Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° S. 1, Dicembre - Dicembre 2025

Convegno: Medicina, Psicoanalisi, Filosofia: convegno di studi in onore del Prof. Vito Cagli

07 ottobre 2025

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In ricordo di Vito Cagli

D. Manfellotto

Carissima Presidente dell’Accademia Lancisiana Laura Gasbarrone, carissima Presidente FADOI Lazio Serena Fiore, gentili e illustri Colleghi,

sono veramente onorato di aprire col mio intervento questo convegno per ricordare Vito Cagli. Cercherò di descriverlo non soltanto attraverso la sua intensa e poliedrica vita professionale e l’enorme produzione scientifica e letteraria, ma anche con i ricordi di un rapporto personale intenso e fortissimo: un racconto affettuoso e non paludato, proprio come egli stesso avrebbe voluto.

E grazie a Irene, figlia del prof. Cagli, per avere fortemente voluto questo convegno di studio con i tanti amici e collaboratori di una vita.

Vito Cagli era nato ad Ancona nel 1926 e ci ha lasciati due anni fa, il 13 agosto 2023. Dopo la Laurea in Medicina all’Università di Roma nel 1950, si era specializzato in Medicina Interna nel 1956 e in Igiene e Tecnica Ospedaliera nel 1966. Era Libero Docente in Malattie infettive e in Semeiotica medica.

Dal 1961 al 1966 Assistente medico nel reparto di Medicina Interna dell’Ospedale San Giovanni di Roma. Dal 1966 al 1991 ha diretto il Centro per lo Studio e la Cura dell’Ipertensione Arteriosa e delle Malattie Renali del Policlinico Umberto I di Roma. Docente nella Scuola di Specializzazione per Medici Laboratoristici e in quella di Nefrologia dell’Università Sapienza di Roma.

Ho conosciuto Cagli nel 1976, al Policlinico Umberto I di Roma. Come studente di Medicina al quarto anno, ero alla ricerca di un istituto dove lavorare alla tesi di laurea e imparare a fare il medico. Capitai casualmente nel VII Padiglione del Policlinico Umberto I, attratto dal cartello che indicava il Centro per lo Studio e la Cura dell’Ipertensione Arteriosa e delle Malattie Renali, che tanto mi avevano interessato negli studi fino a quel momento effettuati.

Mi presentai a Cagli, che conoscevo soltanto dai suoi libri, in particolare “L’Interpretazione clinica degli esami biochimici (1973), e Diagnosi e terapia delle Nefropatie Mediche (1976), su cui si sono formati tanti medici della mia generazione. 

Cagli era un uomo curioso, acuto, colto, mai sazio di conoscenza, appassionato studioso e lettore, caleidoscopico. In altre parole, capace di vedere e di intuire le varie sfaccettature e componenti di tanti temi e problemi. Mi affascinò immediatamente questo suo modo di affrontare la professione e discutere di problemi clinici.

Nella sua vita professionale e culturale, ha attraversato vari periodi, ma non fasi separate, convergenze parallele, come avrebbe detto Aldo Moro. Ma in realtà, l’intera vita di Cagli è stata un lungo, interminabile viaggio nella Medicina, nella sua storia, nelle sue problematiche.

Infatti, vi è stato il Cagli clinico e ricercatore; il Cagli clinico-divulgatore; il Cagli clinico-metodologo; il Cagli romanziere; il Cagli appassionato di Psicoanalisi e di Psicologia, attraverso l’esperienza dell’analisi, dei gruppi Balint, dello studio della relazione medico-paziente; il Cagli clinico-epistemologo-saggista-umanista-storico.  

E trovo estremamente corretto che questo convegno sia diviso in tre sezioni: Medicina Interna; Medicina e Psicoanalisi; Filosofia, Scienze Sociali e Arte.

