Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° 4, Ottobre - Dicembre 2025

Simposio: Le cere anatomiche

10 giugno 2025

Copertina Atti Quarto Trimestre 2025 per sito.jpg

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Le cere anatomiche del Museo della Specola a Firenze

P. Margariti

Le prime Università furono istituite a Bologna, Padova, Pavia, Parigi e Montpellier nel XIII secolo. Con esse iniziò uno studio sistematico dell’anatomia dopo che per secoli questo era stato limitato dai pregiudizi legati all’inviolabilità del cadavere.

Federico II (1194-1250) fu il primo ad autorizzare la pratica della dissezione dei condannati alla pena capitale, ceduti dall’autorità civile previa autorizzazione di quella ecclesiastica. Nella Costituzione di Melfi (1231) fu prescritto che “…colui che si da alla chirurgia, deve, inoltre, addestrarsi per un altro anno, nelle operazioni e principalmente nella notomia dei corpi umani”1. Tale disposizione, secondo alcuni storici, avrebbe anticipato di circa due secoli una Bolla con cui il Papa Sisto IV (1414-1484), salito al soglio pontificio nel 1471, lo avrebbe permesso. Nessuna lettera del Papa con tale disposizione è stata rintracciata, per cui s’ipotizza, che nel riordinamento dell’Ospedale romano di Santo Spirito, il Pontefice abbia emanato un provvedimento interno con cui si permetteva di concedere i resti mortali al fine d’istruire i giovani medici2.

L’insegnamento era svolto dal Maestro in Cattedra; il quale illustrava, attraverso la lettura dei testi galenici, quanto riscontrato dal settore, di solito un barbiere, che conosceva sommariamente le strutture. Una sezione o un’anatomia come allora era definita, durava quattro giorni. Nel primo erano illustrati i muscoli del ventre e gli organi addominali; nel secondo, il torace ossia gli organi spirituali; nel terzo la testa, il contenuto del cranio, i membri animati e nell’ultimo gli arti con i muscoli, i vasi e le ossa3. Lo studio era reso più complicato dallo sforzo di far concordare quanto mostrato con le osservazioni condotte a suo tempo da Galeno sugli animali. Solo quando il Magister eseguirà personalmente la dissezione e permetterà l’osservazione diretta - de visu e de tacto - si avrà una migliore conoscenza. 

Mondino de Liucci (1270?-1326) sarebbe stato il primo a eseguire personalmente la sezione del cadavere durante le lezioni che svolse a Bologna a cominciare dal 1315. Scrisse un trattato anatomico che ebbe diverse edizioni, una larghissima diffusione in Italia e nelle Università Europee, nelle quali fu testo fondamentale fino alla seconda metà del XVI secolo.

Diedero un significativo contributo alle ricerche Michele Savonarola da Verona (1384?-1468), che con i suoi studi sulla pelvi intuì l’importanza della sua conformazione e rilevò la differenza tra i due sessi4, e Alessandro Benedetti (1460?-1525) fondatore della Scuola Anatomica di Padova. Leonardo da Vinci (1452-1519) sviluppò le sue ricerche sulla morfologia e la fisiologia degli organi.

Il belga Andrea Vesalio (1514-1564), nella sua opera De humani corporis fabrica libri septem pubblicata in latinoa, fu il primo, tra gli anatomisti cinquecenteschi, a contestare quello che per quindici secoli era stato il credo scientifico, negando apertamente molte delle precedenti certezze5 e gettando le basi di ogni successiva osservazione6.  

La scoperta della stampa (1455) per merito di Gutenberg (Johannes Gensfleisch 1397?-1468), facilitò la diffusione delle conoscenze avvenuta fino allora in maniera limitata e costosa, tramite manoscritti accompagnati da poche illustrazioni mal riprodotte.

 
Fig. 1. Ex Voto in cera.  
   

