Anno Accademico 2024-2025
Vol. 69, n° 3, Luglio - Settembre 2025
Conferenza: Paleopatologia umana nel mondo antico
13 maggio 2025
Conferenza: Paleopatologia umana nel mondo antico
13 maggio 2025
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La branca che si occupa delle ricerche sui resti umani antichi si chiama Paleopatologia, termine coniato nel 1895 dallo “Standard Dictionary”, “La scienza delle condizioni patologiche degli organi degli animali pietrificati o estinti”; fu modificato qualche anno più tardi da Marc Armand Ruffer (1859-1917), che definì la Paleopatologia “La scienza che dimostra le forme morbose riscontrabili negli avanzi animali ed umani degli antichi tempi”.
Questa definizione ebbe poi nel tempo ulteriori precisazioni, fin quando lo studio paleopatologico si avvalse anche di altre discipline per comprendere meglio la contestualizzazione delle malattie in esame.
Così sono necessarie l’antropologia fisica e l’archeologia, che con i loro parametri di valutazione forniscono dettagli e precisazioni utili e indispensabili nella collocazione ad esempio statistica, è necessaria la fonte storica per quei periodi dove essa è rintracciabile ed è possibile consultarne le cronache del tempo, le economie di società, lo stato demografico, e poi le fonti artistiche e letterarie che molto spesso agevolano una lettura delle malattie a volte senza alcuna smentita di diagnosi.
L’oggetto principale ovviamente è il corpo umano, sia esso mummificato che ridotto in resti ossei o addirittura incinerato (perlomeno trattato a basse temperature). Allo studio dei resti umani si associano, quando capita l’occasione, lo studio degli avanzi dell’ultimo pasto, oppure se si è fortunati lo studio di reperti litici come calcoli della vescica, della cistifellea o dei reni, ed altri esiti di calcificazione a carico di altri organi anche di natura tumorale (concrezioni di fibroleiomioma uterino).
L’inquadramento epocale nello studio paleopatologico distingue la singolarità e l’importanza dello studio. Ovviamente resti umani di decine e decine di migliaia di anni depongono per una importanza decisamente elevata nelle valutazioni patologiche delle malattie. Un esempio di notevole apprezzamento riguarda la tubercolosi, che in Italia è stata diagnosticata in resti umani delle Caverne delle Arene Candide (SV), in Liguria, riferiti ad oltre quattro mila anni (neolitico), (vedi “Formicola V, Milanesi Q, Scarsini C. Evidence of spinal tuberculosis at the beginning of the fourth millennium B.C. from Arene Candide Cave (Liguria, Italy). Am J Phys Anthropol 1987;72:1-6”.
Altrettanto apprezzabile, ma non meno importante, la patologia sifilitica riscontrata in reperti cranici fin dal XVI-XVII secolo, depositati nel Museo di Storia dell’Arte Sanitaria a Roma. Oppure, per dare un equilibrio temporale, la brucellosi riscontrata in vertebre di individui romani della città di Pompei (I sec. d.C.), studi che hanno dimostrato questa caratteristica malattia presente e diffusa tra i pastori. A tal proposito dobbiamo segnalare come le malattie siano anche caratteristiche di uno stato di economia più o meno avanzato, come nel caso della pastorizia e quindi della brucellosi, che dimostrano un momento di convivenza che l’uomo esercita allevando gli animali.
Ora, se i limiti temporali ci offrono una limitazione per le diagnosi delle malattie infettive, non meno questi si possono considerare per le patologie traumatiche che invece sono state riscontrate nelle prime apparizioni dell’uomo sulla terra, ne è un esempio il cranio di Ceprano (700.000 anni) che presenta una frattura rimarginata sul sopracciglio dell’arcata frontale.
Altrettanto comparabile l’usura dentaria di arcate mandibolari dei neandertaliani, per la quale non è propriamente corretto parlare di patologia dentaria, in quanto si tratta di usura fisiologica.
