni controverse che Cagli, riprendendo il filosofo e sociologo francese Robert Castel, definisce anch’egli “la ricerca del Graal psicoanalitico”.

Per questa difficile ricerca, la prima cosa che pone dubbi è la formazione dei formatori perché tutto si basa su un contratto ad personam, fra due individui e nessuna garanzia aggiunge il fatto che il formatore ne dà poi comunicazione alla Istituzione cui appartiene. A questo contratto fra due si aggiungerà un terzo soggetto della Istituzione, che è l’analista supervisore dei primi casi che l’allievo prenderà in analisi. Inevitabilmente gli analisti con questa funzione, con funzioni di training (AFT) diventano garanti nei confronti di quei pazienti che in futuro chiederanno di essere aiutati ad affrontare le loro angosce.

In Italia fu pertanto promulgata, nel 1989 la legge 56, proprio per tentare di meglio regolamentare questa attività professionale. Non potevamo aspettarci che una legge risolvesse questo difficile problema e infatti all’interno della SPI quella legge causò, in un folto gruppo di analisti, una presa di posizione a favore dell’uscita dal Sistema Sanitario, in quanto la Psicoanalisi, secondo la loro opinione, è una disciplina che non ha niente a che fare con la terapia e ancor meno con la responsabilità.

A questo punto il problema della formazione dei formatori è diventato ancor più centrale in ogni discorso sulla Psicoanalisi.

La formazione, fin dal tempo di Freud, diventava sempre più lunga, proprio per la maggior consapevolezza della necessità di ulteriori riflessioni, che devono mettere al primo posto quelle sullo statuto epistemologico della disciplina. Lo stesso Freud, come abbiamo visto, considerava a volte la Psicoanalisi come appartenente alla Neurologia, altre volte come una scienza dello spirito.

Gli psicoanalisti laureati in Medicina hanno fin dall'inizio considerato, in maggioranza, inaccettabile lo statuto epistemologico della Psicoanalisi come statuto speciale e diverso da quello delle scienze verificabili e falsificabili. Tutto ciò nonostante l’accettazione di due grandi medici e psichiatri contemporanei a Freud: il primo Eugen Bleuler, direttore dello storico ospedale svizzero Burgholzli, il secondo Carl Gustav Jung, psichiatra anch’egli al Burgholzli.

Jung fu per un periodo iniziale seguace di Freud poi, entrato in contrasto su alcuni principi teorici e pratici, si distaccò e chiamò Psicologia analitica la sua teoria.

Gli psicoanalisti non laureati in Medicina, oltre a chiedersi se la Medicina potesse considerarsi anche essa una scienza esatta, si ritennero gli unici referenti nel lavoro intersoggettivo del mondo emozionale, al di là dell’aspetto terapeutico. In gran parte essi hanno dato così per scontato che i medici avrebbero fatto meglio a non prendere in considerazione le emozioni dei loro pazienti, fino a volte a ritenere -addirittura nocivo- il legame relazionale fra chi presta cure mediche ed il paziente. Qui c'è da chiedersi anche cosa pensare della responsabilità professionale in materia psicologica, altra complessa domanda.

Le due posizioni, ancora oggi, sono ritenute una specificità dei due diversi incontri di ascolto con colui che chiede aiuto.

Fra parentesi, possiamo invece riconoscere che la posizione che esclude nel medico il mondo emozionale, risulta utile nel caso della cura chirurgica, che è infatti da considerare proprio come un’altra terapia, da consigliare dopo aver preso atto della inefficacia della cura medica.

In Italia la Psichiatria ufficiale ha sempre avuto un atteggiamento ambivalente. Anche dopo il fascismo, che mostrò apertamente la sua opposizione alla Psicoanalisi, l’apertura alla Psicologia è rimasta incerta per la maggior parte degli psichiatri.

Nel 1925 Edoardo Weiss, considerato il padre della Psicoanalisi italiana, tenne al II Congresso di Freniatria a Trieste, una relazione proprio sul tema del confronto fra Psichiatria e Psicoanalisi. Fu seguita con interesse da alcuni presenti, ma alla fine intervenne il neuropsichiatra genovese Enrico Morselli, anticipando qualcosa delle sue opinioni che l’anno successivo ampliò in un libro.