Molti errori medici di quei tempi sono imputabili alla mancanza di una conoscenza anatomica, al sopravvivere di convincimenti trasmessi da Galeno spesso errati, alla difficoltà del reperimento dei cadaveri, alla loro conservazione, ai divieti delle autorità civili e religiose al loro uso a scopo scientifico. A queste limitazioni sopperì nel tempo la cosiddetta anatomia artificiale. Agli inizi del secolo XVI si adoperò il disegno che rappresentava in fogli sovrapposti le diverse parti, le cavità, gli organi, lo scheletro, la circolazione. Si costruirono anche statue smontabili di legno, come quella fatta realizzare da Felice Fontana, conservata nel museo della Specola di Firenze. Ci si avvalse di modelli di gesso e in cartapesta. L’uso della cera iniziò nel ‘500. Lo stesso Michelangelo eseguì, con questo materiale, un modello del corpo umano andato perduto. Leonardo da Vinci la colava all’interno degli organi cavi per riprodurne forma e dimensione. La cera era già stata sperimentata nei riti funebri precristiani prima e negli ex-voto in seguito. Di questa sostanza erano le maschere funebri degli antichi romani o le rappresentazioni di organi malati, custoditi in chiese o santuari, offerte da chi chiedeva la grazia per una guarigione o esprimeva gratitudine per il miracolo ottenuto (Fig. 1). Questi oggetti devozionali furono diffusi a Firenze, tra il XIII e il XVII secolo, ma fu l’interesse verso lo studio anatomico ad avvicinare gli artisti a un tale composto. Le opere in cera, per la loro accuratezza, il realismo e la loro stabilità divennero strumento della conoscenza scientifica e rappresentarono una valida alternativa alla dissezione del cadavere.

Ercole Lelli (1702-1776) fabbricò nel 1742, su incarico del papa Benedetto XIV (Prospero Lambertini, 1675-1758) i primi modelli per il Gabinetto di Anatomia dell’Università Bolognese. Con lui lavorarono il suo allievo Giovanni Manzolini (1700-1755) con la moglie Anna Morandi (1716-1774). Quest’ultima modellò cere di particolare pregio sul piano artistico e tecnico. A Padova, Luigi Calza (1707-1784), commissionò a Giovan Battista Manfredini (1742-1789), specializzato nell’esecuzione di opere anatomiche, soprattutto a carattere ostetrico, acquisita presso la Scuola bolognese, circa 60 cere ostetriche, per avvalersene nell’insegnamento. Manfredini collaborò anche con l’anatomico Antonio Scarpa a Modena, fra il 1773 e il 1776, dove modellò 52 modelli. A Roma fu l’autore di 36 opere che il Segretario di Stato, Cardinal Francesco Saverio De Zelada (1717-1801) donò nel 1779 al Museo Anatomico, annesso alla Scuola Ospedaliera.

Anche a Torino fu istituito un Museo in cui si raccolsero circa 200 opere. Alcune di esse risalgono alla seconda metà del Settecento e in parte sono di fattura torinese. Dal 1815 fu attivo il Gabinetto di lavori in cera, voluto dall’anatomista Luigi Rolando, che aveva appreso a Firenze la tecnica. Le produzioni torinesi di quest’epoca sono dovute a Luigi Cantù e al figlio Giuseppe realizzate secondo la tecnica fiorentina, in cui anche le ossa erano create in cera, contrariamente ai modelli bolognesi che utilizzavano ossa vere come elemento costitutivo. Intorno al 1830 furono anche acquistate alcune cere prodotte nell’officina fiorentina.

