Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° 3, Luglio - Settembre 2025

Simposio: Il San Gallicano compie 300 anni (1725-2025): la storia dell' "Ospedalone", dalla sua fondazione a IRCCS di Dermatologia e Venereologia

14 maggio 2025

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Origini e realizzazione dell’Ospedale di San Gallicano

L. Valenzano

È a tutti noto che l’Ospedale San Gallicano, ovvero l’Istituto Dermatologico di Santa Maria e San Gallicano, sia il primo esempio di Ospedale dedicato esclusivamente alle malattie cutanee e che sia anche detto “Ospedalone” per sottolineare la sua grandezza e magnificenza.

Questo particolare Ospedale è stato fondato da Papa Benedetto XIII in occasione del Giubileo del 1725, perciò ha appena compiuto trecento anni e sono molti coloro che ritengono che abbia un passato prestigioso e un futuro ambizioso. Ed è proprio questo giudizio che, in primis, ci impone di osservare le origini e la realizzazione dell’Ospedale.

Per meglio comprendere e valutare il ruolo dell’Ospedale nella storia della Dermatologia e Venereologia, è indispensabile esaminare gli eventi storici che hanno condizionato la sua costruzione, come pure il complesso contesto in cui è stato realizzato ed in particolare il suo ruolo nell’ambito di quella Medicina-Dermatologia, che oggi definiremmo Medicina Esternistica. Questa Medicina primordiale è stata la prima e la più lunga forma della nostra disciplina per alcune migliaia di anni.

Iniziamo quindi dalla vicenda di Gallicano, nome alquanto frequente in epoca imperiale ed indicativo di acquedotti e insediamenti romani nel Lazio ma anche ed in particolare di un eccezionale personaggio storico attorno al quale si è creato un vero e proprio mito: “da Console a Santo”.

Il personaggio più importante e significativo di questa storia è certamente Costantino I (274-337), detto “il Grande”, che diviene Imperatore nel 306 e fonda Costantinopoli (Bisanzio) nel 330 che diventa così la capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Sconfigge Massenzio nella storica battaglia di Ponte Milvio del 312, al grido di “in hoc signo vinces”. Emana poi l’Editto di Milano nel 313 che sancisce la libertà di culto. Da tali eventi “il mondo pagano diventa cristiano”. Non a caso nell’attuale Giubileo, detto “della speranza”, si è rinnovato l’interesse di studiosi e scienziati per queste vicende storiche.

Per sottolineare l’importanza di Costantino I, nel 2024 è stata edificata nel giardino di Villa Caffarelli ai Musei Capitolini una statua colossale alta 12 metri che lo rappresenta.

L’altro personaggio della vicenda è Giuliano (331-363), anch’egli cristiano, che però quando viene eletto imperatore nel 361 ripudia la sua fede e ripristina i culti pagani e perciò passa alla storia con l’epiteto di “Giuliano l’Apostata”. Come Imperatore, ritiene che un suo Console, cioè Gallicano (330-362), non possa abbassarsi fino a medicare personalmente malati, poveri, reietti, “ultimi e scartati”, addirittura ospitandoli nella sua casa romana. Pertanto condanna e perseguita Gallicano costretto a trasferirsi con i suoi malati ad Ostia. Ma anche nella nuova residenza viene raggiunto dai soldati dell'Imperatore e minacciato di morte. E quindi, per sottrarsi all’ira imperiale, si rifugia nella remota Alessandria d'Egitto dove pensa di poter essere finalmente al sicuro assieme ai pazienti che intende assistere e curare. Però, quando i fuggitivi sbarcano nel continente africano, i sicari dell'Imperatore li uccidono. La strage dei malati e il martirio di Gallicano avvengono nel 362 d.C. e così, per l’estremo sacrificio, il Console diventa San Gallicano ed è universalmente celebrato il 25 Giugno di ogni anno.

Alla luce di tutti gli studi e le ricerche, questa tragica vicenda resta come archetipo di un volontariato estremo “usque ad mortem” e di una totale assistenza e protezione a malati, poveri e reietti. In tutto ciò si può già forse intravedere un primo accenno a quella che sarà la Medicina Sociale ed in particolare l’attività di accoglienza e cura dei malati praticate dal martire Gallicano possono essere considerate un primo passo verso il futuro ricovero ospedaliero.