Ecco, quindi, che emerge una prima istanza di verifica e di osservazione circa l’appartenenza dei reperti o del reperto che si sta esaminando; infatti, nel corso di scavi archeologici, o durante lavori di restauro di chiese antiche o altri monumenti, capita molto spesso di imbattersi nella scoperta di resti umani che possono presentarsi scheletrizzati, mummificati, o incinerati. La ricerca di stimmate o noxe patologiche è una delle attenzioni che il paleopatologo deve prendere in considerazione.
Il potenziale informativo (archivio biologico) che si può trarre da questo particolare materiale, è in funzione delle domande che l’archeologo, l’antropologo e il paleopatologo nel nostro caso devono necessariamente porsi.
I contesti di ritrovamento, assieme all’arcaicità del reperto e del luogo di ritrovamento, rappresentano alcune condizioni fondamentali, per poter affrontare con immediatezza un minimo di valutazione per il primo approccio paleopatologico.
Diciamo subito che imbattersi nelle applicazioni di ricerca paleopatologica, così come i protocolli esigono, le scuole suggeriscono e le tecniche impongono, significa affrontare una serie di difficoltà tra le quali principalmente l’alto costo delle analisi da effettuare, l’alto costo e il ricorso alle apparecchiature tecnologiche più avanzate (es. TAC). In ogni caso, la sensibilità allo studio dei resti umani antichi ha acquisito in questi ultimi venti anni, da parte di tutti gli operatori nel campo, grande attenzione. Il luogo comune secondo il quale ci si disfaceva al più presto possibile dei resti scheletrici triturandoli e unendoli alla calce usata per i restauri delle murature antiche, o trascurare e marginalizzare i corpi mummificati di numerosi secoli è solo oramai uno spiacevole ricordo. Possiamo, quindi, individuare cinque punti fondamentali che sono:
Molto spesso una patologia, per la ricostruzione storica della comunità, può rappresentare una testimonianza davvero straordinaria. Si pensi ad esempio alla talassemia, una delle malattie che è di fondamentale importanza in antropologia. Essa definisce, in un certo senso, uno stato di conoscenza generale sulle alterazioni delle ossa. La talassemia, che va confrontata obbligatoriamente con altre malattie del sangue, (principalmente l’anemia falciforme e la sideropenia), tiene conto oltre che delle alterazioni sulle ossa, anche di un contesto geografico culturale e storico ben specifico. Se il territorio, ad esempio, è paludoso o meno, se l’area geografica è a ridosso della costa, possibili insediamenti abitativi di origine greca o con frequentazioni di popolazioni del basso mediterraneo, l’età del soggetto e così via.
In genere, il primo momento di studio paleopatologico è rivolto alla dentatura. Anzitutto la conta dei denti, che se tutti presenti possono essere superiori od inferiori alla norma (anomalia di numero per difetto od eccesso), se ci sono carie dentarie, fratture, esiti da infezione, osteolisi e così via.
Si osservano tutte le variazioni fisiologiche date nel corso della vita e che assumono la definizione di stress, ad esempio sui denti si possono individuare le strie ipoplasiche. Nelle articolazioni delle ossa tutti gli esiti di stress articolare (becchi osteofitici, esiti di infiammazioni), osteoartrosi vertebrale, anchilosi.
Sui segmenti lunghi si riscontrano alterazioni date dal continuo esercizio muscolare (esostosi, entesiti ecc.). Tutti i dati estratti con caratteristiche da patologia da stress, cioè acquisita nel corso della vita per una continua abitudine, ci danno la percezione delle attività di lavoro che erano svolte.