La Specola e le cere anatomiche

La famiglia dei Medici durante il lungo periodo in cui detenne il potere costituì importanti collezioni naturalistiche e artistiche, queste furono valorizzate dagli Asburgo Lorena, succeduti nel governo del Granducato. Pietro Leopoldo di Lorena (1747-1792) subentrò nel governo di Firenze a Giangastone de’ Medici, morto nel 1737 senza lasciare eredi. Durante il suo regno fu artefice di numerose iniziative culturali e tra queste spicca l’istituzione del Real Gabinetto di Fisica e Storia Naturale. A questo scopo, acquistò nel 1771 il palazzo Torrigiani, adiacente a Palazzo Pitti e un gruppo di case confinanti situate in via Romana e diede avvio alle opere di restauro per renderle idonee alla nuova funzione cui erano destinateb. Nel nuovo Museo furono ospitati i libri e gli strumenti appartenuti all’Accademia del Cimento attiva dal 1757 al 1767. In seguito, nella parte più alta della costruzione, il Torrino, fu posto un telescopio, e così l’intero palazzo fu conosciuto come la Specola. Tra il 1783 e il 1784 l’Osservatorio fu dotato d’innovativi strumenti ottici provenienti dall’Inghilterra e nel pavimento della sala detta delle Cicogne fu inserita una meridiana. Al primo piano, l’ultimo Granduca di Toscana Leopoldo II (1797- 1870) fece allestire la Tribuna di Galileo, costruita tra il 1839 e il 1841, su progetto dall'architetto Giuseppe Aristodemo Costoli7.  

Il complesso fu affidato, sempre nel 1771 alla guida di Felice Fontana (1730-1805), chimico e fisiologo roveretano che iniziò la produzione di modelli anatomici in cera. Nel 1770 il chirurgo e ostetrico Giuseppe Galletti, avendo apprezzato le opere di Lelli a Bologna, aveva allestito un laboratorio di ceroplastica nella città toscana. In questo laboratorio operò lo scultore livornese Giuseppe Ferrini, il quale plasmò in terracotta e in cera diversi modelli ostetrici. In seguito, con gran disappunto del Galletti, questi passò a lavorare nel nuovo museo.

All’inizio il Granduca era stato contrario all’impiego dei cadaveri ma Fontana lo convinse a cambiare idea sostenendo che: “se si fosse riusciti a riprodurre in cera tutte le meraviglie della nostra macchina animale non vi sarebbe più stato bisogno di dissezioni e gli studiosi, i medici, i chirurghi, gli artisti avrebbero trovato in ogni tempo eguali, incorrotti – e inodori – i modelli desiderati”8. Sembra che Pietro Leopoldo, conquistato dai risultati ottenuti, intervenisse attivamente all’attività del laboratorio, partecipando alla preparazione dei colori. Uno dei primi interventi di Fontana fu la creazione dell’officina, nella quale lavorò anche personalmente come anatomico e dissettore, in alcuni locali situati probabilmente al primo piano del museo. La produzione di modelli in cera di anatomia umana, comparata e di botanica fu iniziata ancor prima che il museo fosse inaugurato. Nei primi due anni vi lavorò un solo modellatore, Giuseppe Ferrini, al quale si aggiunse Antonio Matteucci come dissettore, seguito dal giovanissimo Clemente Susini (1754-1814) che a 19 anni nel 1773 fu assunto come apprendista modellatore. Nel 1782 prese il posto del suo maestro (Ferrini) e divenne l’artefice principale della maggior parte delle opere presenti alla Specola. Molti suoi lavori furono acquistati da Carlo Felice di Savoia e portati a Cagliari. Vi lavorò anche un anatomico come Paolo Mascagni (1755-1815), studioso in particolare del sistema linfatico che illustrò in bellissime tavole, ed esperti dissettori quali Tommaso Bonicoli e Filippo Uccelli. Nel 1790 furono assunti due intagliatori, Luigi Gelati e Filippo Chiari, che eseguirono, sotto la direzione del Fontana, alcuni modelli scomponibili in legno. Quando il museo fu inaugurato, il 21 febbraio 1775, i preparati pronti per l’esposizione erano 486, fra i quali tre statue a grandezza naturale. Grande fu l’ammirazione suscitata per la loro fedeltà e qualità artistica. La fabbrica fu attiva per quasi un secolo, dal 1771 fino alla seconda metà del 1800 quando la ceroplastica anatomica perse importanza dal punto di vista scientifico e didattico, sostituita dalle nuove tecniche di preparazione e conservazione dei preparati. In totale furono realizzate circa 1400 riproduzioni. Furono elaborati, per conto dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova, modelli che documentavano le malattie di quei tempi, oggi conservati presso il Museo universitario a Careggi e al Museo di Storia della Scienza. 