Nei secoli successivi continua la pratica della “observatio et ratio” delle manifestazioni cutanee con molte incertezze ed errori. Nel Pentateuco (Bibbia), il termine “Zaraahat” viene utilizzato per indicare oltre settanta gravi patologie (es. lebbra, scabbia, tigna, tubercolosi, peste, micosi, psoriasi etc.), responsabili di squame, prurito e malessere, creando incertezze e confusioni per molti secoli.

Purtuttavia, in quel periodo, si realizzano anche grandi scoperte e geniali intuizioni, soprattutto in campo scientifico-sanitario. Una fra tante, la creazione del “Vulnerarius” voluto da Giulio Cesare per assistere e curare le ferite di soldati e reduci, e quindi per osservare e guarire la loro pelle e, se necessario, ricoverarli nei “Vulneraria”. Chiaro accenno alla figura del Dermatologo e alle istituzioni ospedaliere per la cura delle malattie cutanee: tappa assai significativa nell’evoluzione della Medicina-Dermatologia greco-romana. Augusto istituisce persino le Scuole Mediche per lo studio e l’esercizio della Medicina anche da parte di Medici stranieri (Magna Grecia).

L'attività assistenziale nei confronti dei più poveri e abbandonati, come già esercitata da San Gallicano, continua nei secoli successivi per l’impegno di molti altri devoti.

Una luce nel buio del Medioevo, è la Medicina monastica esercitata da religiosi (medici, speziali, amanuensi etc.) in chiese, conventi e monasteri, con rimedi naturali e piante medicamentose raccolte in natura o coltivate appositamente negli orti, “Ortus Conclusus”, nel contesto di idonee strutture e di una valida medicina “esternistica”, ancora oggi praticata.

Da non trascurare in questo periodo l’importantissimo contributo arabo di grandi personaggi come Avicenna, Averroè e di molti altri famosi esponenti della cosiddetta “Medicina del profeta”. Questa cultura, sommata a quella ebraica, greca e romana, concorre alla realizzazione della Scuola Medica Salernitana, momento più alto nella storia della Medicina medievale e da tutti riconosciuta “prima forma di insegnamento medico al mondo”. Fra i suoi tanti esponenti, certamente la più carismatica è Trotula de Ruggero e le sue famose Dottoresse, denominate “Mulieres Salernitanae”, quale primo accenno alla Medicina di genere.

All'inizio dell’era moderna (1492) Girolamo Fracastoro (1478-1553) illustra e denomina la sifilide, intravede altre malattie veneree e intuisce la presenza del “contagio vivo”: un ulteriore passo avanti nell’evoluzione della nostra disciplina.

Nel 1572 Girolamo Mercuriale redige il “primo trattato di Dermatologia al mondo”: un grande vanto per la cultura italiana. Tanti altri scienziati svolgono importanti ricerche e preziosi esperimenti.

Nonostante tutti i progressi, nel Settecento persiste ancora una Medicina empirica, religiosa e talvolta anche ciarlatana e alchimistica. D’altra parte anche sul versante sociale, in contrasto con la fastosità settecentesca, nella popolazione vi è un grave divario fra una minoranza ricca, privilegiata e sana ed una maggioranza povera, spesso affetta da gravi malattie contagiose (es. lebbra, tigna e rogna) e comunque poco assistita e trascurata.

Il nuovo grande Ospedale nasce per impellenti esigenze, non solo individuali dell’utenza, ma anche per non meno importanti motivazioni politiche, socio-economiche, sanitarie, culturali, scientifiche e artistiche, qui riportate seppur per sommi capi.

Lo Stato Vaticano è in una costante instabilità politica e Papa Benedetto XIII è afflitto dal continuo confronto e scontro con le più importanti famiglie e regnanti dell'epoca: Borboni, Asburgo, Savoia, la Serenissima e altre grandi potenze. È quindi indispensabile intraprendere risoluzioni politiche e provvedimenti per evitare attacchi e sommosse e soprattutto per soddisfare le esigenze del popolo disperato e rivoltoso.

