Prof. Gaspare Baggieri

Conservatore del Museo dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria. Consigliere Scientifico dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria. Già Direttore del Museo dell’Alto Medioevo, Roma

Articolo pubblicato in:

Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° 4, Ottobre - Dicembre 2025

Simposio: Le cere anatomiche

10 giugno 2025

Copertina Atti Quarto Trimestre 2025 per sito.jpg

Versione PDF dell'articolo: Download

Le cere anatomiche del Museo Nazionale dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria

G. Baggieri

Il Museo di Storia dell’Arte Sanitaria all’interno del Complesso Monumentale del Santo Spirito in Roma contiene una collezione di cere ostetriche risalenti al finire del ‘700 custodita nella Sala intitolata a Giuseppe Flaiani (1741-1808). Questa collezione fu commissionata dall’allora Cardinale de Zelada, Segretario di Stato di Pio VI.

Essa andava a collocarsi a fianco ai preparati anatomici che l’ospedale già da tempo custodiva e raccoglieva in un contesto, quello del Teatro Anatomico, che assurgeva ad uno dei riferimenti più consultati dell’Anatomia Patologica, della Chirurgia e della Ostetricia romana.

Il contesto della sala Flajani e sue origini

L’idea di un museo, seppure sentita inconsciamente da tutti i medici, primari e archiatri del tempo, non era stata mai espressamente avanzata. Giovanni Maria Lancisi (1654-1720), anatomico e archiatra di diversi pontefici, colto ed erudita usava ospitare nella sua ricca biblioteca di casa amici medici per intrattenersi in raffinate conversazioni, Giorgio Baglivi (1668-1716) detto “L’Ippocrate romano”, tra gli altri era uno di questi. Il Lancisi fu uno dei precursori di una impostazione didattica e scientifico-culturale, nell’ambito delle scuole mediche romane, tendente alla raccolta, ed alla custodia dei libri in apposite biblioteche, sostenuto tra l’altro dai pontefici Innocenzo IX e Clemente XI. Guglielmo Riva (1627-1677), del quale alla sua morte confluirono i libri allo stesso Lancisi, possiamo definirlo il vero ideologo delle raccolte e delle preparazioni anatomiche. Il Riva da grande anatomista (esercitava all’ospedale della Consolazione) comprese l’importanza della didattica pratica attraverso i preparati e i modelli che riproducevano organi o parti del corpo. La necessità di avere riproduzioni del corpo umano destinate allo studio scaturiva dalla perenne scarsezza dei cadaveri data dai divieti normativi e dalle autorità religiose. Nella sua casa biblioteca, con annesso Teatro-Anatomico, a Via della Pedacchia nei pressi della odierna Via delle Botteghe Oscure angolo Via delle Polacche, usava intrattenersi intere nottate con i suoi allievi argomentando su temi naturalistici dei più vari, ispirandosi tra l’altro alla sua personale Wundercammer (Camera delle meraviglie)a.

Il Riva custodiva decine di preparati. Dalle fonti sappiamo che alla sua morte molto materiale andò disperso, altro fu acquisito dal Lancisi, dal Lingua e dallo Spalla (P. Capparoni 1934). Dei preparati presenti al Museo dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria non abbiamo certezza della origine, o meglio possiamo supporre che il nucleo centrale possa essere stato trasmesso dal Riva al Lancisi che proprio nel Santo Spirito insegnava e operava. È probabile anche che Lancisi abbia acquistato dagli eredi del Riva altro materiale, tra cui libri. Molti preparati hanno come oggetto patologie cardiache, in particolare vi sono diversi aneurismi dell’aorta, che guarda caso erano tra gli interessi di studio privilegiati proprio del Lancisi che studiava il “moto” cardiaco e ne aveva fatto alcune pubblicazioni. Quindi è anche possibile che questi riscontri possano avere una paternità “Lancisiana” (la stessa Biblioteca è del 1714). L’importanza storica del Museo ha quindi una origine, a nostro avviso, che possiamo sospettare appartenere alla fine del ‘600 inizi del ‘700. Alcuni studiosi ritengono che esso abbia una sua precisa genesi ed esattamente a partire dal 1776, quando Guglielmo Enrico, fratello di Re Giorgio III, decise di regalare a Clemente XIV alcuni preparati anatomici conservati in alcol e trementina per ringraziarlo della illuminazione della cupola di San Pietro avvenuta per festeggiare la nascita del figlio. In realtà questo dono è un arricchimento che va ad aggiungersi al Teatro Anatomico voluto da Benedetto XIV nel 1742, quando il pontefice decise di estendere il terzo braccio (corsia Benedettina) alle corsie Sistine. Il progetto fu affidato all’architetto Ferdinando Fuga, che fece eliminare la facciata Botticelliana, (chiamata così perché ripresa da Sandro Botticelli nella Cappella Sistina -guarigione del lebbroso-). Nel prospetto meridionale il Fuga fece erigere sulla cerniera di snodo delle corsie ospedaliere il nuovo Teatro Anatomico con annesso Museo. Successivamente, la demolizione della corsia Benedettina sul finire dell’800 e primi anni del ‘900 consentì all’architetto Lepri di ripristinare, recuperando una buona parte dei materiali depositati nel bastione del Sangallo (architetto Antonio Sangallo), il bel prospetto che oggi possiamo apprezzare. Il Teatro fu anch’esso demolito, mentre i preparati e le cere furono collocate in una nuova sala (sala Flaiani), costruita appositamente con tanto di scalone monumentale nell’aula Alessandrina.