Due anni fa, nella commemorazione che tenemmo proprio in questa sede dopo la sua scomparsa, io intitolai il mio intervento “Ricordo di un grande clinico umanista”. Oggi nel titolo di questa sezione del convegno lo definiamo “Uno studioso rinascimentale del 900”. È una definizione che condivido. Umanista è una persona che ha una cultura ampia e profonda nelle scienze umane, o che mette al centro l’essere umano, i suoi valori e la sua dignità. Indica ed esprime rinnovamento, rinascita o equilibrio tra arte, scienza e umanesimo, proprio come accadde nel Rinascimento. In pratica, l’Umanesimo è un movimento culturale e filosofico centrato sull’uomo, fede nella conoscenza, nella cultura, nella ragione, nella educazione, per valorizzarla come mezzo per formare cittadini migliori. L’Umanesimo è l’idea, il Rinascimento la sua realizzazione concreta in arte, scienza e cultura. Come nel periodo storico del Rinascimento, l’arte e la scienza riflettevano l’Umanesimo. Nell’arte pittori e scultori come Leonardo da Vinci e Michelangelo rappresentano l’uomo in modo realistico e proporzionato, mostrando bellezza e armonia. Nella scienza Galileo e altri cercano di comprendere il mondo usando osservazione e ragione. Nella letteratura e nella filosofia i testi classici vengono tradotti, studiati e imitati; si diffonde l’idea che l’uomo possa migliorare se stesso con la cultura.

Cagli ha voluto e saputo incarnare tutti questi aspetti delle scienze umane.

La sua vita scientifica e professionale ebbe inizio con il lavoro nel laboratorio di analisi, con l’attività clinica ospedaliera e con una corposa produzione scientifica, che conta infinite pubblicazioni, articoli, libri e conferenze.     

Un primo periodo vede Cagli clinico divulgatore e trattatista, autore dei già citati manuali fondamentali come l’“Interpretazione clinica degli esami biochimici” (1973) e “Diagnosi e terapia delle Nefropatie Mediche” (1976).

Nel 1960 Cagli era stato chiamato da Costantino Iandolo, un altro dei miei Maestri, a far parte della redazione della rivista “Il Policlinico sez. pratica”, una sorta di laboratorio clinico-letterario, un cenacolo che si riuniva ogni settimana, composto dai massimi clinici dell’epoca. A questo prestigioso tavolo fui ammesso anche io, dopo la laurea, prima come uditore e poi come redattore, proprio su proposta di Iandolo e Cagli.

La rivista “Il Policlinico” era stata fondata nel 1893 da Guido Baccelli, che nell’articolo di apertura del primo numero aveva scritto: “La diagnosi esatta è la sovrana potenza del clinico, perché la diagnosi esatta è la somma necessità della cura”. Una frase che affascinò Cagli e che è rimasta una sorta di mantra nella sua vita professionale.

A distanza di pochi anni da quanto scritto da Baccelli, il suo allievo principale, Augusto Murri, nella lezione di apertura al corso di Clinica Medica dell’anno 1906-1907 nell’Ateneo bolognese, affermava: “Disse benissimo il mio illustre maestro Baccelli: l’esatta diagnosi è la sovrana potenza del pratico. Però non bisogna intendere per diagnosi il battesimo affibbiato ad un malato. Chi di voi non conosce qualcuno di questi sapienti che pretendono di far diagnosi senza pur aver veduto l’infermo? Uno dirà: datemi una boccetta d’orina e vi dirò la diagnosi; l’altro dice: fatemi fare una cultura del sangue e vi dirò la diagnosi. Pretese compassionevoli nella loro ignoranza! È inutile che vi ripeta che costoro sapranno dire qualche cosa della malattia, ma la diagnosi esatta, che dà al pratico quella potenza, non può essere stabilita che da chi sa sviscerare tutto intero il complesso dei fatti, che si intrecciano nell’ammalato”

Questo filo rosso che univa Baccelli a Murri si legò anche a Cagli, convinto che il valore della diagnosi, e soprattutto il metodo clinico che deve sempre essere adottato, sono in grado di dare alla professione del medico il massimo del suo prestigio e della sua importanza.

