Anno Accademico 2024-2025
Vol. 69, n° 4, Ottobre - Dicembre 2025
Simposio: Le cere anatomiche
10 giugno 2025
Simposio: Le cere anatomiche
10 giugno 2025
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L’insegnamento dell’Ostetricia fu introdotto all’Università di Modena nell’Anno Accademico 1775-76 dal giovane Antonio Scarpa (1752-1832) che era stato incaricato dell’insegnamento della Chirurgia e dell’Anatomia a partire dall’Anno Accademico 1772-1773, a seguito della riforma della stessa Università voluta dal duca Francesco III d’Este (1698-1780) con la promulgazione nel 1772 dei 15 titoli delle Costituzioni per l’Università di Modena1.
La formazione in Ostetricia di Scarpa, che si era laureato all’Università di Padova, era avvenuta grazie al suo insegnante padovano, Luigi Calza (1736-1783), di origine bolognese, che dopo aver studiato a Bologna alla Scuola di Giovanni Antonio Galli (1736-1783), nel 1765 era stato chiamato a Padova ad occupare la cattedra De morbis mulierum puerorum et artificum. Qui aveva istituito presso l’Ospedale di San Leonino, presumibilmente nel 1769, una Scuola di Ostetricia alla quale dal 1774 erano state ammesse anche le levatrici e per le esercitazioni pratiche aveva allestito un Gabinetto Ostetrico, facendo realizzare modelli ostetrici a grandezza naturale da due scultori anatomici bolognesi, sotto la direzione di Carlo Mondini (1729-1803), lettore di Anatomia presso l’Università di Bologna, dove diventerà professore nel 1782. Quelli in cera policroma, che dovevano essere sessanta e di cui rimangono quaranta esemplari, erano stati prodotti da Giovan Battista Manfredini (1742-1789) e quelli in creta dipinta, di cui restano ventidue esemplari, da Giovan Battista Sandi (o Sandri): sono ora conservati presso la Collezione Ostetrica del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino dell’Università di Padova2.
Inoltre Scarpa durante il terzo anno e quarto anno dei suoi studi universitari padovani aveva potuto soggiornare presso l’Università di Bologna, dove l’insegnamento dell’Ostetricia, ufficialmente riconosciuto dal Senato Bolognese nel 1757 sia per i medici chirurghi che per le levatrici, era impartito da Giovanni Antonio Galli (1736-1783) con l’ausilio di una supellex ostetricia, o Gabinetto di Ostetricia, dove impartiva lezioni fin dal 1750. In quello stesso anno 1757 era stato trasferito presso l’Istituto delle Scienze essendo stato acquisito, a nome del pontefice Benedetto XIV (il cardinale bolognese Prospero Lambertini 1675-1758), dal senatore marchese Sigismondo Malvezzi. Si trattava di 46 preparati realizzati in cera, per la maggior parte da Giovanni Manzolini (1700-1774), altri da Ottavio (1695-1777) e Nicola Toselli (notizie 1706-prima metà sec. XVIII), 125 in creta colorata per lo più dal bolognese Giovan Battista Sandi, oltre che da Antonio Cartolani, ora conservati a Bologna nel Museo di Palazzo Poggi3, 4.
Scarpa aprì la Scuola di Ostetricia nel Teatro Anatomico, restaurato nel 20185, di cui aveva seguito il progetto per la costruzione nell’isolato di Sant’Agostino, adiacente all’Ospedale Sant’Agostino realizzato per volontà di Francesco III tra il 1756 e il 1758. Lo aveva inaugurato il 23 gennaio del 1775 con un discorso in latino come si legge ne Il Messaggiere di Modena del 25 gennaio 1775 (n. 5)6.