Le cere

Il ricorso ai modelli in cera si diffonde tra i maggiori atenei italiani, sia nei gabinetti scientifici che nei musei, già abbondantemente dalla seconda metà del ‘600 in particolare a Firenze e a Bologna. Il corpo umano descritto nelle sue topografie offre illuminanti conoscenze e più facili apprendimenti. Un precursore di rilievo di queste particolari tecniche artigianali è Ludovico Cardi detto il Cigoli (1559-1613), architetto, pittore e scultore, appassionato di Anatomia. Una sua opera in cera di rilevante apprezzamento è “Lo scorticato” esposto al Museo Nazionale del Bargello di Firenze, dove la descrizione muscolare è degna di una lettura anatomica reale e piuttosto emozionante. Dalla scheda del catalogo generale dei Beni Culturali della regione leggiamo: “Scultura in cera rossa detta ‘lo scorticato’ su base di legno in teca di cristallo su base in ebano. Eseguita tra il 1597-99. Il Cigoli fu il primo artista che modellò in cera l’anatomia del corpo umano. Il nipote del Cigoli Giovan Battista Cardi narra che lo zio era solito disegnare i corpi dissezionati presso l’ospedale di santa Maria Nuova e numerosi sono i disegni preparatori per questa cera conservati a Firenze. La cera alla metà del seicento venne in mano a Francesco Fontani cortigiano di Vittoria della Rovere ed alla sua morte gli eredi la vendettero al cardinale Leopoldo de Medici. La fortuna di questo modello è attestata dalle numerose copie e repliche nel corso dei secoli successivi. Al Bargello ve ne è una anche in bronzo attribuita al Foggini (Inv. Bronzi 1879 n. 29)”. Ma chi più d’altri in epoca successiva imposterà un interesse mirato non solo a singole sculture ma anche a gruppi di scena in cera è Gaetano G. Zumbo (1656-1701) artista di Siracusa, che a Bologna aveva appreso conoscenze appropriate di Anatomia. Egli è il primo che introduce nei modelli in cera la colorazione diversificata e con precise sfumature arricchendo in questo modo le morfologie espressive dei dettagli anatomici. Queste riproduzioni divengono immediatamente delle vere e proprie opere d’arte oltre che didattiche. Lo Zumbo riproduce anche delle scene di peste e di sifilide, ricordiamo che sue opere sono esposte nel Museo Zoologico della Specola a Firenze. Viene quindi abbandonata, anche se non del tutto, la tecnica delle riproduzioni su carta a fogli sovrapposti che nel ‘500 aveva trovato una sua particolare diffusione.

A Palazzo Poggi di Bologna intorno alla metà del ‘700 si distingue una scuola di ceroplasti di grande avvenire, nell’Istituto delle Scienze si ritrovano sotto la guida di importanti anatomisti sorprendenti artisti che modellano le cere destinate alle riproduzioni anatomiche. Antonio Scarpa (1752-1832), uno dei maggiori anatomisti, in seguito ne sarà il garante scientifico. Giovanni Manzolini (1700-1755) è il responsabile della scuola dei ceroplasti, nominato anche curatore ed ostensore delle statue e dei preparati in cera. Assieme a lui vi lavorano la moglie Anna Morandi (1714-1774), altra artista che si distinguerà nelle cere, Ercole Lelli (1702-1766) e poi ancora Giuseppe Astorri, Pietro Sandri, Cesare Bettini ecc. Mentre a Firenze si distingue Clemente Susini, primo modellatore della Specola. Di Lelli occorre dire che è forse l’ispiratore più influente in questa tecnica artistica, egli è anche un valente pittore e molte sue opere sono esposte in chiese marchigiane. Un ceroplasta di singolare talento della scuola bolognese è Giovan Battista Manfredini (1742-1789), che sotto la guida dell’anatomico Carlo Mondini e col contributo di Alessandro Barbieri (1740-1808), realizzerà le cere ostetriche e i tronchi esposti alla sala Flaiani. Manfredini nasce a Bologna (1742-1789) e si specializza in esecuzioni di opere anatomiche, soprattutto a carattere ostetrico. Predilige la cera come materiale di esecuzione, pur non disdegnando la terracotta.

