Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° 2, Aprile - Giugno 2025

Conferenza: L’impatto degli attuali conflitti armati sulla salute delle popolazioni civili: una catastrofe sanitaria e umanitaria

04 febbraio 2025

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L’impatto degli attuali conflitti armati sulla salute delle popolazioni civili: una catastrofe sanitaria e umanitaria

F. Belli

Leggiamo nella “Enciclopedia Treccani” la seguente definizione aggiornata di “guerra”: «Conflitto fra due o più stati, ma anche fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, economici, condotto con l’impiego di mezzi militari»1. La definizione allarga il panorama degli attuali conflitti armati: cause, protagonisti, contrasti, percorsi sono estremamente più diversificati rispetto ad un passato anche recente, spesso ci sfuggono le dinamiche di eventi che sconvolgono comunità talvolta a noi geograficamente e culturalmente lontane. Eppure, attualmente, e ancor più in futuro, nel nostro mondo globalizzato e interconnesso, ogni conflitto determina ripercussioni sugli equilibri generali sovra-nazionali, a distanza oltre che loco-regionali, pertanto assistiamo alla trasformazione di guerre locali in contese effettivamente “mondiali”.

Nel confronto fra guerre di ieri e di oggi, pur limitandoci alla storia contemporanea e a quanto avvenuto all’indomani del II conflitto mondiale, sottolineiamo 4 punti fondamentali:
negli anni successivi al 1945 diverse aree e regioni sono state lacerate da molteplici conflitti, spesso irrisolti, preludio a quelli odierni. Nazioni, tra cui l’Italia, hanno sì goduto di pace e benessere, ma il mondo complessivamente è stato attraversato da eventi drammatici e devastanti, figli perlopiù di contrasti irrisolti della guerra mondiale e a loro volta prodromi di quelli attuali;
le popolazioni civili sono sempre più pesantemente coinvolte nei conflitti attuali, con ripercussioni clamorose sulla salute e sul benessere delle stesse: sarà questo il fulcro della presente memoria;
oggi quasi in ogni angolo del mondo sono in corso conflitti armati, poche le aree indenni;
per il futuro si palesano, quali cause preminenti di conflitti, gli accessi alle risorse idriche, alimentari ed energetiche, colpendo ulteriormente i civili e attacchi alla sicurezza dei popoli, impiegando le risorse delle nuove tecnologie informatiche.

Uno sguardo a ieri, per capire gli eventi e i contrasti di oggi

Conseguenza ed eredità del II conflitto mondiale, e dei tanti problemi rimasti irrisolti, uno stato di tensione persistente che prese il nome di “Guerra Fredda”: “confronto ideologico, politico ed economico fra due blocchi potentemente armati che si fronteggiano minacciosamente, ma evitano di affrontarsi in una guerra (nucleare) che risulterebbe distruttiva per l’intero pianeta e finiscono col riconoscersi di fatto, congelando le relazioni internazionali in un equilibrio bipolare fondato sulla paura reciproca e, proprio per questo, capace di reggersi per decenni” (A. Giardina)2. Questa situazione si protrasse per quasi mezzo secolo, fino alla “scomparsa” di uno dei contendenti, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. In realtà le due superpotenze, USA e URSS, si affrontarono indirettamente per decenni mediante le cosiddette guerre “per procura”, delegando lo scontro armato ai rispettivi stati satelliti o alleati.

Si è detto e scritto spesso che “la guerra fredda ha permesso di evitare la guerra calda!”, nei 40/50 anni successivi alla II guerra mondiale: affermazione valida, e solo in parte, per l’Europa e il nord-America; altrove, in quegli anni, si sono combattuti almeno 160 conflitti armati con un numero di vittime (civili tra il 65 e l’80%) molto presumibilmente di 32 milioni di persone e oltre 54.740.000 tra sfollati, profughi, esuli e migranti “di guerra” (Tab. 1-7). Anche l’Europa non fu totalmente immune da guerre: quella civile in Grecia, due a Cipro, il terrorismo in Spagna e Ulster, la rivolta in Ungheria del ‘56, le “code” coloniali e le lotte per l’indipendenza dalle potenze europee in Africa e Asia, con ripercussioni anche sanguinose nel nostro continente.

 

Tab. 1-7. Le guerre dal 1945 al 2010.


Tab. 1 Tab. 2

 

Tab. 3 Tab. 4

 

Tab. 5 Tab. 6

 

Tab. 7

 

In conclusione, nella seconda metà del ‘900 il governo del mondo cadde sotto il bipolarismo URSS/USA, cui si aggiungerà in seguito la CINA, avvalendosi tutte e tre di una nuova arma: la deterrenza nucleare.

Negli stessi anni sorsero diversi nuovi Organismi Internazionali. Nel 1945 fu fondata l’ONU, sulle ceneri della Società delle Nazioni, le cui finalità prioritarie erano e restano: “agire per evitare i conflitti, ridurre e attenuare gli effetti di quelli già in atto, salvaguardare le popolazioni civili, interporsi come forza di pace, appoggiare interventi militari nei teatri di guerra solo al fine di riportare la pace e por fine al conflitto”. Le prime risoluzioni furono prese nel 1948 in corso della I Guerra Arabo-Israeliana (“due popoli, sue stati”) e nel 1950 a favore di un intervento americano in corso di guerra di Corea. Il primo intervento militare fu nel 1956, con l’invio di una forza di interposizione nella guerra di Suez.

Nel 1945 fu fondata la “Food Agricolture Organization” (FAO, 1945) e nel 1946, ma operativa nel 1948, la “World Health Organization” (OMS).

La bipolarità politica e militare nel mondo fu sancita dalla costituzione del Patto Atlantico e quindi della NATO nel 1949 (blocco occidentale) e del Patto di Varsavia nel 1955 (blocco sovietico e dell’est).

Il coinvolgimento dei civili

Le popolazioni civili hanno da sempre pagato un alto tributo di vittime in corso di conflitti, sin dall’antichità. I poemi classici da Omero in poi descrivono stragi ed eccidi, trascrizione epica di quanto accadeva nella realtà. Gli storici greci e romani riferiscono sovente di distruzioni di grandi città con sterminio dei civili, il cui destino di vinti era lasciato alla benevolenza, o rappresaglia del “dux” vincitore.

Roma stessa nei secoli della sua storia ha subito stermini della popolazione durante le invasioni barbariche e, successivamente, di eserciti stranieri (il sacco dei Lanzichenecchi). Strategie come l’assedio e la resa dei civili per fame e sete sono sempre state pratiche vincenti in ogni guerra. Le gesta di personaggi storici quali Alessandro e Napoleone oggi finirebbero sotto inchiesta al tribunale dell’Aia. I paladini delle tre grandi religioni monoteiste: crociati, israeliti e islamici hanno bagnato di sangue innocente il suolo della città santa, Gerusalemme. La diffusione del Credo Cristiano ha contribuito a risparmiare civili inermi lasciando l’“arte della guerra” a eserciti di professione, ma proprio in nome di Cristo i Conquistadores hanno sterminato interi popoli, ritenuti “razze inferiori”, nelle Americhe, e altrove. Il momento cruciale, il punto di non ritorno è avvenuto a metà del ‘900, con la diffusione delle teorie razziste: olocausti, genocidi e pulizie etniche di interi popoli, milioni di vittime.

Nel corso della storia autorevoli voci si sono levate per invocare guerre più “umane”, misure di attenzione e protezione per le popolazioni civili e gli inermi, pur accettando l’ineluttabilità degli eventi bellici per risolvere le contese fra nazioni. Fra tutte ricordiamo l’appello di I. Kant, propugnatore di una sorta di “pacifismo giuridico”, che nel 1795 nella sua operetta “Zum ewigen Frieden”, “Sulla pace perpetua”, scrisse: “In attesa di un giorno in cui si raggiungeranno la pace perpetua, l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, i diversi interessi particolari fusi in un unico interesse comune di tutta l’umanità, le guerre continuano; ma è auspicabile che i combattenti si comportino con onore, mantenendo tutti una qualche fiducia nella disposizione d’animo del nemico, altrimenti i conflitti si trasformano in sterminio per le popolazioni civili e gli inermi, la qual cosa è assolutamente da evitare e vietare, e la pace perpetua si costruirà su un grande e totale cimitero del genere umano”120.

Oggi, ogni conflitto conta innumerevoli stragi fra i più fragili. Spesso in una guerra non è più possibile distinguere fra civili inermi e militari combattenti, gli uni e gli altri ugualmente coinvolti, anzi i primi maggiormente perché indifesi, fragili e vulnerabili, divenendo anche bersagli privilegiati in una strategia pianificata di deterrenza e dissuasione del nemico.

Le guerre dal 1945 al 2010

Nelle Tab. 1-7 abbiamo sintetizzato i principali conflitti avvenuti nella seconda metà del XX secolo e nel primo decennio di quello attuale, raggruppati a seconda delle seguenti tipologie: conflitti regionale e per “procura”; medio-oriente; nei Balcani, dopo la disgregazione dello stato federale di Jugoslavia; a seguito della dissoluzione dell’URSS; guerre civili; decolonizzazione e indipendenza; sud-America. La maggioranza di questi conflitti riconobbe quali cause scatenanti problemi rimasti insoluti, o aggravatisi, durante e al termine della II guerra mondiale, per motivi geografici e territoriali, economici, etnici, religiosi, sociali, talora atavici; in numerose situazioni le nuove guerre non hanno risolto le questioni di base, che sono rimaste quali fattori determinanti e scatenanti per altrettanti conflitti oggi in corso. La ricerca di fonti energetiche e risorse idro-alimentari si è aggiunta nel tempo e costituisce oggi una delle cause primarie di guerre locali o sovranazionali.