L’apertura della Scuola avvenne l’11 dicembre dello stesso anno “colla recita di un dotto ragionamento”, come è riportato nello stesso Messaggiere di Modena del 13 dicembre 1775 (n. 50)7 alla presenza di tre Riformatori del Magistrato degli Studi, istituito per il governo dell’Università dalle Costituzioni volute da Francesco III. I Riformatori nei mesi precedenti si erano adoperati per inserire l’insegnamento dell’Ostetricia nel piano per le discipline mediche dei chirurghi per l’Anno Accademico 1775-76 da sottoporre al Collegio Medico. Pochi giorni dopo un decreto ducale del 25 gennaio 1776 stabilì anche la creazione di una scuola separata per le levatrici che avrebbero dovuto essere istruite dallo stesso Scarpa: non avrebbero potuto esercitare la loro professione se non avessero frequentato la scuola e non avessero conseguito l’abilitazione.
Nel Teatro Anatomico da quel momento vennero tenuti due corsi di Ostetricia, uno per i chirurghi ostetrici e uno per le levatrici con la seguente organizzazione: prima delle lezioni di Anatomia nei giorni di martedì e venerdì per gli uomini, mercoledì e sabato per le donne e durante le lezioni di Anatomia nel giorno di lunedì per gli uomini, nel giorno di venerdì per le donne.
La Scuola di Ostetricia, fin dal momento della sua apertura, era stata dotata, grazie al sostegno finanziario del duca Francesco III, “delle migliori e più convenienti macchine, della raccolta delle necessarie preparazioni in cera, degli stromenti e dei comodi tutti” e di “preparazioni artificiali della gravidanza, del parto naturale”, come si legge nello stesso Messaggiere Modenese del 13 dicembre 1775 (n. 50)8-10. Scarpa ne aveva fatto richiesta ai Riformatori fin dal 26 ottobre dello stesso anno, dichiarando di avere la disponibilità di un “artefice capacissimo” disposto a cominciare la sua attività sotto la sua direzione. I Riformatori cinque giorni dopo, il 31 ottobre, avevano trasmesso alla Deputazione al Patrimonio dell’Università la richiesta precisando che Scarpa aveva segnalato di avere “pronto un giovane abitante presentemente in Bologna, il quale verrebbe con modica spesa ad eseguire in cera, come esser deggiono sotto la di lui direzione, le mentovate preparazioni”. Dopo l’approvazione, prima della metà di dicembre vennero consegnate a Scarpa “lire settecentocinquanta per le spese occorrenti a far cominciare e proseguire la scoltura in cera colorata delle preparazioni anatomiche inservienti alla Scuola d’Ostetricia, secondo il convenuto”. Scarpa poté così affidare ufficialmente l’incarico allo scultore anatomico bolognese Giovan Battista Manfredini (1742-1789) che già doveva aver iniziato a realizzarle: delle 750 lire che gli furono assegnate ne furono utilizzate solo 708 come risulta da una dettagliata nota delle spese effettuate per l’acquisto dei materiali. Manfredini, sotto la guida di Scarpa, a Modena in un mese concluse la sua attività: alla metà di gennaio del 1776 veniva infatti pagato “per lavori fatti e preparazioni annotomiche in cera per la scuola d’Ostetricia” e “per la dozina di un mese”11.
Scarpa doveva aver apprezzato l’abilità di Manfredini non solo per i modelli ostetrici da lui realizzati per il Gabinetto Ostetrico dell’Università di Padova, ma durante il suo soggiorno presso l’Università di Bologna poteva anche avere visto il bassorilievo che nel 1762 era stato registrato come primo classificato in una Nota degli autori de’ bassorilievi collocati nella camera anatomica Manzolini, redatta tre anni dopo la morte di Anna Morandi Manzolini (1714-1777)12.
Tra i preparati in cera del Museo Ostetrico, ora conservati presso il Museo Anatomico di Modena, ne esistono alcuni che rappresentano il bacino femminile dove l’apparato genitale è mostrato sia dal punto di vista anatomico (Fig. 1) che in relazione alla gravidanza e al parto e altri che rappresentano il sistema uro-genitale femminile che potrebbero essere attribuiti a Manfredini: esiste anche un apparato genitale femminile a secco con utero gravido riferibile allo stesso Scarpa.