La situazione socio-economica è infatti disastrosa, in quanto un numero ristretto di nobili e possidenti conducono una vita agiata mentre invece la maggioranza del popolo vive in estrema povertà con pessime condizioni di salute e senza concrete soluzioni.

Le malattie, soprattutto quelle cutanee, sono assai diffuse e poco curate negli strati più poveri della popolazione. I cinque grandi ospedali romani preesistenti sono vetusti e insufficienti: i pazienti sono assistiti e curati più per motivi caritatevoli che per motivi sanitari e comunque ricoverati in ospizi sovraffollati e promiscui, in condizioni igieniche precarie e letti in comune.

Il San Gallicano sorge come ultimo degli Ospedali storici di Roma, che non riescono più a soddisfare le crescenti richieste della popolazione: Santo Spirito in Sassia (727), San Giovanni Laterano (1300), San Giacomo degli Incurabili (1339), Consolazione (1506), Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina (1000).

In queste disastrose condizioni, matura la convinzione che sia indispensabile l’edificazione dell’ “Ospedalone trans Tiberim”, nell’intento di soddisfare molte esigenze e di risolvere varie problematiche.

Il Cardinale Corradini incarica Don Emilio Lami di trovare la sede più opportuna per un più grande Ospedale. Il luogo ideale viene individuato nel cuore di Trastevere, proprio nella zona di Piazza Romana alle spalle della Chiesa di San Crisogono e al di sotto della fontana dell’Acqua Paola al Gianicolo.

Il 14 Marzo del 1725 Benedetto XIII (1649-1730), al secolo principe Pietro Francesco Orsini di Gravina divenuto Papa nel 1724, pone la prima pietra dell'Ospedale dedicandolo ai Santi Maria e Gallicano. L’ospedale nasce con scopi caritatevoli a favore di soggetti affetti da malattie cutanee contagiose e febbrili, è gratuito per tutti e l’assistenza per gli uomini è gestita da ecclesiastici, mentre le donne vengono curate dalle cosiddette “divote zitelle”. 

Artefice di questo capolavoro edificativo è Filippo Raguzzini (1690-1771), Architetto personale del Pontefice per il quale ha già progettato ed eretto molti edifici a Benevento e a Roma. Valente seguace di Borromini, è considerato “il più originale e brioso progettista del rococò romano”. Il suo è un progetto grandioso, molto geniale e innovativo sia negli esterni che negli interni.

La struttura architettonica è complessa e di difficile descrizione: uno sviluppo longitudinale con la chiesa al centro che funge da porta d’ingresso principale onde esprimere l’accoglienza religiosa a tutti i bisognosi; ai lati dell'accesso due lunghe corsie, una a destra per gli uomini e l’altra a sinistra per le donne con servizi e alloggi per il personale posti alle estremità periferiche delle due corsie; nel cortile dell’ospedale è presente una grande spezieria per la preparazione di medicinali e topici; e persino due cimiteri, uno per il personale e l’altro per i pazienti che, con l’interramento delle salme all’interno della struttura, evitano la diffusione esterna dei contagi.

Molti altri particolari sono sorprendenti e difficili da riportare per cui ci si limita a quelli più originali e innovativi: assai pratica e utile è una balconata lungo la facciata esterna che permette al personale di aprire le finestre senza incomodare i pazienti e di sorvegliare qualsiasi contatto fra ricoverati e mondo esterno; eleganti rosoni sulle pareti esterne in alternanza con le lesene sono “sfiatatoi a rosetta” che permettono l'eliminazione di cattivi odori provenienti dai cosiddetti “sedini”, ovvero dai servizi igienici ricavati nello spessore dei muri e muniti di acqua corrente che, scendendo in canali posti fra i letti, permette ad ogni ricoverato di prelevare in alto acqua potabile per bere e lavarsi ed eliminare in basso i rifiuti nelle fognature che sfociano nel vicino Tevere.