Per molti secoli il sapere del medico è stato prevalentemente rappresentato dalla conoscenza soltanto descrittiva dell'anatomia, a partire dalla dissezione dei cadaveri umani e dalle riproduzioni di Andrea Vesalio, con la sua “De Humani corporis fabrica” del 1542, ma trascorrono più di due secoli per arrivare alle riflessioni anatomo-cliniche di Giovanni Battista Morgagni. Nel 1761, infatti, Morgagni porta a termine la sua voluminosa opera intitolata “De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis”, nella quale riportava i sintomi e le sue osservazioni su circa 700 pazienti con i risultati delle indagini anatomo-patologiche effettuate dopo l’esame dei loro cadaveri. Con questo studio egli ampliava ulteriormente la comprensione sui fatti morbosi implicati nel decesso. Morgagni organizzò la sua casistica in base al sistema organico interessato dalla malattia, documentando le storie cliniche dei pazienti e correlandole con i risultati delle indagini autoptiche. Molti considerano il “De sedibus” come il primo manuale di patologia e Morgagni come il vero padre dell’anatomia patologica. 

Ma l’elaborazione del metodo clinico moderno passa appunto per Augusto Murri, il grande cattedratico di Bologna, con la sua ricerca ossessiva della diagnosi, attraverso un’attenta indagine anamnestica e l’osservazione scrupolosa del paziente, quasi come “se conoscendo il nome della malattia essa fosse già sconfitta e almeno in parte è così”. 

Murri, però, aveva vissuto una vita personale e professionale controversa ed era stato in un certo senso emarginato dalla comunità scientifica medica eguardato con diffidenza e distacco dall’Accademia.

A tale proposito è illuminante l’aneddoto che riguarda il professor Pietro Grocco, maestro di Cesare Frugoni e clinico medico di Firenze. Quando si ammalò gravemente, alcuni dei suoi assistenti gli dissero “Professore, ma perché non chiamiamo Murri?”, ma lui rispose: “Io ho bisogno di un medico, non di un filosofo”.

Cagli aveva una enorme ammirazione per Murri, anche perché egli stesso aveva studiato Freud e la Psicoanalisi, e vedeva nel rapporto psicologico col paziente, nell’empatia, nella relazione, la chiave della formazione del medico. Infatti, Murri in vecchiaia scrisse un libro intitolato “Nosografia e Psicologia” in cui testimonia il suo studio della Psicoanalisi.

Dopo Murri, l’altro grande fondatore del metodo internistico è stato sicuramente Cesare Frugoni, maestro di Cagli e di tanti altri internisti della stessa generazione, come Costantino Iandolo e Sergio Vulterini. Cagli conservava con devozione nel suo studio la riproduzione di un dipinto ad olio del 1935, “La lezione al letto del malato” del pittore Roberto Fantuzzi, allora ricoverato nel reparto di Frugoni, che raffigura il grande Clinico mentre visita un paziente, circondato dai suoi allievi e collaboratori.

Partendo dall’elaborazione culturale e dagli insegnamenti di Murri e di Frugoni, Cagli nella sua produzione letteraria si è dedicato moltissimo al metodo clinico e al processo della diagnosi. 

Anche questo un lungo percorso: “La visita medica” (1991); “Elogio del metodo clinico” (1997); “La crisi della diagnosi” (2007); “Dialogo sulla diagnosi: un filosofo e un medico a confronto” (2008) scritto insieme al suo grande amico Dario Antiseri, celebre filosofo e storico della filosofia, anch’egli presente oggi in questo convegno per testimoniare il grande rapporto di amicizia e collaborazione con Cagli. 

E poi, “Le cime e le valli: percorsi della medicina” (2010); “Come si ragiona in medicina” (2013); “Apriti Sesamo!” (2015), che analizzano anche i rapporti fra la diagnosi e gli strumenti diagnostici moderni.