Mauro Mancia, nella prefazione a “Sognando l’Ippogrifo”, indica il libro di Morselli come un chiaro esempio -del nulla- che l’autore aveva capito della Psicoanalisi ed un esempio del “...suo pensiero tardopositivista...” (Mancia 1995, XI).  

Credo si possa dire che Vito Cagli ha avuto in Italia un solo pari nell’accademico e clinico medico bolognese Augusto Murri, anch’egli uomo di ampia cultura e vasta esperienza che manifestò una adeguata conoscenza anche della Psicoanalisi. Da tutti è riconosciuta ad entrambi un’ampia competenza scientifica e una grande apertura alla dimensione del mentale, pur tenendo conto del loro diverso tempo.

Vito Cagli, nei suoi numerosi libri, ha approfondito le ragioni del mancato avvicinamento fra le due materie, Medicina e Psicoanalisi ed ha anche proposto possibili integrazioni. Se però per questo discorso sulle integrazioni prendiamo come riferimento il suo libro del 1995 “Sognando l’ippogrifo”, siamo portati a pensare che anche per lui l’unione di queste due discipline fu piuttosto una speranza, un sogno che sarebbe sempre rimasto tale, perché l’ippogrifo non è che un sogno, mai divenuto realtà.

I gruppi Balint per la formazione dei medici alla relazione

Certamente anche fra gli psicoanalisti ci fu qualcuno che provò ad attuare tale difficile unione. Faccio pertanto un rapido cenno a Michael Balint, figlio di un medico di Budapest, lettore dei primi testi di Sigmund Freud, frequentatore delle lezioni Universitarie di Sàndor Ferenczi, con il quale fece la sua analisia.

I “Gruppi Balint” sono orientati alla formazione dei medici che si affiliano, per la scoperta e poi il miglioramento delle capacità per costruire -fra medico e paziente- una relazione interpersonale.

Una volta completata l’esperienza di formazione fatta in ogni “Gruppo Balint”, si ritiene egualmente acquisita per tutti gli affiliati la capacità di comprendere il proprio mondo interno ed il mondo interno dei pazienti. Anche questa formazione, fatta nei gruppi, con la quale si valuta raggiunta tale capacità, sembra un qualcosa di miracoloso e comunque si basa anch’essa su un contratto ad personam

Quindi anche per i gruppi Balint si impone la domanda: Chi forma i formatori? Non ritengono invece necessario un ulteriore percorso, né nominare una analisi in due modi diversi, come accade nell’IPA e quindi nella SPI, dove l’analisi del futuro formatore viene chiamata didattica. Comunque, anche cambiandole solo il nome, quella analisi non può essere diversa, perché è ovvio che ogni analisi non è altro che un incontro terapeutico e personale.

Coloro che si sono formati nei gruppi Balint e anche molti che hanno chiesto nella SPI una analisi didattica, hanno poi detto di non saper dichiarare alcuna differenza fra le due analisi, la didattica e la personale, differenti solo nel nominarle.

Si può dar loro una spiegazione? Quale differenza dovrebbe esserci fra due analisi solo chiamate con nomi diversi?

E allora torna ancor più la domanda: Chi e come si forma un formatore?

Si è inoltre messo in evidenza nella SPI che dare due nomi diversi ad una stessa cosa, apre inevitabilmente una contrapposizione fra gli AFT e tutti gli altri analisti ordinari che sono di gran lunga più numerosi.

Fin qui i principali problemi degli Istituti di Formazione degli Psicoanalisti SPI, aggiungo che non mi risulta alcun rapporto fra la SPI ed i “Gruppi Balint”, i quali invece non pensano di avere ambiguità da risolvere. Eppure Balint proveniva dalla formazione nella IPA, mentre gli altri formatori sono autorizzati dal gruppo?

Non conosco approfondimenti sulla questione del come si diventa conduttori-formatori di analisti, né se i conduttori Balint costituiscano un gruppo a parte.