L’abbondante dotazione di acqua e il suo corretto impiego appaiono infatti indispensabili fin dal primo accesso del paziente che viene accuratamente lavato (ablutio), vestito con opportuni indumenti, posto in un letto singolo pulito ed accogliente (necessario per l’incubatio), poi sfamato con buon cibo e tante altre cordialità: primi passi indispensabili per ottenere la “sanatio nosocomialis”, certamente più risolutiva dei medicamenti allora disponibili. Il continuo rifornimento di acqua è assicurato dal collegamento con la monumentale fontana dell’Acqua Paola, posta sul Gianicolo alle spalle dell’ospedale, già realizzata nel 1610 da Papa Paolo V che provvidenzialmente aveva convogliato tutte le sorgenti dell’agro-braccianense particolarmente salubri: “Pavlvs qvintvs pontifex maximvs aqvam in agro braccianensis salvberrimis e fontibvs collectam veteribvs aqvae alsietinae dvctibvs restitvtis novisqve additis”.

La bellezza, l’originalità e la funzionalità del San Gallicano rappresentano un geniale connubio fra estetica e razionalità, secondo il parere di Giulio Carlo Argan (1909-1992) che lo definisce “caso esemplare nel campo dell'evoluzione dell'ingegneria sanitaria tanto da essere considerato il migliore del genere nell’Europa di quegli anni quindi incredibile esempio di architettura civile e arte”.

Si realizza così il volere di Benedetto XIII, figura grandiosa e poliedrica, custode del potere temporale in quanto “zelante perché mai schierato con le potenze europee”, ma soprattutto grande innovatore dedicato al bene dell’umanità e che per i suoi tanti meriti è riconosciuto Beato dal 22 Febbraio del 2017.

Per celebrare la grandezza di questo personaggio tra il Febbraio e l’Aprile 2025 sono state organizzate le “Giornate Orsiniane: Profezia e Attualità di un Pontificato”, una serie di eventi che sottolineano il passaggio “dalla modernità di Benedetto XIII al Medioevo di oggi”.

Il suo nome e il suo impegno nella realizzazione dell’ospedale restano immortalati nella Bolla di fondazione, Bonus ille  (06 Ottobre 1726) e nella targa marmorea visibile nell’atrio dell’ospedale.

In questa sono indicate le finalità istitutive e caritatevoli: “Neglectis rejectisqve ab omnibus prvrigine lepra et scabie…”, le patologie più frequenti e le difficoltà nella realizzazione.

Escluse dal ricovero “lepra et scabie venerea seu gallica”, già curate presso il San Giacomo.

Solo nel 1856 l’Ospedale, quando la prima Cattedra universitaria di Dermatologia è affidata a Casimiro Manassei, accetterà e curerà i pazienti affetti da varie venereopatie.

Così come anche nel monogramma “Amor Dei” è confermato l’alto valore assistenziale e sociale dell’Ospedale.

Viene eletto primo Priore Don Emilio Lami (1660-1741), per la sua attività apostolica e assistenziale, già esercitata presso l’Ospizio di Santa Galla nel Palazzaccio dei Mattei che poi trasforma in Ospedale.

Le regole per il buon andamento del nosocomio sono redatte dal Cardinale Pietro Marcellino Corradini (1658-1743), ispiratore, esecutore e controllore della grande e ambiziosa opera, di cui è nominato Protettore.

L’Archiatra Pontificio Giovanni Maria Lancisi (1654-1720), fondatore della gloriosa Accademia Lancisiana ancora oggi attiva, dona un cospicuo contributo per l’edificazione dell’Ospedale. Descrive inoltre “l’aneurisma gallicum” stabilendo che la sifilide non è una malattia solo cutanea, ma anche e soprattutto internistica.

Benedetto XIII utilizza questa eredità sia per la fondazione dell’Ospedale, sia per la creazione di 10 posti letto per le donne febbricitanti provenienti dai quartieri vicini di Santo Spirito e San Gallicano. Parallelamente alle corsie, viene aperto un ambulatorio per la medicazione dei miseri di entrambi i sessi affetti da scabbia e “ulcuscula in cruris” o in altre parti del corpo, dedicando particolare attenzione alle ulcere degli arti inferiori.