Il ricorso alla radiologia ci aiuta a capire meglio come l’osso sia cresciuto in vita; a volte si rilevano elementi di diagnosi quali le strie (Harris), che hanno il significato di sofferenze avvenute nel corso della vita, come le strie ipoplasiche dei denti (deficit alimentari, malattie). Ebbene, questi segni ci danno, come dicevamo, i periodi di difficoltà attraversati dall’organismo durante la crescita, dovuti sia a malattie infettive che a causa di insufficienza nutrizionale. Accade che nel corso di questi particolari stadi della salute, l’accrescimento osseo si interrompa, per poi riprendere al termine dell’insulto subito. La ripresa dello stato di salute residua attraverso questi marker particolari come stadi ben precisi, che nell’osso lungo si identificano radiologicamente in linee di osso addensato chiamate di Harris. Contando quante di queste linee sono presenti in un osso (si ricorre alle tibie per convenienza), si può avere un riassunto dello stato di salute del soggetto. Bisogna anche dire che molte sono riassorbite, e quindi non rintracciabili. In ogni caso, la ricerca di questi indicatori, ove possibile, ci aiuta a capire, ad esempio, lo stato complessivo di sussistenza, dall’economia alla nutrizione della popolazione. Se le difficoltà sono sopraggiunte nel corso della vita intrauterina o nell’infanzia, allora ad essere colpiti con più facilità sono i denti, la cui formazione avviene in tali periodi. Allo stesso modo, i segni che rimangono assumono il termine di linea ipoplasica, che può manifestarsi con una stria incavata.
Nella letteratura scientifica paleopatologica, numerose sono le malattie intercettate, e se ne accertano sempre di nuove. A questo proposito ogni due anni, la Paleopathology Association, organizza un congresso mondiale, dove gli studiosi di gran parte del mondo presentano le patologie più interessanti e di confronto rinvenute negli ultimi tempi.
Si ritrovano trapanazioni craniche, traumi da ferite, tumori maligni delle ossa, deformazioni ossee, malformazioni, varianti anatomiche ecc. Malattie da deficit metabolico (per esempio ipercalcemia, con calcificazione delle cartilagini tiroidee), deficit di vitamina D, a causa del quale sono frequenti le fratture durante la crescita e un’insufficiente mineralizzazione delle ossa con conseguente deformazione delle stesse (rachitismo), deformazioni delle ossa lunghe, malattie infettive; tubercolosi (morbo di Pott), vaiolo, lebbra, sifilide, lesioni, malattie del sangue ecc.
Nel corso dei recuperi deve osservarsi con attenzione, attraverso la setacciatura e, se sospetta, con la flottazione, la terra che copre il bacino. Capita infatti di ritrovare a volte piccole concrezioni che possono avere il significato di calcoli o fibromi uterini calcificati.
A questi congressi capita di frequente che ci siano lavori, in cui l’aspetto dell’arte o della letteratura antica, aiutino a capire meglio le malattie. Ruolo di un certo rilievo è manifestato dalla Medicina Egizia, dove si ritrovano malattie intercettate su mummie imbalsamate, con un corredo storico artistico esteriore di estrema utilità, non di meno le descrizioni geroglifiche delle trapanazioni craniche. Altro esempio, come dicevamo nel nostro ragionamento, la Paleopatologia può essere ricavata anche attraverso reperti archeologici, ad esempio dagli ex-voto anatomici, spesso rappresentati con precise lesioni sulla parte anatomica interessata, si pensi al busto del vaioloso di Cales (Santa Maria Capua Vetere) del III sec. a.C., oppure della testina di Taranto con un tumore all’occhio destro anch’essa del III sec. a.C., oppure alla testina con paralisi di Bell del III sec. a.C. di Pantanacci (Lanuvio). Oppure ai piccoli bronzetti di epoca romana da cui si ricavano malattie quali il nanismo o la gibbosità, magari il morbo di Pott (tubercolosi). Al 13° Congresso Internazionale della PPA, che si tenne in Italia a Chieti nell’anno 2000, fu portato uno studio da parte di chi scrive, circa la scoperta di un caso di nanismo acondroplasico di età prerinascimentale, con caratteristiche uniche sull’anatomia scheletrica. Il reperto presentava in entrambe le tibie e le fibule, a metà diafisi circa, delle faccette articolari; il titolo era “Interception and pathophisiology of accessory articular facets in a dwarf belonging X-XIII century”. Si trattava di una scoperta che andava ad arricchire le varianti anatomiche conosciute che, come tali, sappiamo essere caratterizzate dalla unicità della costituzione scheletrica dell’individuo. Non solo, ma la sepoltura rinvenuta era bisoma, scheletro femminile e in opposizione al verso del nano che a sua volta era deposto prono. Una lettura ed un messaggio culturale straordinario, tant’è che da una pubblicazione dello scrivente fu dato il titolo “La tomba del disprezzo”. Un tipico esempio di studio paleopatologico che si è avvalso anche della storia delle deformazioni e delle loro considerazioni storico-sociali.