L’ultimo libro che ha scritto, “La strana scienza. Riflessioni sulla medicina e sulla sua complessità” (2020), richiama nel titolo l’opera del grande filosofo tedesco Nietzsche, “La Gaia scienza”, che pure affronta epistemologia e Psicologia. Nel libro si parla della nascita e dell’evoluzione della clinica, della Medicina come scienza e della figura dell’Internista, spiegando perché la Medicina è una scienza “strana”. Un tempo, ricorda Cagli, vi era un’idea elegiaca della Medicina e del medico come missionario. “L'idea della professione medica come missione è durata fino a tutta la prima metà del ‘900, poi vi è stata l'evoluzione e l'omologazione fra Medicina e scienza. In realtà è necessario ricordare che mentre l'attività di ricerca medica è a pieno titolo scientifica, l'attività clinica in quanto scienza dell’individuo malato singolarmente preso non può esserlo. Insomma, la Medicina presa nel complesso delle sue articolazioni non può essere considerata una scienza, ma è oggi indubbiamente fondata nella sua prassi su criteri scientifici”.

Con parole diverse, potrei dire con Cagli che la Medicina non è una scienza esatta, ma deve essere analizzata e studiata con metodo scientifico. 

“La strana scienza” è una illuminante interpretazione del significato della Medicina e della professione medica, vera sintesi del lavoro di una vita come clinico, epistemologo, saggista, umanista, storico.  

Nel descrivere l’evoluzione della Medicina e del rapporto medico-paziente, Cagli sostiene che qualsiasi supporto di tipo psicologico può giovare al malato, ma “poco o nulla può fare contro la malattia. Però questo rafforza il rapporto medico-paziente affinché possa servire da contenitore delle ansie legate alla condizione di chi è malato e quindi in pericolo. Troppo spesso si sono separati dall’esercizio della Medicina clinica gli aspetti psicologici e la cultura umanistica, quasi fosse un abito della festa da esibire soltanto in particolari ricorrenze chiuse”.

Però proprio questa separazione ha favorito l’invasione della clinica da parte della Medicina virtuale e tecnologica. In passato l’approccio al malato era distante, non prevedeva l’esame fisico e il contatto, e la Medicina era “esterna”. Poi strumenti come lo stetoscopio, lo sfigmomanometro e l’elettrocardiografo fecero via via dire addio alla vecchia Medicina che teneva a distanza il corpo del paziente, veicolo un tempo di infezioni incurabili.  

E con Cagli potrei concludere che “il medico del futuro dovrà essere capace di utilizzare al meglio tutti i progressi della scienza a cominciare dalla Medicina basata sull’evidenza da individualizzare e trasferire al paziente visto nella sua interezza e nella sua vita reale. Oggi l’iper-specializzazione ha finito invece per frammentare sempre di più il corpo del malato, visionato dal medico per l’aspetto di propria competenza, tralasciando non di rado tutto il resto, col rischio di omissioni o di errate diagnosi”.  

Personalmente, mi sento di dire che oggi viviamo però il paradosso di una tecnologia avanzata che entra sempre più a fondo nel corpo del paziente, ma che rischia di riportare di nuovo “all’esterno” la figura del medico. La crescita esponenziale delle conoscenze della tecnica ha consentito successi inimmaginabili nella cura delle malattie. Ma la Medicina di precisione e personalizzata, pur tanto di moda, si basa in realtà su una valutazione perlopiù molecolare, genetica, che ancora una volta vede lo strapotere della tecnologia rispetto alla valutazione clinica, che dovrebbe precedere e non seguire la tecnica, governandola.

Invece molti giovani medici, eternamente connessi a uno smartphone o al computer, non cercano (o magari non trovano) più la parola di un Maestro, “ma piuttosto la risposta dell'oracolo elettronico”, come commentava amaramente lo stesso Cagli. 

Di qui la necessità che migliori la formazione del medico. “Io penso che nell’insegnamento della Medicina”, diceva Cagli, “potrebbero contare tantissimo, se si facessero, delle conferenze che ti aiutano a pensare, che mettono il dubbio dentro di te. Perché è quel dubbio che lavora dentro di te che ti fa migliore. La formazione del medico deve essere un vero e proprio processo educativo, non solo una trasmissione di notizie tecniche del genere ‘ti insegno a smontare il frigorifero’, con tutto il rispetto per chi fa lavori di quel tipo. Ma per il medico non è così, perché il nostro materiale si chiama essere umano, si chiama sofferenza, dolore, patimento, si chiama in tanti modi e coinvolge tante sfere”.

