Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° 4, Ottobre - Dicembre 2025

Comunicazione: I malanni dei frati dell’antico convento di Traspontina: ricerche nell’Archivio Generale dell’Ordine Carmelitano

20 maggio 2025

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I malanni dei frati dell’antico convento di Traspontina: ricerche nell’Archivio Generale dell’Ordine Carmelitano

C. Cumbo, S. Cumbo

Corrono gli anni Venti dell’Ottocento. In via di Borgo Nuovo, a qualche metro dalla Cupola di San Pietro e nel pieno di quella che era la “Spina” di Borgo, con il suo brulicare di botteghe e commercianti, accanto alla Chiesa di Santa Maria in Traspontina, si ergeva il convento dove risiedeva la comunità dei Carmelitani dell’Antica Osservanza, sin dal momento in cui l’originaria chiesa della Traspontina, collocata nei pressi di Castel Sant’Angelo, era stata ricostruita tra il 1564 e il 1566. Come tutte le “grandi famiglie”, religiose e non, anche i Carmelitani lottavano quotidianamente con “fastidi”, più o meno importanti, che riguardavano la salute. È qui che si inserisce, perciò, il presente studio basato sul rinvenimento di alcuni documenti all’interno dell’Archivio Generale dell’Ordine Carmelitano (AGOC).

Nello specifico, custoditi nei fascicoli riguardanti il complesso di Traspontina1, vi sono alcuni fogli, vergati a inchiostro, datati 1822 e 182323, firmati dallo speziale Domenico Sarti4 (Fig. 1), il quale possedeva una farmacia collocata nello stesso stabile del convento, ereditata dall’omonimo nonno, di cui si trova menzione in un documento conservato presso l’Archivio del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico (ANCCF), nello specifico nel Libro delle Congregazioni del Nobil Collegio e Chiesa dei signori Speziali di Roma5.

   
 
Fig. 1. Firma dello speziale Domenico Sarti al saldo di metà del conto terminato nel 1822 (AGOC II Roma (Tr.) 79.1).  
   

Grazie a tale documentazione archivistica, sappiamo che Sarti rivestiva la carica sia di Camerlengo del Collegio, sia di Console. Negli anni Venti dell’Ottocento, quindi, Domenico Sarti riporta il conto di alcuni medicinali prescritti, da un medico purtroppo ignoto, per i malanni dei Carmelitani. Nonostante questa sia un’epoca non eccessivamente distante dalla nostra, si faceva ancora largamente ricorso ad erbe e preparati naturali. Domenico Sarti esordiva così per il 1822:

Adì 20 Febraro 1822. Conto de Medicinali Somministrati alli Reverendi Padri della Madonna Santissima del Carmine come segue […]”.

Mentre ritroviamo la menzione a Traspontina per il 1823 (Fig. 2): “Adì 2 Gennaro 1823. Conto de Medicinali Somministrati alli Reverendi Padri del Venerabile Convento di S. Maria in Traspontina come segue […]”.

Il documento è quindi composto da un elenco, con data, frate, medicinali, quantitativo e costo.

   
 
  Fig. 2. Dettaglio del conto dei medicinali datato 1823 (AGOC II Roma (Tr.) 79.3).
   

Non essendo possibile in tale sede effettuare un esame dettagliato delle singole prescrizioni che erano state destinate a ciascun frate, ne saranno riproposte solo alcune con l’obiettivo di illustrare quali fossero i rimedi e ipotizzando, sulla base di questi ultimi, i malanni da cui i pazienti erano afflitti.

Domenico Sarti aveva segnato l’ordine del cremor tartaro, dell’acetil ammonio e dell’Oxymel semplice per il frate Angelo Piccardi. Sia il cremor tartaro che l’Oxymel (estratto naturale composto da aceto di mele, miele e sale naturale) erano impiegati rispettivamente per disturbi gastrici e disturbi digestivi e intestinali anche di tipo debilitante, mentre l’acetil ammonio nella medicina antica non era comunemente menzionato come sostanza specifica, ma utilizzato invece all’interno di preparazioni per trattare ferite e infezioni. Abbiamo supposto, quindi, che il frate fosse afflitto, oltre che da disturbi gastrointestinali, anche da qualche ferita o infezione cutanea, trattata con ammonio6 come disinfettante.

Al Frate Angiolo fu destinato, invece, un unguento di basilico, impiegato nel caso di ferite e infezioni sia di tipo traumatico che non.

Nel conto dei medicinali, sono molto comuni i decotti di malva78 e di olio d’oliva9, impiegati per affezioni infiammatorie gastroenteriche, specie con episodi dolorosi (gastrite, colite, coliche).