Le Tab. 1-7 ci dimostrano non solo come alcune aree del mondo, in questo periodo, non siano mai state esenti da conflitti (medio-oriente, sud-est asiatico, gran parte dell’Africa), con un impressionante bilancio di vittime civili, ma anche l’aggravarsi negli anni di un fenomeno che oggi caratterizza praticamente tutte le contese armate in corso, ovvero la fuga dai teatri di guerra di milioni di civili, entro o più spesso fuori dai confini nazionali, e quindi innumerevoli migranti, profughi, sfollati, parte accolti in campi che da provvisori frequentemente si “cronicizzano” in permanenti, parte ingrossando le fila degli esuli lontano dalla propria casa. Le conseguenze drammatiche di questo fenomeno, peraltro in continua crescita, da un punto di vista sanitario, fisico e psicologico, umanitario, sociale e organizzativo sono facilmente intuibili.

I conflitti armati di oggi, dal 2010

In tutto il mondo si registrano attualmente numerosi conflitti armati attivi o situazioni che preludono a guerre imminenti conclamate: a fine 2024 i primi erano 478, di cui 58 con evidenti ripercussioni che oltrepassavano i confini dei paesi contendenti, le seconde almeno 1.500, fra le quali 418 episodi con vittime, feriti, espulsioni e carcerazioni a danno di civili. Senza contare 3.250 proteste di piazza con ulteriori violenze subite da civili3. Uno studio completo dei conflitti in corso è materia assai complessa; in questa memoria prenderemo in considerazione, in rapporto all’argomento proposto4:
• il numero e le caratteristiche demografiche delle vittime, civili e militari;
• il problema dei profughi, degli esuli e degli sfollati e l’entità del fenomeno;
• cause, durata e conseguenze dei principali eventi bellici;
• gli effetti sugli equilibri locali e internazionali;
• il coinvolgimento dei civili: nel presente le ricadute economiche, sanitarie e, in senso lato, “umanitarie”, nel futuro le ripercussioni sulle nuove generazioni;
• l’attenzione e l’interessamento dei mezzi di informazione: guerre mediatiche e guerre dimenticate.

Nella Tab. 8 abbiamo sintetizzato gli eventi principali che stanno insanguinando diverse aree del mondo5-7: alla guerra civile in Siria, al conflitto Russia-Ucraina e alla situazione di Gaza, con le profonde crisi umanitarie ed emergenze sanitarie che si sono determinate, dedicheremo altrettanti approfondimenti.

Anche i conflitti in corso riconoscono quali fattori di contesa motivazioni politico-territoriali, economiche, tribali ed etniche, religiose, dispute e ricerca di risorse minerarie, interferenze esterne (ulteriori guerre per procura), terrorismo8; le relazioni e il ruolo fra queste e le più devastanti guerre oggi in corso sono riassunte nella Tab. 9.

 

Tab. 8. Le guerre di oggi: durata, vittime e conseguenze.

 

Tab. 9. Le guerre di oggi: relazione fra cause e conflitti in corso.

 

La copertura e la visibilità mediatica dei conflitti odierni non è affatto uniforme: nella Tab. 8 abbiamo riassunto quelli che sono alla ribalta, quotidianamente, su ogni organo d’informazione, con un bombardamento di notizie e aggiornamenti che può anche essere deleterio per la psiche sia di chi vive questi drammi in prima persona, sia per chi ne è coinvolto indirettamente, da “spettatore”, come è stato dimostrato in recenti studi neuro-cognitivi9. Ma in molti altri casi, là dove le contese diventano permanenti e si “cronicizzano”, il flusso di informazioni scema nel tempo fino ad arrestarsi in parte o del tutto: sono le cosiddette “guerre dimenticate”, al cui oblio contribuiscono anche la lontananza dei conflitti sia in termini geografici, che culturali, antropologici ed economici. Ecco che massacri, sofferenze dei civili, richieste di aiuto ad enti internazionali, inascoltate,  proseguono, nel dimenticatoio e nell’indifferenza del resto del mondo. Esempi di queste situazioni sono le numerose guerre civili che da decenni insanguinano l’Africa, perlopiù per motivi etnici, tribali, economici e religiosi; ricordiamo i conflitti permanenti e striscianti, con periodiche recrudescenze, che nel complesso provocano migliaia di morti, centinaia di migliaia di sfollati e profughi, milioni di persone in emergenza sanitaria e umanitaria, in Liberia, Sierra Leone, Somalia, Nigeria, Congo, Sudan e Darfur. In Angola la guerra civile post-indipendenza, terminata nel 2002, ha provocato 500.000 morti e 1 milione di profughi. La guerra del Darfur nel 2003 e quella d’indipendenza del Sud-Sudan nel 2011, mai completamente concluse, hanno causato 2 milioni di morti e un numero imprecisato di profughi, che insieme ai civili rimasti sono falcidiati dalle malattie infettive. Infine il Congo, in emergenza civile e militare dal 1997, cui si sono aggiunti nel tempo interessi internazionali per le sue ricchezze minerarie e l’intervento di jihadisti e ISIS, con un bilancio di 5.400.000 vittime e milioni di profughi10.

Caratteristiche e tipologie delle guerre di oggi

I conflitti che attualmente attraversano il mondo sono perlopiù un’eredità del secolo passato e delle tante crisi irrisolte, ma anche conseguenza di fattori totalmente nuovi e diversificati, in un mondo in continuo cambiamento, soprattutto tecnologico e informatico;  possiamo suddividerli in 4 tipologie, che caratterizzeranno anche il prossimo futuro:

  1. scontri armati “tradizionali” fra stati, o milizie o clan tribali;
  2. terrorismo;
  3. cyberconflitti e guerre digitali;
  4. guerre per l’accesso alle risorse naturali e idro-alimentari11. In diversi casi i limiti fra queste tipologie sono sfumati, si sovrappongono e possiamo avere situazioni composite e complesse.
1. Gli scontri armati convenzionali sono conseguenze del fallout di stati e nazioni (Libia, Iraq, Yemen, Somalia), dispute territoriali e di confini in seguito al dissolvimento di “imperi” o stati federali (URSS, Jugoslavia, guerre in Ucraina, Georgia, Balcani), problemi irrisolti del ‘900 (Medio-Oriente, Asia centrale). Il conflitto è sostenuto non solo da eserciti regolari, ma anche milizie paramilitari, mercenari, clan tribali.
2. Il terrorismo è un fenomeno tipico del nostro tempo, estremamente diversificato e sfaccettato nelle sue manifestazioni, diffuso ormai in gran parte del mondo, ma con la drammatica connotazione comune di colpire selvaggiamente i civili. Le azioni più sanguinose sono opera del jihadismo islamico, tanto sciita, quanto sunnita, del suprematismo bianco, di gruppi paramilitari di radice marxista in America latina. I bersagli sono individuati in base a contrasti etnici, politici e religiosi, colpendo frange della popolazione perlopiù inermi e inoffensive. Nel decennio 2010-2020, gli attacchi terroristici di diversa matrice nel mondo hanno causato la morte di oltre 170.000 persone tra le popolazioni civili.
3. 4. Cyberconflitti e guerre per le risorse, già presenti nel nostro tempo, caratterizzeranno sempre più il futuro. I primi sembravano fino a pochi mesi fa come giochi e lotte di potere fra nazioni o gruppi dominanti, e comunque qualcosa di ancora indefinito, se non al momento fantascientifico, ma hanno avuto un impulso imprevisto e fattivo nel conflitto fra Israele e gruppi sciiti, mediante tecnologie sofisticate che hanno portato “la morte a distanza” o il blocco cibernetico di strutture essenziali, militari e civili. Le contese per le materie prime e, ancor più, risorse alimentari e acqua investiranno popoli tra i più poveri al mondo, spesso ricchi di risorse, ma non in grado di accedervi o sfruttate da terzi. I conflitti per le risorse coinvolgono la ricerca e l’accesso ad acqua e alimenti, gas, petrolio, minerali e metalli rari: sono l’esempio più evidente, e drammatico, di guerre il cui impatto crea squilibri incolmabili tra ricchi e fragili, accentuando il divario umanitario, sociale e sanitario tra gli uni e gli altri.

Oggi almeno il 40% della popolazione mondiale vive in paesi che da anni si trovano in una situazione di conflittualità permanente: i civili ne sono pesantemente coinvolti e in condizioni di cronica criticità umanitaria, alimentare e socio-sanitaria. Ricordiamo soprattutto lo status di persistente belligeranza e instabilità, in cui si riconoscono una o più fra le tipologie di conflitti prima illustrati, in: Afghanistan, Iran, Iraq, Yemen, Medio-Oriente, Libia, Somalia, Sudan, Centrafrica sahariana e sub-sahariana, Sahel, regioni curde, Ucraina, Georgia, Armenia, stati caucasici, Colombia, Venezuela, Messico, Myanmar. In paesi come Siria, Afghanistan, Yemen, Iraq, Palestina e Ucraina ogni anno si registrano decine di migliaia di vittime civili. Nel 2020 nel mondo si contavano 71 milioni di profughi, perlopiù a causa di persecuzioni, guerre, violenze, violazione dei diritti umani.

In particolare nel sud del mondo si sta delineando un quadro di sovrapposizioni e intersezioni tra conflitti per le risorse, conflitti convenzionali e tribali, instabilità politica, “poverty”, migrazioni ingestibili di profughi, crisi climatica, ingerenze delle super-potenze o gruppi economici per la ricerca e lo sfruttamento delle risorse minerarie. Un mix esplosivo a danno dei più fragili, con crisi sociale, sanitaria e umanitaria in espansione.