Nella SPI questa ambigua, misteriosa distinzione ha recentemente portato ad estendere anche agli ordinari, la possibilità di analizzare coloro che chiedono la formazione oltre la cura, ma forse ciò è avvenuto soltanto per decisione del Ministero dell’Università e della Ricerca (M.U.R.). È seguita infatti la quasi totale elusione degli allievi dalla estensione, cioè dal poter scegliere un analista ordinario e non didatta.

Penso che questo rifiuto possa essere considerato una rinuncia che non consente “…a noi stessi AFT di far sentire, a chi chiede di essere accolto, che la nostra comunità è sana e non burocratizzata ...”: sono queste le parole di Enrico Mangini nella Giornata Nazionale del Training dell’ottobre 2023. Ne è derivato che la funzione di formatori è ancora una funzione -burocratica- che è svolta soltanto dagli analisti dichiarati AFT dalla SPI.

Comunque non cambierebbe nulla, nella sostanza della formazione, anche se gli ordinari fossero scelti dagli allievi ad essere formatori, perché resterebbe sempre un rapporto ad personam, con il quale una persona autorizza qualcuno alla responsabilità del curare. 

Gli AFT restano un piccolo gruppo e chi vi appartiene è indicato idoneo per analizzare coloro che dichiarano di voler fare una analisi di formazione. Ma la domanda allora passa al perché questi analizzanti hanno sentito, chissà dove e come, di poter diventare futuri analisti. Certo vi sono tre colloqui con altri tre formatori, ma questi colloqui aggiungono poco di nuovo.

Non ho esperienza personale dei gruppi Balint, ma credo che anche per gli affiliati a quei gruppi resti non facile da affrontare e trovare soluzioni per sapere chi forma i formatori.

Si potrebbe anche pensare che i formatori sono coloro che hanno un bagaglio teorico più ampio, ma è condivisa l’opinione che un maggior sapere non costituisce sempre una maggiore capacità di costruire, in un allievo, le qualità per essere un buon futuro analista. Freud sosteneva che: “Non soltanto il modo di essere dell’Io del paziente, ma anche le caratteristiche peculiari dell’analista devono essere prese in considerazione fra i fattori che influenzano la cura analitica, e che, alla stregua di resistenze, possono renderla più difficoltosa” (1937, 530). Stando così le cose l’Istituto di formazione rimarrà sempre soltanto un ideale, nonostante i consigli di Anna Freud su come organizzarlo.

Sono stato nominato AFT nella Società Italiana (quindi anche in quella internazionale) avendo superato un esame-colloquio per diventarlo, ma disapprovo alcune prescrizioni, quelle che, come scriveva Anna Freud nel 1938, hanno prodotto una burocratizzazione di regole messe al servizio della Istituzione Psicoanalitica facendola somigliare ad un ente religioso, piuttosto che ad una disciplina che si occupa di curare.

L'Istituto di formazione ideale di Anna Freud

Ho tentato di dire perché è stata una questione da sempre controversa il comporre regole per quel difficile percorso che porta a diventare uno psicoanalista. Ma credo che anche il diventare medico e psichiatra sia un percorso altrettanto difficile e problematico, anche se affidato all’organizzazione universitaria.

Vito Cagli dedicò a questo buco nero un capitolo intero nel suo libro del ‘95, “Sognando l’Ippogrifo”, comparando la formazione per poter esercitare la Medicina, alla formazione per essere legalmente autorizzato ad essere uno psicoanalista. Egli si rifà al sociologo e storico francese Robert Castel ed al suo libro “Psicoanalisi e potere. Lo psicoanalismo” (Castel 1973) nel quale ricorda che la posizione di Freud fu sempre cauta e distaccata da quella della Istituzione psicoanalitica.

Nel 1937 in “Analisi terminabile e interminabile” Freud esprimeva l’opinione che l’analisi didattica poteva anche essere “…breve e incompleta...”, ed il candidato avrebbe anche potuto raggiungere la consapevolezza dell’esistenza dell’inconscio, ma questo non era sufficiente per dare una garanzia di formazione. 