Nel 1785 viene iscritto, quale membro effettivo dell’Accademia Clementina, nella Classe degli Scultori Anatomici. Collaborò con i maggiori medici anatomisti dell’epoca e particolarmente solido fu il sodalizio con l’anatomico bolognese Carlo Mondini e con il collega ceroplasta Alessandro Barbieri. Di quest’ultimo le notizie sono scarne, comunque sappiamo che ha realizzato nella Basilica di San Petronio a Bologna le sculture per il portale interno che si apre su Piazza Galvani, ove vi raffigura Noè, Aronne e Mosè, ed un rilievo con una scena all’interno di una forma circolare. L’attività artistica nel tempo diverrà secondaria se è vero che egli si dedica sempre più alla produzione di cere anatomiche. Infatti, nel registro di morte e nella lapide della tomba è indicato come ceroplasta. Alla sua morte, avvenuta nel 1808, viene sepolto come altre celebri personalità presso la Certosa di Bologna, nel Chiostro Maggiore. Tornando al Manfredini, ricordiamo che furono commissionate circa 60 cere ostetriche per l’insegnamento della Ostetricia da Luigi Calza allo studio patavino. Quindi passò a Modena dove, fra il 1773 e il 1776 su ordinazione di Francesco Febbrari, scolpì 52 modelli ostetrici con la collaborazione dell’anatomico Antonio Scarpa.

Al Flaiani (archiatra di Pio VI, al secolo papa Giavanangelo Braschi) che si adoperava con capacità anche nell’arte delle incisioni in sala di dissezione, cosa che lo rende abile anche nel campo della tecnica dei preparati, (pratica molto diffusa ed affermata nella scuola londinese da uno dei suoi massimi esponenti W. Hunter, si veda il Gordon Museum), viene dato l’incarico di curatore del Museo Anatomico.

Il Museo Teatro Anatomico diviene così un luogo di studio sempre più approfondito, tanto da spingere il Cardinale Francesco Saverio de Zelada (1717-1801) ad affidare a Carlo Mondini di Bologna l’incarico di predisporre una serie di cere anatomiche, delle quali trentasei ostetriche. Le ultime cere perverranno al Flaiani alla fine del 1792 e complessivamente vengono a costare al cardinal de Zelada la ragguardevole cifra di 400 zecchini d’oro. Questa spesa che poteva sembrare esagerata fu ben presto ripagata. Infatti, la scuola ostetrica romana che si stava imponendo al Santo Spirito assunse maggiore fama e gloria. I disagi vissuti dalle donne partorienti, nel corso dei parti distocici, l’alta mortalità neonatale e delle donne in corso di parto rendevano ragione di questa importante serie di riproduzioni che per gli insegnamenti ai medici si rivelavano indispensabili, soprattutto in virtù del fatto che il forcipe diviene uno strumento risolutivo di tutti i parti in difficoltà. La macchina del parto, della quale si conserva un esemplare all’ospedale del Ceppo di Pistoia, si rende ormai inutile, troppo rozza e incompleta nelle particolarità e nei dettagli morfologici del bacino. Il cardinale fu molto soddisfatto del lavoro tanto che ordinò, indebitandosi perché gravato dalle spese per la costruzione dell’osservatorio del Collegio Romano, un’altra serie di modelli in cera di sezioni del corpo umano consegnate alcuni anni dopo (1780-92).

Le cere sono pressappoco a grandezza naturale, di consistenza solida, custodite all’interno di casse in legno con lo sportellino a vetro e collocate in eleganti mobili in legno di rosa stile impero. La scaffalatura realizzata da Tommaso Cappelletti e Giovanni Ermans è costituita da scansie in bois de rose finemente intarsiata e decorata, costruita sotto il pontefice Benedetto XIV. Il mobile ha 12 zampe tronco-coniche a dado con strozzatura e con pilastrino decorato da applicazioni in stucco dorato consistenti in motivi vegetali e rosette. La scaffalatura è suddivisa in 9 moduli e contiene le custodie in legno e vetro dell’epoca in cui sono conservati i preparati in cera, è impreziosita nella sua sommità con lo stemma di Pio VI e con fregi intagliati in legno che riproducono festoni di alloro nelle quali sono incassati i ritratti ovali (olio su tela) somiglianti a dei clipei dei più importanti medici, da Fabrizio d’Acquapendente, a Giovan Battista Morgagni, Giovanni Maria Lancisi, Giorgio Baglivi, Marcello Malpighi, Pietro Maria Gravina, Bartolomeo Eustachio, Antonio Maria Valsalva.