Le conseguenze sanitarie e umanitarie delle guerre, oggi

Oggi, ancor più che in passato, i drammatici conflitti in corso (Gaza, Ucraina, Siria, Yemen) provocano esecrabili situazioni che rappresentano l’antitesi di tutto ciò che la Medicina e le strutture di salute pubblica si sforzano, sempre e ovunque, di raggiungere e offrire. Medici, e tutte le altre figure professionali in sanità che si dedicano a curare ogni patologia e a preservare la salute, e la vita, sono pertanto, nelle guerre attuali, in prima linea per le emergenze e per portare sollievo e aiuti umanitari. Alcuni conflitti odierni ci riportano indietro nel tempo per la loro crudeltà e imbarbarimento delle azioni belliche verso le popolazioni civili, “conditi” dalla distruzione delle aree residenziali, dei centri di cura, dalla devastazione delle infrastrutture e delle città, dal blocco dei corridoi umanitari: tutto questo determina un sostanziale incremento di morbilità e mortalità, una catastrofe sanitaria e una crisi umanitaria12. Nell’ambito di una popolazione civile, le situazioni più drammatiche gravano su coloro che si trovano in condizioni di vulnerabilità o fragilità, che possiamo definire come uno status in base al quale una popolazione, o categorie particolari, o individui, non sono in grado di prevenire, affrontare, resistere e recuperare benessere psico-fisico dall’impatto con eventi disastrosi. È in rapporto con la suscettibilità e la resilienza. Vulnerabili e fragili sono in ogni caso i bambini, gli anziani, i disabili, madri e figli pre/peri/post-partum, vittime principali di ogni guerra.

In sintesi: 2 miliardi di persone vivono oggi in aree con conflitti in corso; le guerre attuali colpiscono lo stato di salute dei civili, mediante la violenza, la costrizione alla fuga, la distruzione delle infrastrutture, dei servizi e dell’organizzazione sanitaria; attualmente i profughi o rifugiati nel mondo sono oltre 68 milioni, che fuggono dai propri paesi principalmente perché in situazioni di conflitto armato; il 60% di questi esuli non è raggiunto né in patria né all’estero da aiuti umanitari internazionali; in alcuni paesi e conflitti la distinzione tra civili e militari è fittizia, perché anche i primi sono chiamati a combattere, talvolta anche i minori.

Nel grafico di Fig. 1 è illustrato il rapporto percentuale tra caduti civili e militari nei conflitti degli ultimi 100 anni: i numeri dimostrano come i primi siano ormai divenuti nettamente le vittime maggioritarie, spesso un bersaglio elettivo dei contendenti, scelto senza alcuno scrupolo umanitario.


 Fig. 1. Rapporto percentuale tra caduti civili e militari nei conflitti degli ultimi 100 anni.

 

Gli effetti sulla salute possono essere diretti, indiretti o combinati. Tra i primi, le patologie e la mortalità trauma-correlate; gli effetti e le conseguenze indirette, almeno 9 volte superiori rispetto alle precedenti, a lungo sottostimati e sottovalutati, ma che possono protrarsi lungamente nel tempo, dipendono anche dallo stato di salute della popolazione, dall’efficienza del sistema sanitario e dal reale accesso alle cure prima del conflitto. Infine le conseguenze di tipo misto, diretto/indiretto, che riguardano principalmente la salute mentale.

Effetti diretti

Le guerre nei Balcani, il genocidio in Rwanda, la II Guerra del Golfo e quella civile in Siria e gli attuali conflitti in Ucraina e Gaza hanno presentato, e presentano ancora, le situazioni più drammatiche di danni diretti da attacchi, bombardamenti, mine abbandonate. Fattori determinanti sono: violenza individuale o collettiva, tipo di armi usate e capacità distruttiva, intensità e concentrazione dei bombardamenti, tipo di esplosivi. Gli effetti possono essere fisico-traumatici13 o chimici (clorina, mostarde, sarin) o da radiazioni. Ma di gran lunga superiori per numero e impatto clinico, rispetto alle prime vittime, sono i feriti e i portatori di in/disabilità conseguenti, sia civili che militari, bisognosi anche per anni di cure, protesi e assistenza in centri di riabilitazione assolutamente insufficienti nei teatri di guerra.

Effetti e conseguenze indirette
Malattie infettive. La situazione epidemiologica locale, dei paesi limitrofi14 e di tutti quelli coinvolti in guerra è determinante. Numerose epidemie sono scoppiate durante o dopo un conflitto, come in Darfur, causa dell’80% dei decessi. Popolazioni in movimento possono andare incontro a vettori sconosciuti, come nelle zone malariche. Infezioni gastrointestinali, respiratorie, tubercolosi15, morbillo sono gli eventi più frequenti. Determinante è la copertura vaccinale di una popolazione (infantile, ma non solo) prima e durante un conflitto1617; fattori decisamente negativi sono la promiscuità e l’assenza di igiene nei campi profughi, vere incubatrici di infezioni. “Controlling infectious diseases is crucial, and a disease pandemic as a result of a war is a possibility”18.

Malattie non-comunicabili (ncds). È un problema sottovalutato il loro incremento “di base”, indipendentemente dai conflitti, anche nei paesi “del sud del mondo” o LMICs, come indica chiaramente l’epidemiologia, anche per l’aumento dell’età di vita e il miglioramento delle diagnosi. Le guerre in atto, in Ucraina, in medio-oriente, contribuiscono a non trattare adeguatamente queste malattie, a non diagnosticarle in tempi congrui, ma soprattutto a preparare un substrato psico-fisico e comportamentale per l’insorgenza di patologie croniche che coinvolgono tanto i cittadini non al fronte, quanto i militari: sia per gli uni, che per gli altri condizioni di stress, abuso di alcool e fumo, ulteriori danni fisici predispongono a malattie respiratorie, cardiovascolari19, metaboliche. Il collasso dei sistemi sanitari, la distruzione delle infrastrutture per diagnosi e cura, il difficile accesso ai presidi medici causano molteplici difficoltà per il trattamento e la gestione di queste patologie impegnative e a lungo termine20.

Salute sessuale, riproduttiva e materna. I conflitti distruggono e impedisco l’accesso ai diversi servizi per la maternità (Africa!), da cui aumento di aborti e patologie della gravidanza e riguardanti il feto. Aumentano tutte le infezioni sessualmente trasmesse, la prostituzione (Iraq), i matrimoni forzati21 anche delle bambine, talora per salvarle dalle aree di crisi. Ma l’evento più dirompente è l’uso della violenza sessuale come arma o deterrente di guerra (Balcani, Rwanda, Ucraina), pratica sempre più diffusa, sulle donne, sui bambini/e, sui prigionieri, sui civili: le conseguenze psicologiche, infettive, riproduttive, che fanno parte del programma di guerra, sono facilmente intuibili22.

Salute dei bambini. I minori sono tra le principali “vittime di guerra”, sia nelle proprie località (i più fortunati), che nei campi profughi: crescono morbilità e letalità per infezioni gastrointestinali e respiratorie, malattie da malnutrizione, incrementano notevolmente le patologie congenite e genetiche nei neonati. La mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni è in qualunque paese in guerra registrata in aumento, anche senza apparenti cause specifiche. La bassa o interrotta copertura vaccinale provoca epidemie di morbillo in forma grave o il riapparire di infezioni che sembravano debellate, come la poliomielite. Incrementate tubercolosi, colera, parassitosi. In tutti i paesi belligeranti, questi effetti persistono per anni a distanza di tempo.

Salute mentale. È compromessa sia direttamente (effetti dei bombardamenti, orrori visti e vissuti), che a distanza, nel tempo e indirettamente, costituendosi il cosiddetto PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder). Stress, insonnia, ansia, depressione sono perlopiù associati in quadri complessi. Incidono: la fuga dalle proprie case, la perdita dell’intimità familiare, la vita promiscua in campi profughi, la precarietà idro-alimentare, atti traumatici e violenze subiti o solo visti, la perdita della protezione familiare, sociale, economica, l’incontro/scontro con altri popoli, lingue, religioni, usanze.

(Mal)nutrizione. La carenza globale o di singoli nutrienti e di acqua potabile mina la salute e l’efficienza di alcuni organi, come il sistema immunitario (predisposizione a numerose malattie infettive e, nel tempo, autoimmuni2324) e l’apparato cardiovascolare. Alla base di ogni incremento di morbilità e mortalità in paesi belligeranti, per qualsiasi causa, c’è sempre una condizione di malnutrizione, che incide maggiormente nelle categorie di soggetti vulnerabili e fragili. Stati di avitaminosi sono in relazione ad una scarsa risposta ai vaccini.

 

Health determinants

Tanto gli effetti diretti, quanto quelli che agiscono indirettamente sulla salute, in corso o in conseguenza di un evento bellico, si incontrano, talora si scontrano, sì da venirne condizionati, con una serie di fattori e proprietà che chiamiamo “Health determinants”. Pertanto il quadro che si viene a configurare dall’insieme e dalle relazioni fra tutti questi elementi è sempre complesso, ma soprattutto diversificato in ogni apparato sociale colpito e in ogni conflitto armato.

I conflitti sono un evento “shock” per i singoli, le comunità e le società; i soggetti fragili sono ovviamente i più esposti anche in relazione all’età, sesso, stato di salute di base, resilienza fisica e mentale, condizioni socio-economiche, ovvero i cosiddetti health determinants. Le guerre aumentano la vulnerabilità e i rischi per la salute dei singoli e delle collettività, esposti a nuovi e vecchi patogeni e contaminanti ambientali. Le malattie psico-fisiche da stress incidono quasi fossero vere e proprie epidemie. Crollano le sicurezze acquisite e  le barriere protettive: solidarietà sociale, stabilità finanziaria, sicurezza e disponibilità idro-alimentare, legami familiari, tutti fattori determinanti e tra loro interconnessi, che, proprio per questo, possono essere travolti a catena da un conflitto armato; sconvolta è la vita individuale, sociale e di comunità dei cittadini nei paesi belligeranti o comunque coinvolti (ad es.: stati che ricevono profughi e danno asilo ai rifugiati: Polonia/Ucraina, Turchia/Siria, Egitto/Gaza).