Per la fabbricazione delle cere furono impiegati i corpi dei defunti provenienti dell'Arcispedale di Santa Maria Nuova. Questi erano registrati sia al momento del loro ingresso, sia quando erano trasferiti al cimitero, dopo essere stati utilizzati. Ne fu richiesto un gran numero con cui sopperire all’impossibilità della loro conservazione. È stato ipotizzato che ne fossero necessari almeno 200, per modellare una statua a figura intera.

Ogni artista aveva una propria tecnica di cui era geloso. Il dissettore preparava la parte da riprodurre, di questa era fatta una copia solitamente in creta e su questa era fatto il calco di gesso che costituiva la matrice del successivo modello in cera. Questa era la parte più complessa perché richiedeva precisione, perizia ed esperienza. Le cere più usate erano quella bianca di Smirne, quella di Venezia e quella cinese. A questa sostanza era aggiunta la trementina per renderla elastica e i diversi coloranti. La superfice interna del calco era bagnata con acqua calda e spalmata di sapone per facilitare la successiva estrazione della sagoma. Alcuni preparati sono in cera piena, altri sono cavi e per aumentarne la resistenza erano riempiti con stracci. Le statue erano costruite dall’assemblaggio delle diverse parti e avevano armature metalliche. Completate queste procedure si passava alla rifinitura e all’eventuale applicazione dei diversi organi, dei vasi e dei nervi. Il tutto era completato da una vernice trasparente che dava lucentezza e maggiore consistenza9. Gli anatomici accertavano la correttezza di quanto fatto e la posizione del preparato per una migliore osservazionec. Dell’attrezzatura originale utilizzata sono stati conservati i recipienti di rame per fondere la cera, le lastre di marmo per stenderla in strati sottili, gli strumenti per modellare, i fili di ferro, i fornelli, le bilance, le lavagne su cui riportare annotazioni e disegni, le ceste per il trasporto dei cadaveri, vasetti e bottiglie in vetro e in ceramica per i coloranti e altre sostanze che erano miscelate alla cera10. Nel 1786 fu acquisita una filiera di ferro per tirare i cilindri in cera utilizzata per la preparazione dei vasi sanguigni e linfatici che in precedenza erano fatti manualmente.

 
  Fig. 2. Zumbo: La peste.

Nel 1859 le diverse raccolte furono suddivise tra le varie facoltà dell’Università di Firenze. Oggi la Specola ospita la collezione zoologica costituita da animali impagliati e quella anatomica, con modelli in cera risalenti per lo più al Settecento. Sono presenti anche le Scene della Peste (Fig. 2), la Vanità del corpo umano e il Morbo Gallico, opere create dal siracusano Gaetano Giulio Zumbo (1656-1701). Queste ricostruzioni dette Teatrini - oggi potremmo definirli diorami - commissionati dal granduca Cosimo III de’ Medici tra il 1691 e il 1694, anche se molto più antichi sono delle rappresentazioni che ritraggono gli effetti delle malattie epidemiche, evidenziano l’orrore della morte e la decomposizione dei corpi. Gravemente danneggiate in seguito all’alluvione di Firenze (1966) furono abilmente restaurate. Le rappresentazioni sono state realizzate quasi sicuramente da calchi formati su modelli in argilla. Su questi era stesa la cera, con diverse sfumature di colore, in strati di spessore diverso, in modo da ottenere la colorazione e la consistenza voluta, così che le figurine sono in pratica piene. Anche le scene in cui sono inseriti i diversi personaggi sono costruite con cera disciolta e colorata. Per molto tempo questi capolavori sono stati considerati come un piacere morboso per raffigurazioni di particolari macabri e raccapriccianti. Solo in tempi più recenti furono considerati come la rappresentazione realistica di un’epoca in cui la morte era sempre presente con le guerre, la fame e le grandi epidemie. L’artista siciliano con le sue opere ricorda la precarietà della vita umana e il disfacimento dovuto all’inesorabile trascorrere del tempo, una concezione tipica della cultura del Seicento11.