Nel mese di marzo, a frate Elia furono prescritti in combinazione sia la cera che l’olio di vipera. Quest’ultimo aveva una doppia indicazione: per uso dermatologico, come unguento per contrastare l’invecchiamento della pelle e le rughe, forse anche per altre patologie degenerative cutanee; per trattare dolori articolari, come reumatismi o altre affezioni muscolari di tipo infiammatorio; infine, per curare infezioni, ferite di animali, tagli, bruciature, escoriazioni. Particolare è la preparazione dell’olio di vipera che si ricavava tagliando il corpo del serpente a pezzi e conservando questi ultimi in un contenitore di vetro o metallo insieme all’olio di oliva. Il tutto si lasciava macerare così, in luogo buio e fresco per alcune settimane. Quest’olio era anche un noto ingrediente della teriaca1011 che si credeva possedesse proprietà curative contro una vasta gamma di malattie, tra cui la peste, la febbre e le ferite.

Data la contemporanea prescrizione della cera, si può ipotizzare che la ricetta fosse indirizzata alla cura di una patologia cutanea degenerativa, propria dell’età avanzata, come alcune formazioni tumorali, o anche verruche; in alternativa, si può pensare alla cura della pelle secca e squamosa, come psoriasi o ittiosi, o ancora all’infiammazione articolare causata da artrosi, artrite o lesioni muscolari.

Nel mese di maggio, al Padre Curato Rusconi fu segnata la “polpa di Cassia”, probabilmente di Cassia fistula1213, impiegata frequentemente in Medicina per le proprietà lassative e purgative. È perciò possibile che il frate fosse affetto da generici disturbi digestivi e, forse, in particolare da disfunzione intestinale con prevalente stipsi (colon irritabile? Diverticolosi del colon? Neoplasia del colon?).

Al Frate Costantino fu prescritta la “Rad. Ipeccac.” in polvere, abbreviazione della radice di ipecacuana14, pianta di cui si impiega solo la radice in polvere come potente emetico, oppure nelle diarree, dissenterie, lienterie ostinate, o ancora come salivante ed espettorante grazie al suo sapore acre e amaro (Fig. 3). Troviamo, insieme alla radice di ipecacuana, la teriaca (già menzionata), composto medicinale noto come panacea, e uno sciroppo di fiori di persico, ovvero la conserva dello sciroppo di viole mammole o viole odorate, impiegato per curare varie malattie di tipo infiammatorio. L’associazione di polvere di ipecacuana, teriaca e sciroppo persicorum può far supporre che frate Costantino fosse affetto da una malattia infiammatoria in particolare delle vie respiratorie con stato di debilitazione e uno stato tossico (tubercolosi? Neoplasia? Intossicazione?).

Nel mese di giugno, a Frate Elia Studente fu consigliata l’assunzione di “Chin. Chin. Hisp. s. pulv.”, ovvero la china china ispanica, o chinino, in forma di polvere (Fig. 4). Divenne la cura antimalarica per eccellenza, nonostante fosse usata anche per gli effetti antipiretici e analgesici1516. Si può supporre che il frate fosse affetto da una malattia febbrile, verosimilmente respiratoria, con sintomatologia dolorosa articolare e anche disturbi respiratori (bronchite?). Ma ancora per lo stesso religioso lo speziale segnava, e proseguirà a farlo per diversi mesi, la radice di ipecacuana e lo sciroppo d’aceto, quest’ultimo impiegato come espettorante, per alleviare la tosse e altre affezioni respiratorie. Sembra quindi del tutto plausibile una diagnosi di patologia respiratoria e febbrile, senza escludere la tubercolosi o una pneumopatia cronica.


 
Fig. 3. Erbe medicinali tra cui figurano l’ipecacuana e la malva (tavola tratta da Codice farmaceutico romano teorico pratico, Roma: Civiltà Cattolica, 1868).   Fig. 4. Raffigurazione della china (tavola tratta da Codice farmaceutico romano teorico pratico, Roma: Civiltà Cattolica, 1868).

 

Nel mese di agosto ancora a Frate Elia Studente vengono segnati in conto, di nuovo, il cremor tartaro in forma di polvere, lo zucchero bianco e lo sciroppo di more nere (abbreviazione “Syrup mor. nigr.”, ovvero Syrupus Mororum Nigrorum), rimedio naturale ricco di vitamine, minerali e antiossidanti usato principalmente per problemi digestivi e per curare l’anemia grazie al suo contenuto in ferro. Il frate appariva, perciò, affetto da un disturbo digestivo gastrico importante e da uno stato di anemia, situazione che si riscontra clinicamente in soggetti affetti da malattia ulcerosa gastro-duodenale o, peggio, da neoplasia gastrica.