Nei primi anni dell’Istituzione, l’analista che aveva analizzato un candidato, doveva infine esprimersi anche sulle sue capacità di poter essere un futuro buon analista. Già dal 1920 circa, Eitingon introdusse, nel Policlinico Psicoanalitico di Berlino, la cosiddetta analisi di controllo, cioè la prima analisi fatta dal candidato sotto la supervisione del suo analista didatta. Sorsero non poche riserve, soprattutto da parte degli analisti ungheresi e un decennio dopo, nel Congresso di Wiesbaden del 1932, le analisi di controllo furono portate a due. In seguito e ancora oggi, l’organizzazione dell’iter formativo degli analisti freudiani è diventata sempre più complessa, lunga e con non pochi punti oscuri ed ha creato una atmosfera come quella delle cerimonie di iniziazione.

Ricordiamo che già nel 1966 Anna Freud poneva questo dubbio sugli Istituti di formazione, definendo una utopia la loro organizzazione e descrivendo comunque le caratteristiche che il suo “Istituto ideale” avrebbe dovuto avere.

Anche Sigmund Freud nel 1937 era convinto che l’aver raggiunto la qualifica di analista non garantisce l’efficacia delle terapie. Ho riportato poco sopra la sua opinione sulle “difese” ancora presenti anche nell’Io dell’analista AFT. 

Comunque, per la mia esperienza di psichiatra e di psicoanalista, sono convinto che l’incontro psicoanalitico, nonostante le tante difficoltà, resti indispensabile in moltissimi casi, per aiutare le angosce psichiche che spesso la farmaco-terapia non riesce a sciogliere. Freud, passato un po’ di tempo dalle prime analisi, pensò che tre fossero i mestieri impossibili: quello di educare, quello di governare e quello di analizzare.

Ne era ancor più convinto nei suoi ultimi anni e pertanto pensava che alla sua scoperta avrebbero dato certezze i neuro-scienziati piuttosto che gli psicoanalisti.

Vito Cagli era stato convinto anche lui che la Psicologia e la Neurologia potessero integrarsi per realizzare l’impossibile sogno dell’ippogrifo e sia lo psicoanalista, sia il medico avrebbero potuto curare i pazienti che vengono a chiedere sollievo per la mente e per il corpo, sofferenti entrambi per una stessa causa.

Conclusione 

Siamo alla conclusione, ma prima -brevemente- vorrei fare un cenno alla mia ventennale esperienza di psicoanalista primario in un Ospedale Psichiatrico. È da quella esperienza che, con sguardo psicoanalitico, cominciai a riflettere sul concetto di pulsione psichica, pulsioni in termini freudiani, a metà fra corpo e mente.

Nell'Ospedale Psichiatrico mi fu subito evidente l’annullamento di ogni energia nella vita dei pazienti lì internati. In parte questo annullamento era dovuto alla malattia, ma in parte era dovuto alla mancanza di ogni stimolo vitale, precluso dall’assenza di mete di soddisfacimento e dall’uso di alte dosi di psicofarmaci.

Cominciai a pensare quale fosse, per non pochi, quella nuova meta pulsionale, che comunque vedevo in alcune attività messe al servizio del funzionamento dell’Ospedale. Per chi ha avuto modo di visitare quegli ambienti, non ancora del tutto chiusi, specifico che mi riferisco all’indispensabile apporto di lavoro dei pazienti per il mantenimento di quegli Istituti.

Cominciai a ipotizzare una trasformazione di energia che partiva dalla stessa fonte somatica dalla quale parte l’eros e la chiamai pulsione di lavoro. Forse Freud intendeva parlare della stessa cosa quando poneva l’ipotesi di una eventuale “pulsione di socialità”.

Perché chiamare pulsione anche quella energia? Perché pensavo che essa egualmente si soddisfa solo se giunge ad una meta che in questo caso diventa una spinta vitale, perché fa anche riguadagnare un posto nella comunità umana, da cui l'internato era stato escluso.

Così Freud scriveva nel 1929 parlando del lavoro ne “Il disagio della civiltà”: “…Nessun’altra tecnica di condotta della vita lega l’individuo così fermamente alla realtà come il concentrarsi sul lavoro: perché il suo lavoro gli guadagna almeno un posto sicuro in una porzione di realtà, nella comunità umana” (Freud 1929, 572). L’altra “porzione di realtà” è ovviamente il mondo interiore, cioè sé stesso nell’incontro e nel riconoscimento dell’altro dovuto al lavoro sociale, svolta cruciale per il passaggio al principio di realtà.