Zumbo è anche autore di alcune teste, una delle quali è conservata al Museo della Specola. La tecnica adoperata dall’artista differiva molto da quella che sarà usata in seguito dalla Scuola Fiorentina. La testa conservata alla Specola è modellata su un cranio vero, appartenuto secondo le indagini radiologiche a un giovane di circa 25 anni. Quella custodita a Parigi, realizzata in seguito, è stata modellata in cera piena, a dimostrazione del miglioramento della sua tecnica. 

Le opere realizzate nell’Officina di Ceroplastica hanno da sempre suscitato grande interesse e la loro visione ha provocato e suscita nei visitatori le reazioni più varie: molti sono stati gli estimatori, soprattutto tra gli artisti, i letterati e gli scienziati; da Goethe a Stendhal, dall’anatomico Murray dell’università di Upsala all’anatomista pavese Antonio Scarpa (1752-1832). Quest’ultimo espresse il suo apprezzamento per la collezione e ne vantò la bellezza, la precisione e la chiarezza didattica. Non mancano anche i commenti negativi come quello della contessa Marguerite Blessington che nel 1839 affermava: “Oggi sono stata a visitare il Gabinetto di Fisica e, nonostante mi sia trattenuta solo pochi minuti, non riesco ancora a liberarmi dalla sensazione di disgusto che ne ho riportato. Dovrebbero assolutamente esserci delle restrizioni per impedire che questi modelli vengano visitati da uomini e donne contemporaneamente! Sono entrata con un’amica ma ho dovuto ritirarmi subito, non appena ho veduto signore e signori, alcuni anche molto giovani, in contemplazione di oggetti forse utili per la scienza ma certamente inadatti a essere esposti in un ambiente così promiscuo”12.

 
Fig. 3. Una delle sale espositive.  

Unica al mondo per la quantità e la bellezza dei pezzi che la compongono, la collezione fu creata con lo scopo di insegnare l’Anatomia senza l’osservazione diretta del cadavered. Fu concepita come un vero e proprio trattato, essa è composta non solo dai modelli in cera, ma anche dai disegni e dalle spiegazioni che si riferiscono ai vari pezzi. Alle pareti delle diverse sale, in corrispondenza delle vetrine che ospitano i modelli, vi sono le copie di oltre 800 disegni realizzati a suo tempo da esperti disegnatori quali Basilio Lasinio, Claudio Valvani, Antonio Serantoni che, con le note esplicative redatte da calligrafi conservate all’interno di cassetti posti sotto le teche, illustravano allo studioso quanto osservato nelle bacheche (Fig. 3).

 
  Fig. 4. Lo Spellato.

La visita si snoda attraverso diverse sale, ognuna delle quali è dedicata alla rappresentazione dei diversi apparati: osteologia, miologia, sistema cardiovascolare e linfatico, nervoso centrale e periferico, digestivo, respiratorio, urogenitale. Particolarmente emozionanti sono le figure intere, fra le quali lo Spellato (Fig. 4), un modello disteso con i muscoli e i vasi sanguigni visibili fino ai capillari, realizzati facendo scivolare la cera su fili di seta e la cosiddetta Venere, una realizzazione con parti scomponibili conosciuta per la sua bellezza (Fig. 5). Probabilmente questa è l’opera più importante del Susini. È un nudo femminile a grandezza naturale lungo un metro e 64 cm, in posizione supina sdraiata mollemente su un giaciglio.