Contesto pre-bellico2526. Importanti sono i parametri demografici della popolazione, le condizioni di salute generale e lo “status” del sistema sanitario, la copertura vaccinale, le disponibilità alimentari e di acqua potabile.

Età e sesso. Tutti i fattori di rischio (assenza di vaccinazioni e incremento dei contagi infettivologici, scarsa igiene, stress cronico, contaminanti ambientali)27 colpiscono maggiormente i bambini, soggetti fragili tra i fragili: altissima è anche l’incidenza, rispetto agli adulti, di malattie e disturbi mentali. I bambini sono psicologicamente e fisicamente traumatizzati da: perdita e separazione dalla famiglia, assenza di scolarità, arruolamento come soldati (almeno 250.000 in Africa centrale). Dalla guerra di Corea, donne e bambine sono vittime di violenza sessuale sistematica. I suicidi sono più frequenti nel sesso femminile e tra gli anziani. La condizione di stress permanente incrementa NCDs, specie tra gli anziani.

Insicurezza alimentare. Contribuiscono a determinarla la restrizione degli spazi e dei tempi per le coltivazioni, la riduzione del personale dedicato chiamato al fronte, gli storni finanziari, i prodotti agricoli finiti convogliati ai militari, l’acqua e le colture contaminate come “arma di guerra” (Rhodesia, Sudan, Liberia). Le ridotte risorse idro-alimentari in paesi già carenti causano malnutrizione diffusa che colpisce soprattutto i fragili: bambini, donne in gravidanza (neonati immaturi, sottopeso, con malformazioni), anziani, cui peggiora ogni patologia cronica già in atto.

Crollo delle società e delle comunità. Calo del PIL, aumento della povertà, distruzione della proprietà privata e sociale, riduzione delle risorse non solo economiche sono conseguenze di tutte le guerre. La scolarità è interrotta o annullata, i giovani sono dirottati verso occupazioni manuali, se non militari o diventano inattivi, in una sorta di limbo e di sopravvivenza senza futuro, fisica e mentale. La distruzione delle infrastrutture nega l’accesso alle cure, al lavoro, alla scuola. Leggi e norme giuridiche sono violate, manca un controllo statale, il che contribuisce all’incremento della violenza verso persone, beni e proprietà. Aumentano omicidi, violenza sulle donne, perpetrati da singoli, gruppi militari od organizzazioni criminali: i paesi dell’Africa centrale e sub-sahariana e la Cambogia sono esempi di questi eventi drammatici.

Spostamento e migrazione di popolazioni. L’evento traumatico di lasciare la propria casa e il proprio paese, con frantumazione dell’identità sociale e familiare, si traduce in migrazioni interne o estere, raccolta di migliaia di persone, anche permanente, in campi profughi, dispersione di altre migliaia nei casi estremi. In ogni continente, la metà dei profughi per cause belliche è rappresentato da bambini. Nei campi aumentano morbidità e mortalità, specie per malattie infettive, violenze, precarietà idro-alimentare. Sterminate e miserevoli tendopoli ospitano orfani, donne sole, anziani e invalidi che non possono compiere lunghi viaggi e fuggire: un’umanità fragilissima tra i fragili.

Spesso i campi profughi raccolgono anche chi fugge da paesi sconvolti da altre calamità: crisi climatica, disastri naturali (terremoto in Turchia - guerra civile in Siria). Il flagello maggiore rimane quello rappresentato dalle malattie infettive, per scarsa igiene, bassa copertura vaccinale, precarietà immunitaria. Si sono registrate epidemie o focolai di tubercolosi, morbillo, poliomielite, colera, polmoniti e gastroenteriti. Tra i profughi, dispersi o raccolti, incidono maggiormente le sindromi mentali, le conseguenze da abuso di alcool e droghe, le violenze sessuali, la prostituzione. Il soccorso è affidato agli aiuti umanitari, tanto internazionali (ONU) quanto privati (ONG) ed enti di aiuto (chiese), tutti inevitabilmente e universalmente insufficienti.

Ridotto accesso alle cure. È causa, e allo stesso tempo, conseguenza di tutti i punti precedenti. I conflitti armati colpiscono gli assetti sanitari preesistenti, distruggendo infrastrutture, ospedali, laboratori e centri di ricerca, industrie farmaceutiche (talora riconvertite per usi bellici), riserve idriche, anche come “azioni e armi di guerra pianificate” (Siria, Yemen). Medici e sanitari sono dirottati al fronte, reparti per cure e riabilitazione riservati primariamente ai militari: l’offerta sanitaria per i civili è ridotta o interrotta, così come le risorse economiche, né possono supplire completamente gli aiuti internazionali28.

A conclusione di questa parte generale, riportiamo alcune puntualizzazioni, utili per meglio comprendere il contesto generale ed eventi specifici. Innanzitutto la differenza tra “pulizia etnica” e “genocidio”, concetti che purtroppo ricorrono spesso nelle storie qui ricordate. Ci sembrano esemplificative le definizioni date da G. Sabbatucci2. Per “pulizia etnica” si intende una “persecuzione o violenza fisica compiuta da una popolazione ai danni di un’altra per ridurla e terrorizzarla e costringerla ad abbandonare un territorio conteso, sì da rendere quest’ultimo etnicamente omogeneo e pulito da tutte le minoranze non appartenenti al gruppo preponderante”. Esempi: guerre etniche nei Balcani e in Ruanda negli anni ’90. “Genocidio” è lo “sterminio ed eliminazione di tutto un popolo o etnia, mediante un progetto pianificato e preordinato da parte di un altro popolo, con la soppressione di tutti gli appartenenti al gruppo da cancellare, sia che si trovino in un unico territorio, sia dispersi in più zone”. Esempi: olocausto degli Ebrei nel corso della II guerra mondiale, Rohinija in Birmania.

A livello umanitario, ricordiamo come nella carta delle Nazioni Unite (1945) e nella Dichiarazione dei Diritti Umani (1948) vi sono articoli che vincolano le nazioni aderenti, in pace e in guerra, a tutelare le popolazioni civili. Negli anni ‘70, quando iniziarono a costituirsi le prime ONG, l’ONU dettò norme precise per regolarne l’attività di salvaguardia dei civili, nonché le relazioni fra le stesse ONG e ogni nazione aderente, con la finalità prioritaria e cruciale di favorire e non ostacolare le operazioni di salvataggio, ribadendo anche l’obbligo di recupero e assistenza di naufraghi in mare.

Crisi sanitaria ed umanitaria in corso di conflitti armati, in tre situazioni particolari ed esemplificative
1. La guerra civile in Siria, dal 2011, definita come “la più grave crisi umanitaria dalla II Guerra Mondiale”29.
I numeri. 500.000 morti (11% della popolazione)30, il 70.6% civili, il 29.4% combattenti. I bambini costituiscono il 12% delle vittime, ma in aumento: 8% nel 2011, 25% dal 2016 in poi. 2.800.000 civili feriti o mutilati. 13.000.000 (>  50% della popolazione) sfollati: tra questi, 6.000.000 migrati o raccolti in campi profughi all’estero (3.500.000 in Turchia, 1.500.000 in Libano, 660.000 in Giordania, 350.000 in Iraq ed Egitto)31.

Conseguenze sanitarie ed umanitarie specifiche della guerra civile in Siria
Malattie infettive ed epidemie in corso di guerra. Ripetute epidemie di colera32 si sono verificate nel 2009, 2015, 2022 (Aleppo, Raqqa), tanto nei campi profughi, quanto nei centri urbani; il numero di soggetti infettati e di vittime rimane imprecisato, colpiti soprattutto i bambini e i non vaccinati33. La Leishmaniosi cutanea, detta anche “bolla di Aleppo34, è aumentata considerevolmente con 3 picchi nel 2015-2018-2022, specie ad Aleppo e nel nord del paese (il sud è perlopiù desertico e poco abitato)35 e in Libano36. Tra il 2016 e il 2018 si sono registrati circa 80 casi di poliomielite37 nel sud-est del paese: tutti bambini di cui non è stato possibile accertare con esattezza lo stato vaccinale (assente, parziale, incompleto). Dall’inizio della guerra la copertura anti-polio è crollata, moltissimi bambini iniziano ma non completano il ciclo vaccinale e sono esposti ad alcuni ceppi specifici. La tubercolosi dal 2011 è aumentata, specie nei campi profughi sia interni che nei paesi vicini38. Dal 2015 in Siria i nuovi casi sono 3.800/4.000 l’anno, fra questi MDR-TBC incide tra l’8% e il 18%. Tra i paesi che ospitano rifugiati siriani, Libano, Giordania e Turchia sono i più colpiti: in Turchia la tubercolosi d’importazione è incrementata di oltre 6 volte e in Libano di 10, ogni anno i nuovi casi aumentano fra il 25 e il 34%. BCG in Siria e paesi limitrofi è scarsamente utilizzato nei soggetti a rischio. In Siria e Turchia scarsi sono i successi del trattamento di MDR-TBC, a causa degli spostamenti continui di popolazione e della dispersione dei pazienti, da cui diffusione dei ceppi resistenti in tutta l’area. La situazione del morbillo sta divenendo preoccupante: si è passati da 3200 casi nel decennio 2000/10 a 30.200 nel quinquennio 2015/9, con due picchi epidemici nel 2017 e 2018 nelle regioni del nord. La copertura vaccinale, negli stessi periodi, è passata dal 90 a meno del 50% e sono in aumento i casi gravi complicati, spesso mortali. La diffusione del morbillo nel nord della Siria funge da indicatore della bassa copertura vaccinale, anche per altre infezioni e dell'accesso limitato alle cure e mette in evidenza la vulnerabilità del popolo siriano alle malattie infettive e alle malattie prevenibili con i vaccini nel contesto dell'attuale conflitto39.