Nella sua storia professionale, così come il suo ispiratore Augusto Murri, Cagli ha studiato la filosofia, ma soprattutto la Psicoanalisi e maturato una grande passione intellettuale per Freud.  

La filosofia è tutto”, diceva Cagli in una intervista del 2022 al Giornale Italiano di Nefrologia, “è amore per il sapere, come dice la parola stessa. Parla di noi, parla della vita. Non è filosofia pura quella di cui io parlo. Guardi, io credo di non avere scritto neanche una riga, mai, di cose non attinenti alla Medicina. Sono i medici che sono divenuti incapaci di tener conto di quello che mi pare dicesse già Galeno ‘Nullus medicus nisi philosophus’: ‘Nessun è medico se non è filosofo’. Noi abbiamo a che fare con la morte. Vogliamo chiederci che cosa rappresenta la morte per ciascuno di noi e che cosa rappresenti per ciascuna età della nostra vita? Vogliamo chiederci come posso io far stare meglio un morente? Senza le solite banalità, ‘ma no che stai benone, su’, la cosiddetta filosofia della pacca sulle spalle. No, non è questo. La sofferenza del corpo porta alla sofferenza anche della psiche”. “E poi la Psicoanalisi. Io l’ho studiata a partire da quando ero ragazzo, quando avevo più o meno 15 anni. Se lei guarda nel mio studio vedrà due fotografie: una è quella di Sigmund Freud– cioè la Psicoanalisi – e l’altra è quella del grande clinico bolognese Augusto Murri”.

Murri ebbe una vita professionale importantissima ma anche una vita personale segnata nel 1902 dal cosiddetto “caso Murri”: l’omicidio del genero Francesco Bonmartini e la condanna dei figli Linda e Tullio e altri per questo reato. Murri si dimise dall’Università ma fu richiamato a furor di popolo da colleghi, studenti e pazienti per il suo grande prestigio e la stima di cui godeva. Una storia che appassionava Cagli che l’aveva studiata a fondo e che inserì anche nella trama del suo romanzo “Una follia più grande” (2005).

Dall’approccio psicoanalitico sono nati: “Dal continente all'Isola, il passaggio di Sigmund Freud dalla medicina alla psicoanalisi” (1998), “L’equivoco psicosomatico” (2002), e soprattutto “Sognando l'ippogrifo” (1995), che gli fece vincere nel 2001 il prestigioso Premio Musatti della Società Psicoanalitica Italiana “per il suo contributo alla conoscenza della psicoanalisi”.

La sua produzione letteraria si è sviluppata su molti fronti, sempre all’insegna di un vero Umanesimo, anticipando anche lo sviluppo delle Medical Humanities e della cosiddetta Medicina Narrativa.  

Vi è il Cagli romanziere e narratore (“Tennis Club”, 1991, “Una follia più grande”, 2005, “Il centenario”, 2008), ma anche critico letterario, con “Malattie come racconti” (2004), che descrive come romanzieri e drammaturghi hanno scritto di Medicina, medici e malattie.  

Ma, soprattutto, il libro “Viaggio intorno al mio studio. Riflessioni di fine secolo sulla medicina e non solo”, nel quale analizza e commenta, alla luce della situazione attuale, opere che aveva nella sua biblioteca personale, di Goethe, Proust, Garcia Marquez, Belli, Mann, Zweig, Verne, Cronin, solo per citarne alcuni, ma anche di grandi autori della letteratura medico-scientifica.

Vi è poi il Cagli storico, che ha raccontato la “Vita di Casanova e la medicina del suo tempo” (2012) e “La medicina nella Montagna magica di Thomas Mann” (2018).