 
Fig. 5. La Venere.  

La superfice anteriore del tronco costituita dalla cute e dal sottocute può essere sollevata, al di sotto appare a sinistra ghiandola mammaria con i seni lattiferi, i muscoli gran pettorale, obliquo esterno dell’addome e retto addominale con la sua aponeurosi, a destra le coste con il polmone e l’arteria mammaria interna e il muscolo trasverso dell’addome con l’arteria epigastrica inferiore che si unisce ai rami dell’arteria epigastrica superiore originati dalla mammaria interna. Rimosso questo secondo piano, appaiono polmoni, cuore, diaframma, stomaco e omento. Tutti questi organi possono essere rimossi. Tolto l’omento, compare l’intestino e, sotto a questo, parte del fegato, il pancreas, l’apparato uro-genitale, l’aorta, la vena cava inferiore, le arterie e le vene iliache, il sigma. Al di sotto si osserva la parete anteriore del cuore, dello stomaco, dell’utero e rimosso anche questo piano, vedremo le cavità di questi organi. L’utero contiene un feto di circa tre mesi che può essere rimosso.  

Ludmilla Jordanova, docente di Storia all’Università di Essex, ha dato un’interpretazione che spiega come il corpo umano possegga livelli di comprensione così numerosi e diversi che dovremmo trattare con una maggiore attenzione le sue rappresentazioni: “Tanto realistiche da sconfinare nel surrealismo, con le loro lunghe ciglia e le chiome esuberanti, gli occhi persi ed estatici, gambe e braccia disposte in positure pudiche ma quanto mai suggestive e attraenti, le donne in cera del Settecento dimostrano quanto turbasse quel secolo il mistero della femminilità anatomica, fisiologica e psicologica”13.

Le cere conservate al museo della Specola raggiungono una perfezione legata alle conoscenze del tempo ed è stato possibile realizzarle grazie alla munificenza di un’aristocrazia particolarmente sensibile alla cultura, all’intervento di uno scienziato quale il Fontana, all’abilità dei dissettori e dei modellatori e al gusto artistico di tutte queste figure. I modelli hanno non solo un valore museale, ma offrono allo studioso la possibilità di osservare attraverso una visione tridimensionale, le diverse strutture del corpo umano e valutare i progressi delle conoscenze anatomiche verificatesi in circa tre secoli. Il visitatore non specializzato può compiere, un viaggio non solo nella storia dell’arte e della scienza, ma può cogliere immagini straordinariamente utili per la comprensione di un tempo passato.


a Una versione in tedesco, rivolta ai lettori di più modesta cultura quali barbieri e cerusici, fu pubblicata a Basilea nel 1543.

b Il denaro necessario fu ottenuto dalla vendita di molti oggetti preziosi appartenenti alle collezioni medicee anche se la sorella di Giangastone, l’Elettrice Palatina Anna Maria Luisa (1668-1743), aveva stabilito con il Patto di Famiglia che questi appartenessero indissolubilmente alla Città di Firenze. Questo prevedeva che i Lorena non potessero trasportare O levare fuori della Capitale o dello Stato del Granducato...Gallerie, Quadri Statue, Biblioteche, Gioje ed altre cose preziose...della successione del Serenissimo Gran Duca, affinché esse rimanessero per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri.

c Per la loro conservazione è necessaria una temperatura costante attorno ai 18°.

d L’Imperatore d’Austria Giuseppe II, fratello maggiore di Pietro Leopoldo, nel 1781 commissionò una collezione, composta di oltre 800 pezzi, per la Accademia Militare di Sanità di Vienna, pagandola 30 mila fiorini.

 

 

Prof. Pasquale Alessandro Margariti, già Professore Aggregato Università Cattolica del Sacro Cuore, già Direttore UOC Ginecologia Columbus, Fondazione Policlinico Universitario Gemelli, IRCCS, Roma

Per la corrispondenza: pamarga@yahoo.it

BIBLIOGRAFIA

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