Anche HIV e altre infezioni sessualmente trasmesse sono segnalate in aumento in tutta l’area del conflitto siriano.

Infrastrutture e assistenza sanitaria. In sintesi:
* la guerra ha abbassato l’aspettativa di vita di 20 anni40;
* rispetto al decennio 2000/10, la mortalità in Siria è triplicata; dal 2011, il 54% dei decessi è stato causato da attacchi aerei; dal 2017, prevalgono le vittime per cause indirette, ad es., malattie infettive41;
* il 42% degli ospedali è stato distrutto o gravemente danneggiato;
* il 70% dei medici e operatori sanitari non è più operativo: uccisi (circa 1000 medici), feriti o scomparsi, fuggiti, rapiti, arruolati, imprigionati;
* il 70% delle ambulanze distrutto;
* molte industrie farmaceutiche convertite per uso bellico: produzione di gas tossici e altri prodotti chimici!

Armi non convenzionali. “Weaponizing water as an instrument of war in Syria: impact on diarrheal disease in Idlib and Aleppo governorates, 2011-2019”42.

Emergenze sovrapposte. “The impact of the devastating Turkey-Syria earthquake on the fragile health care system in war-torn Syria”43: il terremoto del 2023 ha ancor più danneggiato le infrastrutture che supportano l'acqua, i servizi igienico-sanitari e le strutture sanitarie e interrotto la sorveglianza epidemiologica. Le resistenze agli antibiotici sono esacerbate dall'elevato numero di lesioni traumatiche e dal collasso delle misure di prevenzione e controllo delle infezioni44.

Infanzia. Il 90% dei bambini nei campi profughi ha meno di 12 anni, non ha accesso a cibo adeguato e acqua potabile, da cui malnutrizione e malattie infettive, prima causa di morbilità45. Evidenti gli effetti negativi psicologici e fisici sul benessere dei bambini, a causa di episodi di violenza, anche sessuale, sfruttamento, molestie, tratta e indottrinamento. Le ragazze sono particolarmente vulnerabili agli abusi sessuali e hanno bisogno di un sostegno specifico di genere per superare il vulnus fisico e psicologico46. Anche in Siria è stato riferito l’arruolamento di bambini-soldato47. Le campagne di vaccinazione48, sospese a inizio guerra, sono riprese sia pur parzialmente solo dopo il 2015. I bombardamenti hanno fatto strage di bambini49: oltre l’elevata mortalità immediata, numerosissime sono le invalidità conseguenti bisognose di riabilitazione e psicoterapia, non adeguatamente supportate dai pochi centri attivi. Le patologie croniche come la diffusa talassemia hanno risentito della difficoltà di accedere ai centri di cura peraltro in parte distrutti.

Salute mentale.  La maggior concentrazione di casi con disturbi “war-related” è nelle città prossime alle zone “calde” e nei campi profughi, nel sesso femminile, in età avanzata, in proporzione al numero di eventi traumatici, personali e collettivi, agli spostamenti subiti, ai fattori di stress quotidiani, ai rumori della guerra e alla (bassa) sensazione di sicurezza percepita5051. Il 44% dei cittadini riporta un grave disturbo mentale e i sintomi della PTSD52. Le conseguenze di questa guerra sulla salute mentale potrebbero influenzare le generazioni future per molti anni. Mentre le violazioni dei diritti umani non sono nuove, nuovi sono gli attacchi alle istituzioni mediche, arma e deterrenza bellica, anche perché percepite come tradizionalmente “occidentali”53.

Antibiotico-resistenze. La microbiologia delle infezioni delle ferite legate alla guerra indica una prevalenza di gram-negativi; l’aumento delle antibiotico-resistenze tra gli isolati da ferite è un problema serio e dipende da: tempistica e tipo di gestione chirurgica, eccessivo uso di antibiotici “off-control”, scarso utilizzo e aderenza in emergenza degli antibiogrammi, presenza di frammenti metallici od organici nella ferita, trasmissione nosocomiale54. L’aumento delle antibiotico-resistenze, al pari di quello delle malattie infettive, non colpisce solo la Siria, ma anche i paesi limitrofi che accolgono milioni di sfollati55.

Ulteriori conseguenze
* Nuova emergenza: patologie acute e conseguenze croniche da impiego di armi chimiche contro la popolazione civile;
* danni e inquinamento diffuso dell’ambiente e del territorio (ecocidio);
* contaminazione di acqua e alimenti come arma di guerra;
* crollo della scolarità e dell’istruzione;
* l’82% delle famiglie ha subito dispersioni, distacchi, perdite;
* il 14.6% di donne e bambini accusa almeno 1 danno fisico, l’8% ha subito torture;
* il 13.5% fra donne e bambine ha subito matrimoni forzati e il 10.2% stupri;
* l’11% dei bambini nei campi profughi è stato rapito o è sparito;
* il 47.2% (cifra per difetto) soffre di PTSD, quota che sale al 60% per quanto riguarda i minori al di sotto dei 18 anni;
* le vaccinazioni dell’infanzia sono state drasticamente interrotte, altre (epatite A) sospese del tutto;
* i paesi europei maggiormente coinvolti nel transito o nella permanenza dei profughi siriani (Germania, stati balcanici) devono affrontare emergenze sanitarie cui non sono preparati, anche per scarsa conoscenza di alcune patologie: parassitosi;
* nei campi i profughi subiscono costantemente la perdita della propria individualità e indipendenza, la perdita dell’identità e dell’autonomia familiare, la fiducia nel prossimo, la socializzazione, talora l’onestà e l’integrità morale.

La distruzione delle testimonianze archeologiche della grande medicina araba medioevale

Nel XIV secolo, ad Aleppo, il governatore mamelucco Arghun al-Saghir al-Kamili, allorché le malattie mentali non vennero più considerate una punizione divina, ma patologie curabili come le altre, trasformò parte delle dimore per emiri in “Bimaristan”, luogo dedicato ai malati di mente con accorgimenti all’epoca rivoluzionari: ad es. musica, fontane, vegetazione per i più “agitati”. In seguito, altri emiri aprirono strutture per i bambini malati da ricoverare assieme alle madri. Questi edifici, peraltro architettonicamente meravigliosi, nella cittadella di Aleppo sono stati distrutti dall’ISIS e in corso della guerra civile siriana56.


2. Guerra Russia-Ucraina: 2014-2021 e dal 2022
Cronistoria
 1991: indipendenza dell’Ucraina dalla URSS proclamata dal Soviet Supremo del paese e confermata da un referendum;
 2004: “rivoluzione arancione” contro il neo-presidente V. Janukovic, filorusso;
 2010-13: Janukovic torna al potere, violenta repressione dei movimenti popolari che chiedono la fine delle interferenze russe e l’avvicinamento alle posizioni occidentali;
 2014: Janukovic fugge in Russia. La Russia annette la Crimea. Separatisti filorussi e forze inviate da Mosca fondano le repubbliche Donetsk e Luhansk. Inizia il conflitto fra Ucraina e forze separatiste del Donbass, anch’esse filorusse, che si trascina con molte vittime e senza risultati effettivi per nessuno dei due fronti;
 24 Febbraio 2022: 200.000 soldati russi invadono le regioni sud ed est dell’Ucraina, che viene pesantemente bombardata in toto. Inizia il conflitto tuttora in corso, con avanzate e controffensive da entrambe le parti.


Vittime dal 2022. 1° anno di guerra: almeno 8.200 civili ucraini uccisi; militari ucraini: 13.000/100.000 vittime, a seconda delle fonti (russe, ucraine, neutrali); militari russi: 17.000/163.000 vittime, a seconda delle fonti.

Al 31.12.2024, le cifre ufficiali fornite dai rispettivi paesi riportano: 30.000 militari morti fra gli ucraini e 50.000 fra i russi, fonti terze o imparziali segnalano un  numero fino a 8 volte superiore tra vittime e dispersi in entrambi gli eserciti. I civili ucraini deceduti dovrebbero essere almeno 20.000, il 5% bambini; alcune migliaia di minori sono stati deportati in Russia.

Sfollati e rifugiati: 7.7 milioni di ucraini, il 17% della popolazione, è stata costretta a fuggire verso ovest: 3.5 milioni hanno lasciato l’Ucraina, perlopiù accolti in Polonia (>2.000.000) e Romania57.

Guerra Russia-Ucraina: sappiamo davvero tutto?
* Gli ucraini, soprattutto gli anziani che hanno vissuto la II Guerra Mondiale, considerano i russi invasori alla stregua dei tedeschi, chiamandoli “nimtsi”, nazisti;
* i dati sulle posizioni pro o contro dei russi riguardo lo scontro con l’Ucraina sono differenti a seconda delle fonti: il 35/40% della popolazione è comunque favorevole a proseguire la guerra fino alla vittoria finale e contraria a qualunque colloquio di pace; il 60% ritiene il conflitto inevitabile e non addossa all’esercito russo colpe e responsabilità morali di stragi e distruzioni (“inevitabili”);
* stride il contrasto fra l’impiego di armi moderne e tecnologicamente avanzate e strategie (trincee, occupazione di villaggi) che richiamano le guerre di 100 anni fa;
* agli occhi degli Occidentali, netta appare la separazione fra aggressori e aggrediti, in contrasto con altri conflitti recenti (Balcani, medio-oriente) ove le posizioni erano e sono più sfumate;
* Dnipro, uno degli epicentri della guerra, ospita il maggior ospedale militare del paese e uno dei più grandi al mondo, con strutture di primo soccorso, diagnostica e riabilitazione all’avanguardia.