Fu proprio la perdita della Identità sociale l’osservazione più evidente che mi portò ad applicare ciò che avevo appreso dalla metapsicologia freudiana.

Da questa osservazione traggo l’ipotesi che le pulsioni possono considerarsi in un continuo intreccio che vediamo nella spinta verso azioni con le quali il soggetto non solo raggiunge l’oggetto meta, ma può a volte anche riversare drammaticamente sull’altro una energia che ne tenta l’impossessamento. Freud si limita ad indicarne soltanto il nome, appunto quello di pulsione di impossessamento.  

In questo nostro tempo ne vediamo gli effetti non solo a livello dei singoli, esempio i ragazzi che si impossessano della loro ragazza, piuttosto che volere una relazione alla pari, ma la vediamo anche in alcuni politici eletti al governo delle nazioni.

Nelle lezioni che faccio, come AFT, agli allievi futuri analisti, ho proposto spesso una riflessione sulle pagine di “Tipi libidici”, che Freud scrisse nel 1931, per una classificazione, sia della tipologia psichica in equilibrio, sia nella perdita dell’equilibrio ed ho poi chiesto in quale tipologia potremmo collocare gli psicoanalisti. Gli allievi hanno risposto, senza alcun dubbio, che gli analisti in maggioranza appartengono alla tipologia narcisistica-ossessiva. Anche ai medici e agli psichiatri mi è capitato di poter fare la stessa domanda e la risposta è stata la stessa. Se teniamo allora conto che l’energia psichica narcisistica è in un intreccio frequente con la pulsione di impossessamento, possiamo pensare che un eguale intreccio possa accadere, oltre che nei pazienti, anche nei terapeuti. Ecco di nuovo in primo piano il tema della formazione.

È anche per questa complicazione, dovuta alla pulsione di impossessamento, che coloro che guardano alla mente e coloro che invece guardano al corpo, cioè psicoanalisti e medici non vogliono cooperare per raggiungere insieme quell’obbiettivo che pertanto rimane sempre un sogno, una dimensione negata, il sogno dell’ippogrifo di Vito Cagli, consapevole che “…la psicoanalisi prenderà sempre più le distanze dalla medicina -così egli scrive- e sarà da questa ripagata con la stessa moneta: entrambe ne porteranno le conseguenze negative” (Cagli 1995, 35).


a. Michael Balint nel 1930, quando le condizioni politiche in Ungheria cancellarono ogni apertura alla psicoterapia, si trasferì in Inghilterra, prima a Manchester e più tardi a Londra dove continuò il suo lavoro di gruppo con i medici interessati alla psicoterapia. In Italia, nata a Milano nel 1970, esiste l'Associazione Medica Italiana Gruppi Balint (AMIGB), che aderisce alla International Balint Federation.

 

Dott. Ezio Maria Izzo, Psichiatra Psicoanalista didatta, Centro Psicoanalitico di Roma

Per la corrispondenza: izzoeziomaria77@gmail.com                   

BIBLIOGRAFIA

Cagli V. Sognando l'ippogrifo. Per un incontro tra medicina e psicoanalisi. Roma, Bari: Laterza, 1995.

Freud A. L'istituto psicoanalitico ideale: un'utopia. Torino: Boringhieri, 1966.

Freud S. Etiologia dell'isteria. In: Opere di Sigmund Freud Vol. II. Torino: Boringhieri, 1986.

Freud S. Il disagio della civiltà. In: Opere di Sigmund Freud Vol. IX. Torino: Boringhieri, 1929.

Freud S. Analisi terminabile e interminabile. In: Opere di Sigmund Freud Vol. XI. Torino: Boringhieri, 1937.

Mancia M. Introduzione. In: Cagli V. Sognando l'Ippogrifo. Per un incontro tra medicina e psicoanalisi. Roma, Bari: Laterza, 1995.

Mangini E. Giornata inaugurale del training 2023. 21 Ottobre 2023.