“Ecco, io forse ho un po’ sconfinato”, commentava nella già citata intervista del 2022 al Giornale Italiano di Nefrologia, “ma è per questo che ho scritto su tanti aspetti diversi e non ho scritto su personaggi. Casanova non è un personaggio di cui si scrive perché magari è andato a letto con tante donne. Ma perché è una vita meravigliosa, ed è una testimonianza del Settecento come non ce ne sono altre, e noi siamo figli del Settecento. Perché è stato il Settecento quello che ci ha insegnato tante cose, ci ha insegnato a pensare e ci ha insegnato anche che dobbiamo avere certi valori, come la libertà, per esempio. E per quanto riguarda Thomas Mann, io ho scritto un libro su ‘La montagna magica’ (o ‘La montagna incantata’ secondo le diverse traduzioni) perché è una testimonianza di cose di cui i giovani non sanno nulla. Oggi se accenni loro cos’era la cura della tubercolosi, cosa voleva dire la cura sanatoriale, non lo sanno, perché non l’hanno vissuta. E non conoscono le dinamiche che vi si sviluppavano (io le ho viste in tanti, anche amici e colleghi): amori che nascevano, matrimoni, rotture di fidanzamenti. La vita in sanatorio era un mondo. Vogliamo escludere quel pezzo di mondo? Dice ‘non mi interessa più, è roba vecchia’. Possiamo anche abolire i libri di storia, se non ci piace li possiamo addirittura bruciare, ma chi ha bruciato i libri è poi stato bruciato lui stesso”. 

Cagli era molto legato alla sua famiglia. Un amore e un rapporto umano e professionale fortissimo con la moglie Anna, anche lei medico, conosciuta in ospedale in giovane età, scomparsa alcuni anni fa. Tre figli: il maggiore, Alessandro, scomparso pochi mesi dopo la morte di Cagli, Nora, anche lei scomparsa precocemente e Irene, alla quale sono molto grato per avermi voluto in questo convegno per ricordare il Padre. 

Cagli apparteneva ad una importante e famosa famiglia ebrea marchigiana alla quale era affettivamente molto legato e alla cui storia era anche culturalmente molto interessato.

Essendo nato nel 1926, era passato attraverso il fascismo, le leggi razziali, le persecuzioni, le difficili vicende personali sue e di molti familiari.

Cagli era ebreo ma molto laico e, come raccontava, era stato “battezzato” per la benevolenza del Vescovo di Ancona, amico di famiglia, che dopo le leggi razziali del 1938 battezzò i Cagli per salvarli dalle persecuzioni. 

Nel suo rapporto con la religione, molto avevano influito i suoi genitori (l’uno ebreo, l’altra cattolica) come testimonia la dedica del suo romanzo “Una follia più grande”: “Alla memoria dei miei genitori, per i quali la diversità di religione non fu mai ostacolo ad amarsi e rispettarsi durante tutta la vita”.

Prima di lasciarci, Cagli aveva avuto il tempo di leggere e di apprezzare con orgoglio il bel libro scritto dal figlio Alessandro “La foto di famiglia. Storie di ebrei italiani fra Ottocento e Novecento” (2023). Una ricostruzione precisa e documentata della storia della famiglia, partendo dai volti dei familiari ritratti in un’antica fotografia che avevano in casa. 

La vita e la storia personale di Cagli rappresentano un modello di riflessione sul significato della Medicina Interna e sul ruolo del medico. Come nasce, perché nasce, cosa è oggi. È anche uno stimolo a pensare e riflettere: non un algoritmo, ma uno strumento di analisi critica. 

Fu Leonardo Da Vinci a scrivere che “triste è quel discepolo che non avanza il suo Maestro”. Come allievo di Cagli posso serenamente affermare che non l'ho superato e sono contento di questo. Un Maestro deve per sempre incarnare questa immagine e questo ruolo davanti a noi e nel nostro pensiero. 

Non è importante "avanzare” il Maestro, ma avere la capacità, l'intelligenza e la modestia di utilizzare i suoi insegnamenti, per andare avanti ed applicarli nell'evoluzione della propria storia e vita professionale.

Per tutto questo gli sono, gli siamo, infinitamente grati.

Per questa ragione siamo qui, tanti amici e colleghi, la sua famiglia allargata, in questo bellissimo convegno di studi in onore di Vito Cagli.


Prof. Dario Manfellotto, Presidente Fondazione FADOI, Medicina Interna, Ospedale Isola Tiberina, Gemelli-Isola, Roma

Per la corrispondenza: dario.manfellotto@gmail.com