Conseguenze sanitarie ed umanitarie specifiche della guerra Russia-Ucraina
Criticità sanitarie in tempo di guerra. Le infrastrutture sanitarie, sin dai primi giorni di guerra58, sono state oggetto di pesanti attacchi da parte dell’esercito invasore, almeno 117 ospedali sono stati distrutti o danneggiati; al contempo, sono ovviamente aumentate le necessità diagnostico-terapeutiche per alcune specialità chiave: neurochirurgia (in particolare, traumi cranici da esplosivi termobarici59), traumatologia6061, chirurgia ricostruttiva62, oncologia, dialisi63, riabilitazione64. Non tutti possono fuggire dalle città bombardate od occupate, chi rimane (i più fragili) è costretto a nascondersi dai bombardamenti e dagli attacchi aerei nella metropolitana e negli scantinati: luoghi non attrezzati per un soggiorno prolungato, il che causa condizioni antigieniche e contribuisce alla diffusione di malattie infettive. Ciò è particolarmente drammatico nelle stagioni invernali, durante le epidemie influenzali e le recrudescenze di Covid-1965. Non esiste un sistema sanitario universale: l'Ucraina non istituì un sistema sanitario che garantisse alla popolazione un accesso illimitato almeno alle cure essenziali dopo aver raggiunto l'indipendenza nel 199166. Il sistema sanitario è oggi finalizzato principalmente ad aiutare le vittime della guerra, gli interventi chirurgici non urgenti o programmati vengono dilazionati. È difficile fornire cure mediche alle donne incinte, le quali a causa dei continui bombardamenti partoriscono nei sotterranei degli ospedali o in altri luoghi di fortuna. La disponibilità di medicinali e il lavoro delle farmacie sono limitati. I pazienti con patologie croniche, infettive (tubercolosi HIV) o NCDs raramente ricevono continuativamente i farmaci necessari.

Salute mentale. I civili ucraini, sottoposti al prolungato impegno in guerra con la Russia e i separatisti russi, hanno tassi elevati di PTSD; la sindrome colpisce maggiormente coloro che sono stati sfollati a causa del conflitto in corso rispetto a chi è riuscito a rimanere nelle proprie case: 65% vs 23%67. Tra le principali fonti dei disturbi mentali, citiamo le violenze e gli orrori vissuti o solo visti68, i rumori della guerra, la perdita dell’unità familiare e del normale rapporto uomini (padri/mariti)-donne, giovani/anziani, a causa dell’arruolamento di un gran numero di uomini per la resistenza contro l'esercito russo. Milioni di persone sono sintonizzate sui social per aggiornarsi sulla guerra: la sovraesposizione dei media a disastri e violenze può generare sindromi ansiose o peggiorarne di preesistenti69. Ormai ansia, depressione e disturbi del sonno70 gravano sulla quasi totalità della popolazione ucraina, insieme ai più vari disturbi mentali e comportamentali, configurandosi quadri di PTSD completi o parziali, con conseguenze sia a breve che a lungo termine; incidono in varia misura traumi, separazione familiare, morte di persone care, perdita di lavoro e istruzione, sfollamento forzato71 e testimonianze di atrocità. Tra i più colpiti gli anziani, in cui un PTSD completo è molto più frequente. L’alcoolismo, già da prima assai diffuso nel paese, ha assunto ormai le caratteristiche di una epidemia sociale. Da subito, va ripensato il “dopo” e le conseguenze più gravi post-conflitto: ad es., rafforzando le reti familiari e comunitarie per la salute e il benessere a lungo termine.

Alimentazione e ambiente. Un rischio diffuso è la malnutrizione, soprattutto per i neonati e i bambini piccoli, che può portare a effetti dannosi sullo sviluppo fisico e cognitivo. Come strategia di guerra deliberata, le forze militari russe hanno devastato i campi agricoli72, danneggiato i sistemi di stoccaggio e distribuzione del cibo, limitandone la disponibilità. Le conseguenze indirette per la nutrizione possono estendersi ben oltre l'Ucraina: la distruzione di terreni agricoli e strutture di stoccaggio, il furto di grano, il blocco delle esportazioni alimentari possono contribuire alla riduzione di scorte di cereali nei paesi a basso e medio reddito di Africa e Asia che dipendono dall’acquisto di grano ucraino (14% della produzione mondiale)73.

Infezioni. L’aumento della morbilità e della mortalità civile in Ucraina è attribuibile soprattutto a malattie derivanti da sfollamenti forzati, promiscuità e danni ai sistemi di approvvigionamento alimentare e idrico74. Le malattie trasmissibili contagiano più facilmente a causa della permanenza in luoghi affollati, del ridotto accesso all'acqua e al cibo sicuri, della compromissione dei servizi igienico-sanitari, delle cure mediche inadeguate e delle lacune nelle campagne di immunizzazione. I civili sono particolarmente a rischio di malattie diarroiche, come il colera, di patologie respiratorie a impronta marcata (Covid-1975 e tubercolosi76), di forme gravi di morbillo. Le resistenze antimicrobiche sono segnalate in forte aumento77. L’Ucraina è il paese in Europa con il più alto numero di HIV+: negli ultimi 5 anni, sono aumentati dell’ 1.2%/l’anno78.

Un discorso a parte merita la situazione della tubercolosi, emergenza fra le emergenze in Ucraina e nell’est-Europa. L'Ucraina ha la quarta più alta incidenza di tubercolosi nella regione europea secondo l’OMS. La ricerca di nuovi casi attivi si è praticamente fermata.

Diverse aree dell’Europa orientale: Ucraina, Russia, Bielorussia e Moldavia, presentano la più alta concentrazione di tubercolosi multiresistente (MDR) al mondo79;  la Russia e l’Ucraina  occupano rispettivamente il secondo e il quinto posto nella graduatoria dei pazienti confermati con tubercolosi estensivamente resistente ai farmaci (XDR). La percentuale di co-infezioni HIV/tubercolosi è del 22% e del 24% tra i pazienti con uno stato HIV noto, rispettivamente, per l'Ucraina e la Russia, ma il dato è sicuramente sottostimato. Per i profughi entro o fuori l'Ucraina, la continuità delle terapie per la tubercolosi e la DR-TB è a rischio, situazione che può avere gravi conseguenze, come l'amplificazione della resistenza ai farmaci, la trasmissione dell'infezione, soprattutto con ceppi resistenti, la progressione della malattia80. La guerra e la crisi umanitaria stanno avendo e avranno un impatto negativo sulla tubercolosi e sulla DR-TB in Ucraina e nei paesi limitrofi, alcuni dei quali accolgono milioni di profughi, con i loro enormi problemi sanitari, tra i quali primeggiano le malattie infettive, a cominciare dalla tubercolosi e la MDR-TB81. Ogni paese deve affrontare questo “carico” imprevisto e improvviso, ciascuno con la sua diversa situazione infettivologica, col proprio  assetto sanitario, con diversi gradi di immunizzazione, a cominciare dal più coinvolto, la  Polonia82. “The UN recently estimated that over 40 million new people have fallen below the poverty line as an immediate consequence of this war. While poverty is the most potent social determinant of TB”83.

L’altro grande problema infettivologico che si registra in tutta la zona di guerra è l’aumento delle antibioticoresistenze. Fra i dati emersi, segnaliamo il 48.5% di resistenze, soprattutto delle enterobacteriaceae (isolati da ferite di guerra), vs cefalosporine III generazione77. I batteri gram-negativi multiresistenti, compresi quelli resistenti alla colistina, al cefiderocolo e alle nuove combinazioni di inibitori della β-lattamico-β-lattamasi, presentano notevoli difficoltà per il trattamento delle infezioni correlate alle lesioni da combattimento o bombardamento84.

Ambiente e industria. Sia le forze russe, che quelle ucraine stanno causando un'estesa devastazione ambientale (ecocidio)85: esplosioni e incendi contaminano l'aria e l’ambiente con gas tossici e sostanze imprecisate e minacciano l'integrità dei reattori nucleari. Frequente e pericolosa è la distruzione di depositi di armi. La rovina degli impianti industriali sta contaminando l'acqua e il suolo con sostanze chimiche mutagene e cancerogene.

Maternità e infanzia. Le complicanze della gravidanza, la mortalità materno-infantile, i neonati prematuri e di basso peso alla nascita sono tutte situazioni cliniche aumentate a causa del ridotto accesso alle cure e della malnutrizione. Le forze russe hanno violentato donne (e non solo), come “arma di guerra”86. Sono stati deportati in Russia 1,9 milioni di civili ucraini, tra cui 37.000 bambini. 

NCDs. L'incidenza di molte malattie non trasmissibili aumenta (stress, inquinamento, crisi alimentare, abuso di alcool e droghe fra le cause) e i casi preesistenti possono esacerbarsi, a causa dell'accesso limitato alle cure mediche e alla ridotta disponibilità di farmaci essenziali. I pazienti affetti da malattie croniche percepiscono un deterioramento delle risorse e dell’offerta sanitaria a un ritmo senza precedenti, con preoccupazioni sul futuro delle loro cure. Per i diabetici87 lo scarso accesso alle risorse sanitarie essenziali è ancora più preoccupante: secondo AFID, nel 2023 in Ucraina c'erano circa 2.325.000 pazienti con diabete di tipo 2.