Al Padre Angelico Sacrestano è prescritta una pomata all’oppio, applicata sulla pelle per alleviare il dolore e indurre una sensazione di benessere; a Padre Ascensi, invece, il latte vaccino, fonte di vitamine, proteine e di sali minerali, forse per via di uno stato di debilitazione nutritiva o carenziale o, ancora, di uno stato all’epoca definito come “tossico” per mala digestione, malattia epatica oppure, in generale, debilitante. Sempre a Padre Ascensi è segnata l’uva orsina (Arctostaphylos uva-ursi), impiegata nella Medicina antica per trattare il catarro nei bronchi, ma soprattutto per le infezioni del tratto urinario. Si può supporre che il frate fosse affetto da una patologia infiammatoria delle vie urinarie, come cistite e/o ipertrofia prostatica.

   
 
Fig. 5. Foglietto con la menzione a Giuseppe Bucci, chirurgo (AGOC II Roma (Tr.) 79.3).  

Nell’Archivio Generale dell’Ordine Carmelitano, tra i fogli dell’amministrazione datati al 1824, oltre alla prova dell’acquisto di altre erbe dal droghiere, vi è conservato un foglietto che documentava l’intervento da parte di un medico, tale Giuseppe Bucci, chirurgo, pagato da Padre Camillo Rusconi3, forse per qualche altro confratello (Fig. 5).

Per quanto riguarda i disturbi dei Carmelitani, anche quelli non riportati in tale sede, si tratta prevalentemente di raffreddore, tosse e febbri stagionali, qualcuno aveva forse contratto la malaria che, data la vicinanza al Tevere, non deve sorprendere; alcuni frati presentavano piaghe o ferite che potevano derivare anche dai lavori nell’orto, per non contare i disturbi gastroesofagei e intestinali, probabilmente dovuti all’alimentazione.

A tal proposito, concludiamo con un episodio piuttosto curioso, che riguarda ancora parzialmente i frati di Traspontina negli anni Cinquanta del Settecento, in un periodo perciò precedente a quello esaminato fino ad ora, proprio per comprendere quale fosse stato lo sviluppo in due secoli – in realtà non molto consistente – dei rimedi contro i malanni.

Nel 1744 Padre Luigi Laghi, Priore Generale dei Carmelitani, scriveva una lettera di risposta al Padre Giovanni Alvarez Gusman stante a Roma (non si conosce però la missiva di quest’ultimo) ringraziandolo di essersi preoccupato delle sue condizioni di salute, o meglio, dell’indisposizione di cui aveva sofferto negli ultimi mesi. Laghi non è molto specifico, ma successivamente si riescono a ricavare altri indizi17. A partire dal 1755, quindi dieci anni dopo, Padre Avertano Maria Bevilacqua del convento di Traspontina tenne una fitta corrispondenza proprio con Padre Luigi Laghi, che abitava a Forlì. I due discussero di questioni economiche, ma non solo. Infatti, proprio dalle lettere di Padre Luigi si viene a scoprire che presso il convento di Traspontina si produceva la cioccolata, sia quella semplice, sia quella aromatizzata alla vaniglia.

Padre Luigi chiedeva a Padre Avertano di inviargliela, in un primo momento apparendo semplicemente come un frate molto ghiotto; poi dalle lettere emergono alcuni disturbi che Padre Luigi raccontava di avere da parecchio tempo, ma era proprio la cioccolata che sembrava alleviarli. Nello specifico, nel febbraio 1758, Padre Luigi Laghi aveva contratto un fortissimo raffreddore, con tosse violenta, incessante e “strettezza di petto” che, fortunatamente, era poi passata. Tuttavia, i suoi malanni non erano terminati qui.

Dopo aver iniziato a soffrire di improvviso rossore in viso, mitigato grazie l’applicazione di un unguento prodotto da un confratello tedesco (ma di cui non conosciamo la composizione), si era recato da alcuni medici ad Ancona poiché riscontrava difficoltà respiratorie ogni mattina. Gli fu quindi consigliato di assumere il latte di capra mescolato ad acqua calda.

È nel mese di aprile che Padre Laghi individua nella cioccolata un rimedio apparentemente efficace contro il proprio malanno: “Io continuo a soffrire ogni mattina la solita strettezza di petto e difficoltà di respiro, ma presa la cioccolata, che mi causa alcuni flati, resto libero, onde attribuiscono il mio male à flati”.

Successivamente, il sig. Minio – forse un medico consultato a Roma da Padre Avertano – gli aveva consigliato di bere un bicchiere d’acqua calda dopo la cioccolata e dopo la cena.