I modelli presentano le possibili anomalie che si riscontrano nei parti distocici, dal cordone ombelicale attorno al collo, a tutte le posizioni fetali all’interno dell’utero sezionato, alle placente previa e extrauterina, all’utero visto nelle sue difficoltà di lacerazione per trauma, i tagli cesarei, la condizione di gemellarità. I dettagli anatomici sono ben curati, dagli spessori delle pareti uterine, alla vastità della placenta, alle arterie ombelicali ecc. Tutte le superfici rappresentate della cute e degli organi intrauterini ed extrauterini sono colorate con le giuste sfumature rendendo più percepibile la materialità, l’apposizione di capelli veri al feto rende la cera ancora più vicina alla realtà naturale.

Il complesso dell’opera che ne deriva suscita un’ammirazione che va al di là dell’apprezzamento didattico, infatti l’emozione che trasmette la cera è quella di un’opera d’arte. E questo impatto emotivo deve essere stato voluto fin dall’inizio, al punto che dalle parole stesse del Cardinal de Zelada traspaiono i complimenti al Manfredini che non viene mai citato nella lettera di ringraziamento. “…Sig. dott. Carlo Mondini. Ho l’umanissimo foglio di VS.ll.ma del 23 scorso; e quanto mi rincresce degli incomodi di salute ond’Ella è stata ed è tuttavia travagliata, altrettanto mi consola l’intendere che col favore della stagione e dè bagni abbia incominciato a trovarvi un poco di quiete; sperando io, che migliorandosi i tempi, e continuandosi l’opportuna cura, sen’abbia Ella a liberare affatto e possa ristabilirsi perfettamente come di cuore lo desidero. Ho piacere che tanto VS.ll.ma che lo Scultore siano stati sodisfatti p. mezzo del M.ro di Csa del Sig. Ambasciatore Gozzadini del residuo del contante, che io le doveva p. lo Studio Ostetrici in cera p. me ordinato e da Loro con tanta esattezza perfezionato. Io sono contentissimo del lavoro e ringrazio distintamente in p.mo luogo VS,ll.ma, poi anche lo Scultor medesimo che ha si bene eseguito le di Lei direzioni…. Roma 9 aprile 1782 SerV. F.A. Card.le de Zelada”.

È nostra convinzione che questa azione di ricerca emotiva debba essere stata sostenuta per trasmettere un messaggio sulla tremenda mortalità neonatale e delle donne nel corso del parto che per lunghi secoli ha colpito la maternità. Un sostegno al medico ostetrico ad osservare e ad intervenire anche con spiritualità. Le cere oggi esposte rappresentano una memoria importante nella evoluzione dell’Ostetricia, esse hanno assunto col passare del tempo anche l’espressione di un interesse storico culturale di rilevante valore artistico.


a. La Wundercammer o Camera delle meraviglie, distingue nel ‘500, sulle origini dello studiolo medievale, a seguito delle grandi esplorazioni, innescando un nuovo desiderio di conoscenza delle cose del mondo e della scienza. Non c’è Corte o ceto aristocratico che non abbia la sua stanza delle cose delle meraviglie provenienti dal mondo naturale, vegetale, minerale e animale (naturalia), dall’uomo (mirabilia), e degli oggetti curiosi. Erbari, animali appesi al soffitto, pietre o cose adagiate al pavimento oppure collocate senza un ordine preciso, in scaffali vetrinette, mobili in spazi ristretti o limitati.

 

Prof. Gaspare Baggieri, Conservatore del Museo di Storia dell’Arte Sanitaria

Per la corrispondenza: gasparebaggieri@gmail.com

BIBLIOGRAFIA

Baggieri G. La sala Flaiani al Museo Nazionale di Storia dell’Arte Sanitaria. In: Biblioteche ed Archivi d’Italia 2016;XI:36-42.

Baggieri G. (a cura di). Mater Incanto e disincanto d’amore. Roma: MIBAC, 2000.

Bovi T, Baggieri G. Contributo allo studio di una didattica specialistica del XVII sec. In: Baggieri G. (a cura di) Mater Incanto e d’incanto d’Amore. MIBAC 2000;76-9.

Bovi T, Di Palma W, Marri Malacrida L. (a cura di). Le Cere Ostetriche Romane di Giovan Battista Manfredini. Roma: Edizioni Quasar, 1991.

Capparoni P. Una raccolta di Incisioni per un’opera di Patologia e Clinica chirurgica di Guglielmo Riva. Rivista di Storia delle Scienze Mediche e Naturali 1934;XXV: 5-6.