I bambini: prime vittime della guerra. Gli attacchi della Russia contro i civili e il bombardamento di scuole, ospedali e orfanotrofi sono stati compiuti anche con l'uso di munizioni a grappolo in aree popolate e di mine antiuomo e, di conseguenza, la disseminazione di ordigni inesplosi88. L'OMS ha segnalato, nei primi mesi di guerra, più di 70 attacchi alle strutture sanitarie, tra cui  ospedali per la maternità e pediatrici. Il Teatro di Mariupol, utilizzato come rifugio antiaereo per i civili, è stato ridotto in macerie: si stima che 300 persone siano state lì uccise. Più di 500 scuole sono state danneggiate. Nei primi 2 mesi di guerra, almeno 100 bambini sono stati uccisi, ma è sicuro che le cifre effettive siano considerevolmente più alte. I dati dei conflitti odierni e passati mostrano che le armi esplosive hanno un effetto amplificato sui bambini, che presentano maggiori probabilità di morire o di riportare gravi ferite alla testa e al viso da esplosivi rispetto agli adulti; molti vivranno, ma con disabilità e traumi psicologici per gli anni a venire89. I bambini vivono nella paura e nell'incertezza, con scarso accesso all'acqua pulita, al cibo, a un riparo sicuro e all'istruzione. I sistemi sanitari sono in perenne emergenza. Molti bambini perdono le vaccinazioni di routine90 e quelli con patologie croniche rischiano di vedere interrotto il trattamento. 4,3 milioni di bambini – più della metà della popolazione del paese di età inferiore ai 18 anni – hanno lasciato le loro case; secondo le stime dell'UNICEF, 1,8 milioni di bambini sono fuggiti nei paesi vicini e 2,5 milioni sono sfollati interni. 50.000 bambini disabili non sono più assistiti. La violenza e il trauma della guerra avranno effetti duraturi sullo sviluppo, sulla salute fisica, sul benessere mentale e sulla formazione dei bambini.

Oncologia. La guerra in Ucraina sconvolge l'assistenza di routine ai pazienti, le sperimentazioni cliniche e la ricerca di base sul cancro, con conseguenze potenzialmente disastrose. Medici e ricercatori stanno aiutando i pazienti nel miglior modo possibile, ma si prevede che la mortalità per cancro aumenterà nel paese91 e nelle nazioni limitrofe (Polonia), esposte agli stessi inquinanti diffusi da bombe e incendi, e comunque già coinvolte nell’assistenza alle migliaia di profughi malati di cancro92.

Droghe e alcoolismo. Entrambe le dipendenze sono in aumento, tanto tra i civili, quanto tra i militari: al contempo diminuiscono le strutture per il trattamento e le forniture di farmaci93; il 50% di coloro che fanno uso di droghe, sono anche HIV+9495.

Immunizzazione. Già prima della guerra, in Ucraina il tasso di immunizzazione di routine era uno dei più bassi al mondo, secondo l'Unicef96: solo il 44% dei bambini era vaccinato contro la polio, il 30% contro il morbillo, il 10% contro HBV, il 3% aveva completato la trivalente. Nel 2019 si è registrata un’epidemia di morbillo (23.000 casi97), numerosi dei quali gravi e complicati, nel 2021 sono stati denunciati casi di poliomielite. In corso di guerra, sia nelle zone libere, che in quelle occupate, la situazione è peggiorata. Tutti i conflitti sono anche periodi di epidemie di malattie trasmissibili, poiché le persone trascorrono molto tempo in promiscuità, in campi o rifugi sovraffollati, anti-igienici.


3. Guerra Israele-Hamas a Gaza, dal 2023
Cronistoria. “…the biggest open-air prison in the world…”
1967: Guerra dei 6 giorni, al termine della quale inizia il controllo della striscia di Gaza da parte di Israele;
1987: prima Intifada;
 1993: accordi di Oslo, che prevedono la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, tra i cui compiti è l’amministrazione della striscia di Gaza;
2000-5: seconda Intifada;
2006: Hamas, organizzazione militare e politica radicale, vince le elezioni a Gaza, prevalendo su Al Fatah e altri partiti moderati;
2008: primo scontro fra Israele e Hamas, con lancio di razzi e 1 migliaio di morti; altri episodi nel 2012 e 2014, crescono le vittime soprattutto fra i civili;
scontri sanguinosi, scambio di razzi, proteste e numerose vittime, specie tra i civili palestinesi, si ripetono nel 2018 e poi quasi ogni anno; dagli abitanti di Gaza si reclama maggior autonomia e la fine del blocco imposto da Israele dal 2007;
7 Ottobre 2023: Hamas attacca il sud di Israele (provocando oltre 1000 vittime civili) che risponde invadendo progressivamente tutta la striscia per stroncare definitivamente il terrorismo. A oggi si contano, tra gli abitanti di Gaza, almeno 43.000 vittime civili.

Conflitto Israele-Hamas/palestinesi a Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme: vittime dal 2000 a oggi. Gaza: 360 Kmq, 2.200.000 abitanti (>5000/Kmq), 50% minori, età media: 17.6 anni. I 2/3 della popolazione vive in estrema povertà e solo grazie agli incostanti aiuti internazionali. Dal 2000 al 7.10.2023 (fonte: B’tselem, ONG israeliana), nelle 3 aree, le vittime palestinesi sono state 10.463. quelle israeliane 1.308. Secondo l’ONU, dal 2008 al 7.10.2023 tra i palestinesi vi sarebbero stati 6.226 morti e 144.963 feriti, fra gli israeliani 389 morti e 6.118 feriti. Le vittime dal 7.10.2023 al 31.12.2024, secondo fonti ONU e di alcune ONG, a Gaza sono state fra i palestinesi non meno di 43.000, di cui 15.000 bambini e 82.000 feriti. Gli israeliani nell’attacco del 7 ottobre hanno perso circa 1000 civili perlopiù giovani e subito il rapimento di 250 cittadini, molti dei quali poi periti, e in seguito l’uccisione di alcune centinaia di soldati.


Alcune riflessioni. Fra le tante anomalie di un conflitto che dura ormai da 80 anni, la situazione che vede affrontarsi un popolo, quello ebraico, chiuso in uno stato reale e ben delineato, e un altro popolo, quello palestinese, senza stato, e con l’ulteriore anomalia che Hamas, nelle sue diramazioni radicalizzate alla lotta armata, governa Gaza dopo aver vinto libere elezioni! È stata definita una “guerra con zone d’ombra, senza tempi e spazi ben definiti”, in realtà una contesa divenuta nel tempo anche un ulteriore terreno di scontro fra superpotenze e stati limitrofi, che appoggiano per convenienza e interessi propri, ora gli uni, ora gli altri. Lo stato conflittuale permanente danneggia entrambi i contendenti: l’economia, la sanità pubblica, gli aspetti umanitari sono ormai strettamente interdipendenti; è una realtà che nonostante barriere, posti di blocco e pattugliamenti, ogni giorno a Gaza (prima del 7.10.2023), Cisgiordania e Gerusalemme, da anni, migliaia di lavoratori passano da una parte all’altra contribuendo all’economia anche della controparte. E nell’assistenza sanitaria diversi sono i casi di strutture comunitarie. Il crollo e la crisi economica e umanitaria di una parte, travolge anche gli storici “avversari”. L’evidenza è, pertanto, che ad oggi le due popolazioni sono strettamente interdipendenti per diversi aspetti, nell’economia, nelle ripercussioni socio-sanitarie di un conflitto prolungato: dovrebbero entrambe comprendere che la guerra alla lunga non conviene a nessuno! È impossibile creare barriere fisiche (muri) o esistenziali definitive che separino per sempre i due popoli; in molti, nello stesso stato ebraico, stanno comprendendo che i  muri edificati sono più barriere psicologiche e di coscienza, che realtà efficaci di separazione. La guerra è una catastrofe per entrambi i popoli, ormai, in questo mondo, troppo interconnessi, anche oltre le loro volontà. Il concetto e il modello di 2 stati, nella loro impostazione originaria tradizionale, sono in profonda crisi, ma non morti; spiriti colti, propositivi, lungimiranti, per ravvivarli, da entrambe le parti, non mancano.

Conseguenze sanitarie ed umanitarie specifiche della guerra Israele-Hamas a Gaza
Distruzione infrastrutture e ospedali. Tra i civili, 6,5 abitanti/1000 hanno riportato ferite o traumi da guerra, emergenze tali da richiedere cure immediate e assistenza nel tempo: il 32% bambini, il 25% rimarrà con una disabilità importante fisico/motoria98 (ad. es, amputazioni di arti da esplosivi e necessità di riabilitazione con protesi99). Nuove emergenze si aggiungono ad una gravosa routine, contemporaneamente assistiamo alla distruzione della rete ospedaliera a Gaza, già in precedenza insufficiente100101, l’uccisione di medici e altri operatori sanitari102, l’aumento spropositato delle necessità sanitarie “di guerra”, l’interruzione di servizi essenziali quali dialisi, nursing, chirurgia di base103. Il sistema sanitario a Gaza dovrà essere interamente ricostruito: ospedali, infrastrutture, personale, risorse104.

Effetti a distanza. Analizzando le conseguenze fisiche dei precedenti conflitti a Gaza e in medio-oriente, è stato riscontrato che, a distanza di anni, il 50% dei traumatizzati da esplosivi o esposti a inquinanti chimici, presenta noduli fibrotici polmonari, transaminasi persistentemente elevate, steatosi, epatiti B o C o da altri virus, insufficienza epato-renale, diabete: non conosciamo la natura chimico-fisiche di gran parte degli esplosivi106!

Salute mentale nei bambini. La maggior parte dei bambini è stata esposta a bombardamenti e distruzione di aree residenziali (83,51%), costretta a lasciare casa, scuola, affetti (72,92%), testimone della profanazione di moschee (70,38%), esposta a violenze e situazioni di combattimento (66,65%) e visto cadaveri (59,95%). Sia i maschi (28,3%) che le femmine (26,5%) mostrano il quadro PTSD, la cui entità è correlata al numero di eventi traumatici vissuti107. I bambini subiscono il trauma fisico e psicologico di ferite e amputazioni personali e a carico di familiari. Con gli esplosivi lanciati dai droni, oggi, traumi e conseguenze sono sempre più frequenti105. Tutti questi fattori, assieme alla perdita di certezze, alle malattie infettive, agli stati carenziali, all’interruzione della scolarità e della vita sociale e comunitaria, minano lo sviluppo e l’integrità psico-fisica dei bambini.