La dotazione dei posti letto per gli uomini è così articolata:
• 30 per “pruriginosis”;
• 3 per “puriginosis febricitantibus”;
• 6 per “puriginosis scabiosis”;
• 6 per “scabiosis in capite”;
• 9 per “leprosis”;
• 2 per “leprosis pruriginosis”;
• 4 per “leprosis non pestilentibus”;
• 5 per “leprosis pestilentibus”.

Analogamente viene fatto per le donne con dieci letti in più, le cosiddette “lancisiane” per la difficoltà di ricovero delle donne dei quartieri “Borghi, Lungara, di Ponte, di Strada Giulia e dell’Orso”, spesso respinte dal vicino Ospedale Santo Spirito e non in grado, per le loro particolari condizioni di salute, di raggiungere il lontano e scomodo Ospedale San Giovanni.

A tal proposito, il sommo Lancisi precisa che “le povere donne febbricitanti di questi quartieri sono obbligate a morire di stento nelle loro case o farsi condurre con un grandissimo incomodo e pericolo per lo spazio di tre o più miglia all’Ospedale di San Giovanni in Laterano”.

Anche il successivo Papa, Benedetto XIV (1675-1758) contribuisce alla completezza dell’Ospedale, con particolare impegno per i bambini: “Quod pueros porrigine tabidos miseratus”. Il 1 Luglio 1743 fa trasferire al San Gallicano i cosiddetti “rognosi febbricitanti” fino ad allora ricoverati presso il Santo Spirito. In questo periodo vengono anche pubblicati interessanti manoscritti: Stabilimenti e Regolamenti per il buon servizio de’ Rognosi Febbricitanti (probabilmente affetti da dermatite diffusa con condizioni generali più gravi).

Le malattie di quel periodo sono molte e diverse e fra queste la più frequente e temuta è la “scabbia del capo”, ovvero la tigna favosa del capillizio, bersaglio di lunghe e complesse terapie:
• tonsura dei capelli preliminare e ripetuta;
• burro fresco o rancido per ammorbidire le croste;
• “carta suga” e cappellino di lino per ammorbidire e rimuovere le croste;
• incisioni sulla cute e unguenti curativi (trementina, piombo, mercurio, salgemma, succo di limone);
• occlusione con la permanenza di una vescica di bue;
• nei cinque/sei mesi successivi i capelli ricresciuti debbono essere strappati e unti per causare infiammazione alla radice dei capelli fino alla loro totale caduta.

I bambini affetti da tigna, “tignoselli”, sono ricoverati per lunghi periodi e anche per anni, in genere fino alla pubertà che già di per sé sappiamo essere risolutiva.

Una grande e significativa svolta avviene nel 1870 con l’avvento di Roma Capitale e la caduta dello Stato Pontificio: anche nel San Gallicano prevale la gestione laica per cui i Priori vengono sostituiti da valenti Professori (Casimiro Manassei, Shilling, Domenico Maiocchi, Gaetano Ciarrocchi, Pierangelo Meineri e tanti altri).

Con la gestione laica si realizza un grande impulso alla ricerca clinica, alla terapia topica e galenica e alle problematiche socio-sanitarie e morali.

Da quanto fin qui esposto a grandi tratti, si può ritenere che il molteplice e variegato contributo dell’Ospedalone alla storia della Dermatologia e Venereologia, oltre al trionfo del papato e delle vocazioni religiose, alla gratuità dell’assistenza, all’evoluzione dell’insegnamento universitario, ha il precipuo merito di aver realizzato per la prima volta l’istituzione della Dermatologia ospedaliera.

Come abbiamo visto, è possibile affermare che nel primo secolo dell’esistenza dell’Ospedale avviene l’origine e la realizzazione delle strutture con una vocazione essenzialmente religiosa e assistenziale, successivamente l’approccio diventa sempre più scientifico e tecnologico con un’imprevedibile evoluzione verso nuove e complesse creazioni che realizzano ed amplificano il volere del Santo Gallicano.


Prof. Luigi Valenzano, già Primario Dermatologo Istituto Dermatologico San Gallicano, Roma

Per la corrispondenza: valenzanodermatologia@gmail.com

BIBLIOGRAFIA

Bolla di Fondazione dell’Ospedale di Santa Maria e San Gallicano. 1725; paragrafi 6 e 10.

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