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| Fig. 1. Giovan Battista Manfredini (1742-1789), Preparato ostetrico in cera con bacino di donna in gravidanza e relativi apparati, Museo Ostetrico, Sistema Musei e Orto Botanico, MuseOmoRE, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. |
Si potrebbe presumere che il Gabinetto Ostetrico di Scarpa fosse stato sistemato in una delle due sale a sinistra del Teatro Anatomico dove nella prima metà dell’Ottocento era ubicato il Gabinetto Anatomico, come risulta da una “Pianta del piano delle Cliniche e Gabinetto Anatomico dell’Ottocento”13.
Non arrivarono nel Gabinetto Ostetrico di Scarpa i modelli ostetrici di terracotta che erano stati realizzati su commissione di Francesco Febbrari il quale nel 1773, ottenuto dai Riformatori un permesso della durata di tre anni per rimanere a Bologna e frequentare là il corso di Ostetricia, non ancora avviato a Modena, aveva promesso di fare realizzare modelli ostetrici sull’esempio di quelli bolognesi.
I modelli ostetrici furono prodotti a spese dello stesso Febbrari, che se ne dichiarava proprietario, sotto la direzione del medico Carlo Mondini, che li conservò poi a casa sua almeno fino al 1801. La vicenda della loro acquisizione per il Museo Ostetrico è stata ricostruita dal professore di Ostetricia dell’Università di Bologna Giovanni Battista Fabbri nell’Appendice di un discorso letto a Bologna all’Accademia delle Scienze il 2 maggio 1872, sette giorni dopo che li aveva visti a Modena nel Museo Ostetrico14. Fabbri riferisce che soltanto dopo la Restaurazione nel 1815 arrivarono all’Università di Modena “cinquantatre preparazioni in creta colorata e undici in cera” che il Governo Estense, su indicazione del professore di Ostetricia Antonio Boccabadati (1736-1832), aveva acquistato da Angiola Febbrari, sorella di Francesco Febbrari, cui erano pervenute con l’eredità del fratello. Questo studio di Ostetricia, dopo la sua realizzazione, nel 1795 era in casa di Carlo Mondini15, come testimonia lo stesso Fabbri attraverso alcune lettere da lui ritrovate nell’archivio Mondini, allora conservato a Bologna presso la signora Mondini in cui Febbrari si scusava con Mondini per avergli lasciato in casa tutte quelle “donne che piangono e que’ bambini” e Mondini gli rispondeva che erano anzi “decoro per la sua casa, essendo che scolari e forestieri vanno spesso a vederle e ne partono soddisfatti”. Nel novembre 1797 i modelli ostetrici risultavano essere ancora a casa dello stesso Mondini, come si evince da una lettera che Febbrari gli indirizzò dal castello di Savignano, di sua proprietà, per comunicargli che aveva ordinato che gli fossero spediti, attraverso un tale Giuseppe Paderna delli Stellari, quattro zamponi e quattro cotechini. Lo pregava infatti a “volere condonare il continuo tedio che le danno quelle mie piangenti addolorate donne che presso di lei lasciai, e così pure que’ ragazzi che col loro rumore distoneranno la di lei quiete, et li di lei studi”16.
In un documento datato 1790 dal titolo “Diverse preparazioni in cera dirette dal fu signor Dottor Carlo Mondini” a proposito di preparazioni anatomiche che gli erano state ordinate dal “dottor Sartori di Mantova” si legge che furono “eseguite dalli scoltori Giovan Battista Manfredini, ed Alessandro Barbieri” (1740-1808) come “a Roma cento pezzi fra tronchi, tavole, bacinetti, pelve, tutte vestite di muscoli, e delle parti della generazione”. Subito di seguito si fa riferimento, a proposito di Modena, a “tutto un studio d’ostetricia consistendo in otto statue, e quarantatre feti, e tutto in terra cotta, con pelve di cera tanto di maschio come di femmina” senza menzionarne gli autori17. L’aver accomunato i due scultori potrebbe essere un interessante riferimento per supporre che entrambi abbiano realizzato anche le terrecotte modenesi: Alessandro Barbieri, del quale al momento le notizie rintracciabili sono scarse e poche sono le sculture a lui riferibili, doveva essere stato in contatto con Manfredini avendo entrambi partecipato nel 1762 al premio Marsili Aldrovandi presso l’Accademia Clementina ed è inoltre ricordato come scultore anatomico nell’iscrizione funeraria che era stata posta sulla sua tomba, andata distrutta, nella Certosa di Bologna, trascritta da Filippo Schiassi18.