Salute mentale e comportamenti negli adulti. Oltre il 50% degli abitanti di Gaza, dai conflitti iniziati 10 anni fa, soffre di disturbi del sonno, più frequenti tra donne e giovani, associati spesso a depressione grave e ad una condizione di stress persistente psico-fisico. Il conflitto in atto, combinato con l'alta densità di popolazione, il peggioramento delle condizioni socio-economiche, la sfiducia nel futuro e, oggi, l’overesposizione mediatica108, svolge un ruolo importante nei disturbi ora ricordati e in quelli dell'umore109. PTSD colpisce il 70% della popolazione adulta110. In aumento i suicidi.

Infezioni. Dall’inizio della guerra (ottobre ‘23) a Gaza sono state segnalate 179.000 infezioni respiratorie acute, 136.400 casi di gastroenterite, 55.400 casi di scabbia e pidocchi e 4.600 casi di ittero dndd. La distruzione degli ospedali, la carenza di forniture ed elettricità, le condizioni-igienico-sanitarie drammatiche, il sovraffollamento, lo scarso accesso all'acqua e ad una alimentazione sana111 contribuiscono alla crisi sanitaria, aggravando la diffusione delle malattie infettive. Un bambino su due soffre di diarrea cronica112. I programmi vaccinali sono tutti ampiamenti disattesi: oggi registriamo frequenti epidemie di morbillo, l’aumento dei casi di tubercolosi, il riaffacciarsi della poliomielite. L’incremento delle antibioticoresistenze, sia nei campioni da ferite e traumi, sia nei reperti occasionali da individui non traumatizzati, è in drammatica ascesa.

NCDs. I malati con patologie croniche sono oltre 350.000. Malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete, malattie metaboliche sono in evidente aumento: stress, inquinamento, malnutrizione e abuso di alcool, fumo e droghe contribuiscono a questa nuova situazione113114.

Neoplasie e malattie congenite genetiche. Entrambe queste situazioni sono dimostrate in forte aumento, a Gaza, da almeno dieci anni e numerosi sono i casi di bambini nati con malformazioni genetiche: la distruzione dell’ambiente, la diffusione di inquinanti e mutageni, molti dei quali ignoti, a seguito di bombardamenti e altri atti bellici, la malnutrizione, sono fattori primari nel determinare un nuovo status epidemiologico col quale dovremo confrontarci a lungo nei prossimi anni. Alti livelli di contaminanti ambientali con effetti a lungo termine teratogeno e cancerogeno, come i metalli pesanti, sono stati introdotti negli armamenti nelle aree di guerra: sono stati segnalati effetti sulla salute riproduttiva, aumento delle NCDs e dei tumori e si sospetta che la contaminazione da residuati bellici sia correlabile con la nascita di bambini con malattie congenite e malformazioni, e con alterazioni dello sviluppo psico-fisico, evidenziati da anni in tutto il medio-oriente115116. Bario, arsenico, cobalto, cadmio, cromo, vanadio e uranio che persistono nell’ambiente (da cui campi contaminati, crollo dell’agricoltura) e sono assunti dall’organismo aumentano l’incidenza dei tumori (polmone, sangue), dimostrata in numerosi paesi già teatro di guerre o limitrofi: Iraq, Ucraina, Polonia, medio oriente.

Salute materno-infantile. In costante e drammatico aumento è la mortalità materna peri e post-partum: le carenze nell'assistenza alla maternità sono legate alla situazione socioeconomica, al disfacimento della sanità, al difficile accesso alle cure dal 2014. A Gaza vi sono in media 50.000 donne incinte100. I neonati sono sovente prematuri e in seguito i bambini presentano alterazioni nello sviluppo sensomotorio e del linguaggio117. Stress, malnutrizione, traumi materni e familiari, inquinamento dell’ambiente, le cause più frequenti. L'esposizione prenatale delle madri a eventi traumatici di guerra è associata ad anomalie dello sviluppo cognitivo, motorio e socioemotivo del bambino118.

Considerazioni conclusive
 "Ogni guerra è una guerra contro i bambini", disse Eglantyne Jebb, fondatrice di Save the Children, nel 1919;
 i bambini sono vittime innocenti delle guerre: vivranno con traumi e cicatrici psico-fisiche per tutta la vita. Le guerre spietate di oggi mettono a rischio il futuro di intere generazioni di bambini;
• colpire intenzionalmente ospedali e luoghi in cui sono raccolti malati e feriti è proibito dal diritto internazionale, così come attaccare le unità mediche “sul campo” nell’ambito di azioni militari contro, indistintamente, obiettivi militari e civili. Tali divieti nei conflitti armati sono insiti nell'articolo 3 della Convenzione di Ginevra, che enuncia come “i feriti e i malati debbano essere raccolti e curati, indipendentemente da quale parte in contesa”. Le violazioni costituiscono crimini di guerra e sono perseguiti dalla Corte penale internazionale di L’Aia;
 tra i fragili, la situazione dei disabili è insostenibile nelle attuali emergenze di guerra. Ad es., ci sono 2,7 milioni di persone con disabilità fisiche in Ucraina e circa 100.000 con grave disabilità intellettiva: numerosi centri di assistenza sono andati distrutti, gran parte del personale sanitario chiamato al fronte o evacuato;
 l’OMS, riguardo Gaza e i campi profughi siriani, ha denunciato: “The situation now is to die silently. Only death is at all over around, no response, no help. Everything stays still”119;
 dobbiamo affrontare le crisi sanitarie e umanitarie “di guerra” e relative emergenze con interventi, altrettanto emergenziali, per una risposta “di guerra”; diviene una priorità assoluta proteggere con misure adeguate, robuste, tempestive e protratte nel tempo quanti si adoperano per portare aiuti spesso vitali alle popolazioni civili, talvolta coinvolti e vittime essi stessi di attacchi di una o più delle parti in conflitto;
 diversi sono i settori che richiedono approfondimenti e nuove conoscenze, nell’ambito della cosiddetta “medicina di guerra”, sia per affrontare le situazioni odierne, che per meglio impostare e gestire prossime, ahimè inevitabili emergenze: salute e salvaguardia di madri e neonati; NCDs; accesso e distribuzione dei vaccini; effetti delle nuove armi sulla salute, immediati e a distanza, composti chimici ed elementi fisici e radianti; danni ambientali (ecocidio); ripercussioni dei danni di guerra, “diretti e collaterali” nel tempo, post-conflitto, sia per quanto riguarda la salute fisica che quella mentale.

Oggi i conflitti raramente si concludono in tempi brevi, possono protrarsi per anni, addirittura per decenni: effetti e conseguenze attraversano le generazioni, dilatandosi nel tempo. Dobbiamo modulare la risposta sanitaria e umanitaria ad uno stato di cose che non cambierà a breve, non possiamo abbandonare le popolazioni a conflitto terminato, nel momento in cui subentra la fase della ricostruzione che deve e dovrà essere sì materiale, ma soprattutto morale, mentale, esistenziale e socio-collettiva, cioè un nuovo “wellbeing”.

 

APPENDICE

E l’Italia? I “nostri” conflitti armati

Il nostro paese dalla fine del II conflitto mondiale, come la maggioranza degli stati europei e del nord-America, ha goduto di un lungo periodo di pace e benessere, che sostanzialmente dura ancora oggi, nonostante le turbolenze internazionali che condizionano la vita e la politica di ogni nazione. Eppure vicende conflittuali e nemmeno tanto piccole anche l’Italia le ha avute: a parte il secessionismo alto-atesino che, dopo aver provocato alcuni morti e attentati, è stato placato 50 anni fa, il terrorismo dei cosiddetti “anni di piombo”, di diversi colori politici, e l’azione della criminalità organizzata hanno seminato (e la seconda talora persiste) vittime e distruzioni.

Il terrorismo fra il 1969 e il 1984 ha lasciato sul terreno oltre 350 morti e un migliaio fra feriti e mutilati: militari, forze dell’ordine, funzionari dello stato, ma anche tanti civili, come nell’episodio più cruento, la strage alla stazione di Bologna, che causò 85 vittime di cui 12 minori. La criminalità organizzata, nelle sue diverse espressioni loco-regionali (cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita) ha provocato dagli anni ’60 almeno 1013 vittime riconosciute, moltissime civili e assolutamente avulse dal contesto criminale, di cui 122 minori (85 bambini tra gli 0 mesi e i 14 anni), la metà ad opera della mafia.

Terrorismo e criminalità trovarono una convergenza nei primi anni ’90 in quello che fu riconosciuto come “un attacco congiunto alle istituzioni dello stato”, culminato in una serie di attentati sanguinosi che raggiunsero l’apice nel 1993, in diverse città, in particolare la bomba e il successivo incendio a Firenze in Via dei Georgofili che causò 5 vittime civili innocenti, fra cui una neonata e la sorella di 9 anni, Nadia Nencioni, 41 feriti e ingenti danni al patrimonio artistico. La piccola Nadia si cimentava già a scrivere versi e poche ore prima aveva ricevuto un premio per una semplice composizione poetica: parole che oggi suonano come un presagio, un omaggio dedicato a tutti i bambini vittime di guerre e violenza: 


Il tramonto
Il pomeriggio 
se ne va
il tramonto si avvicina
un momento stupendo
il sole sta andando via (a letto)
è già sera
tutto è finito

 


Prof. Francesco Belli, Accademico, già Dirigente Medico Microbiologia e Virologia A.O. San Camillo-Forlanini, Roma; già Docente Immunologia C.d.L. Biotecnologie, “Sapienza” Università di Roma

Per la corrispondenza: f.belli11@virgilio.it

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