Ovviamente, i disturbi di Padre Luigi proseguono fino a ottobre, quando decide di recarsi a Bologna, dove altri medici gli consigliano di assumere un “piccolo sassolino di zafferano dell’Aquila […] nella purga” per un mese, mentre ogni sera avrebbe dovuto prendere l’olio di mandorle dolci. Padre Luigi diceva di essersi fatto visitare dai migliori medici, senza che nessuno di loro avesse riscontrato malattie importanti, solo una “grossezza di sangue” da cui provenivano i suoi disturbi. Gli avevano quindi ordinato di bere a cena un brodo con un rosso d’uovo sbattuto dentro e due once d’olio di mandorle dolci18.

Il frate sosteneva di sentirsi abbastanza bene durante la giornata, mentre la notte il suo disturbo lo tormentava a tal punto da non dormire nemmeno un momento. Un medico gli aveva fatto “cavare un poco di sangue dalle morojdi”, dopodiché ne ebbe giovamento. Mentre Padre Luigi richiedeva nuovamente la cioccolata, il sig. Minio era tornato a consigliargli l’olio di mandorle dolci e un brodo in cui far bollire i fiori di malva e di viole. Padre Luigi si lamentava ancora: “L’incommodo però mi si fa sentire sempre doppo la mezza notte, e mi continua sino a qualche ora del giorno, anzi nel giorno qualche volta lo sento” e che tutti, inclusi i medici di Bologna, sostenevano fosse affetto da ipocondria.

 
  Fig. 6. Ritratto di Padre Luigi Laghi (Centro Internazionale Sant’Alberto, Roma).

Il povero Padre Luigi, considerato ipocondriaco e persino goloso, morirà nel novembre di quello stesso anno (Fig. 6). I suoi disturbi erano, in realtà, probabilmente legati a una cardiopatia con dispnea notturna, soprattutto in decubito supino. Nella sintomatologia del frate spiccano gli episodi di dispnea notturna attenuati dalla assunzione della posizione ortostatica o semiortopnoica come succede nei cardiopatici con insufficienza cardiaca. Il rossore in viso può far pensare ad una costituzione pletorica con ipertensione arteriosa. Spicca il giovamento avuto dalla sottrazione di sangue emorroidario che probabilmente funse più o meno da salasso. La cioccolata può aver avuto un effetto benefico in quanto stimola la produzione di ossido nitrico con azione vasodilatatrice. Il dolore precordiale poteva avere un significato anginoso, ma non si può escludere invece un dolore da reflusso gastroesofageo provocato proprio dall’uso-abuso di cioccolata. Il reflusso notturno può essere stato responsabile delle crisi accessionali di tosse per inalazione di succo gastrico refluo con successivi sintomi respiratori.

Oggi il frate avrebbe forse trovato una cura contro i suoi disturbi, senza essere accusato ingiustamente di ipocondria. Ma ognuno è figlio del suo tempo e, mentre la cioccolata carmelitana non viene (purtroppo) più prodotta, la Medicina è fortunatamente progredita. Grazie ai documenti dell’Archivio Generale dell’Ordine Carmelitano si è così riusciti ad ottenere un tassello storico di quella vita quotidiana, talvolta ignorata, nelle comunità religiose.


Dott.ssa Cristina Cumbo, Archeologa, Dottore di Ricerca in Archeologia Cristiana e Ricercatrice, Institutum Carmelitanum

Dott. Salvatore Cumbo, Medico chirurgo, già Dirigente Medico Medicina d’Urgenza A.O. San Camillo-Forlanini, Roma

Per la corrispondenza: criscumbo@gmail.com

BIBLIOGRAFIA

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  3. Archivio Generale Ordine Carmelitano. II Roma (Tertius) 79.3.
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  5. ANCCF, busta 7, I.3.10, c. 238.
  6. Giuia M, Giuia-Lollini C. Ammonio. In: Dizionario di chimica generale e industriale. Torino: UTET, 1948;I: 490-1.
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  10. Marra M. La vipera e l’oppio: la teriaca di Andromaco a Napoli tra XVI e XVIII secolo. In “Anthropos & Iatria” 2000;1:8-20.
  11. Villano R. Cenni di arte e storia della farmacia. Castellammare di Stabia: Nicola Longobardi, 2005. https://mostre.cab.unipd.it/medicamenta/it/71/la-teriaca.
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  13. Stato Pontificio: Consiglio dei Ministri. Codice farmaceutico romano teorico pratico, Roma: Civiltà Cattolica, 1868:525-6.
  14. Giuia M, Giuia-Lollini C. Radice di Ipecacuana. In: Dizionario di chimica generale e industriale. Torino: UTET, 1948;II:555-6.
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  16. Giuia M, Giuia-Lollini C. s.v. Chinina, Dizionario di chimica generale e industriale, Torino: UTET, 1948;I:889-91.
  17. AGOC II Prov. Romandiolae et Piceni Commune 6.
  18. AGOC II Roma (Tertius.) 118.1.1.