Neppure nel contratto stipulato il 27 febbraio 1779 tra Carlo Mondini e il cardinale Francesco Saverio de Zelada (1717-1801) si trova alcun riferimento per la realizzazione dello “studio ostetrico in cera diviso in 36 preparazioni anatomiche” che prevedeva un pagamento di 400 zecchini, ora conservato nella Sala Giuseppe Flaiani del Museo Storico dell’Arte Sanitaria di Roma19-21.
Attualmente i modelli ostetrici in terracotta conservati a Modena sono 38, di cui otto figure femminili che costituiscono un unicum nell’ambito della modellistica ostetrica: sei figure muliebri sono rappresentate in diversi stati avanzati di gravidanza (Fig. 2): una primipara, una alla seconda gravidanza (secondipara), una con addome notevolmente pendulo per le numerose gravidanze (multipara), una con addome aperto con taglio a croce per mostrare l’utero pregno, una con addome aperto e utero inciso medialmente e una con addome aperto e svuotato delle interiora. A queste se ne aggiungono due che mettono in luce l’anatomia sottocutanea del tronco (Fig. 3 e 5) le cui raffigurazioni, volute da Carlo Mondini, furono inserite nel primo numero Dell’Arte Ostetrizia stampato a Bologna nel 1787 in forma di periodico trimestrale (nella stamperia di S. Tommaso d’Aquino a spese di Cattani e Nerozzi) (Fig. 4 e 6). Anche le altre trenta terrecotte, che rappresentano in modelli tridimensionali lo spaccato del bacino femminile e dell’utero, sono di notevole valore artistico22: contengono il bambino nelle diverse presentazioni del parto, una visione tridimensionale la cui manipolazione permetteva di mostrare le fasi normali (Fig. 7) o patologiche del parto.
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| Fig. 2. Giovan Battista Manfredini (1742-1789) e Alessandro Barbieri (?), Figure femminili in terracotta rappresentate in diversi stati avanzati di gravidanza, Museo Ostetrico, Sistema Musei e Orto Botanico, MuseOmoRE, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. |
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| Fig. 3. Giovan Battista Manfredini (1742-1789) e Alessandro Barbieri (?), Figura femminile che mette in luce l’anatomia sottocutanea del tronco, Museo Ostetrico, Sistema Musei e Orto Botanico, MuseOmoRE, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. | Fig. 4. Figura femminile che mette in luce l’anatomia sottocutanea del tronco, Dell’Arte Ostetrizia, Bologna 1787. |
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| Fig. 5. Giovan Battista Manfredini (1742-1789) e Alessandro Barbieri (?), Figura femminile che mette in luce l’anatomia sottocutanea del tronco, Museo Ostetrico, Sistema Musei e Orto Botanico, MuseOmoRE, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. | Fig. 6. Figura femminile che mette in luce l’anatomia sottocutanea del tronco, Dell’Arte Ostetrizia, Bologna 1787. |
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| Fig. 7. Giovan Battista Manfredini (1742-1789) e Alessandro Barbieri (?), Preparato ostetrico in terracotta raffigurante un parto eutocico, Museo Ostetrico, Sistema Musei e Orto Botanico, MuseOmoRE, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. |
Ringrazio le colleghe della Biblioteca Estense e della Biblioteca dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti per la sempre amichevole collaborazione alle mie ricerche e ricordo con affetto Marina Cimino appassionata collega dell’Università di Padova con cui abbiamo condotto le prime ricerche sul Museo Ostetrico.
Prof.ssa Elena Corradini, Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari, Università degli Studi Modena e Reggio Emilia
Per la corrispondenza: elena.corradini@unimore.it
BIBLIOGRAFIA