Un cenno sulla fertilitàNonostante ci siano studi appropriati, per esprimere l’andamento della natalità nel corso della storia antica, i dati comunque sono insufficienti. Oltre alle fonti letterarie che qualche cenno tramandano, e ad una supposta parametrazione demografica nei campioni antropologici esaminati, la fertilità in antico, se sia stata più attiva o meno dal periodo rinascimentale in poi, lascia molta incertezza. Infatti, solo dopo il Cinquecento i dati archivistici sulla natalità e mortalità assumono certezza matematica, quando vengono istituiti i primi osservatori anagrafici ed epidemiologici.
In ogni caso, non mancano valide ed interessanti testimonianze sulla fertilità in antico, anche se circoscritte a campioni o soggetti specifici. I rinvenimenti di ossa fetali, di neonati o infanti, sono rari. Il degrado che subisce l’osso da parte dell’ambiente esterno è fatidico nelle piccole ed inconsistenti ossa.
La datazione della crescita delle ossa fetali, ci permette di attribuire una età allo stesso feto, in genere attestato tra il 7° ed il 9° mese. Queste ossa frequentemente risalgono al 9° mese di gestazione, cosa che fa sospettare la morte avvenuta al momento del parto. È possibile, e non mancano testimonianze, rinvenire lo scheletro di una donna con i resti fetali nel grembo materno.
A questo riguardo, ci sembra interessante la sepoltura della gestante con feto, rinvenuta a Santa Maria di Agnano, ad Ostuni; sembra di poter dire che sia la più antica donna con resti fetali nel grembo ritrovata. Così il professore Donato Coppola, riporta nel volume “Mater Incanto e disincanto d’amore” “…Si scava una fossa a cui segue il rito della accensione di un focolare all’interno. Nel frattempo, il corpo della defunta è stato addobbato con gli oggetti più belli come la cuffia di conchiglie, i bracciali di conchiglie ai polsi e sull’avambraccio gli oggetti di selce che contraddistinguono l’appartenenza e la sua posizione nel gruppo. Mani pietose depongono la defunta sul letto ciottoloso della fossa disponendo il suo corpo in posizione rannicchiata, con la mano sinistra posta sotto il capo e la destra delicatamente appoggiata sul ventre, quasi a proteggere la creatura che non ha mai partorito. Non sappiamo perché si provvedesse poi a cospargere il capo con manciate di ocra rossa, forse un tentativo di rivitalizzazione della defunta che ci documenta su credenze già acquisite di una continuità della vita oltre la morte. Poi, sempre a completamento del rituale, dopo aver sistemato un blocco di pietra come cippo ed aver collocato un frammento cranico di uro a destra del capo della defunta, si collocano schegge ossee lungo il perimetro del seppellimento e forse un fagottino di pelle contenente denti di cavallo ed uro, in prossimità del ventre, a testimonianza dell’appartenenza al gruppo di cacciatori”. Questa delicata, quanto struggente descrizione, assume il significato simbolico che le compete, soprattutto per il fatto che si tratta di un reperto databile al Paleolitico superiore, circa 25.000 anni fa.
In ogni caso, quando si intercettano ossa con caratteristiche fetali, dobbiamo attentamente valutare se è presente lo scheletro materno. Le indicazioni che ci pervengono in tal senso vanno ricercate su tracce o impronte che vengono a trovarsi sulle ossa iliache del bacino femminile.
Infatti, nel corso della gravidanza e durante il parto, soprattutto nella discesa del feto nel canale avvengono delle variazioni, quali la divaricazione delle ossa del bacino nelle sue articolazioni dell’anca e del sacro, che in questo modo tendono e contribuiscono a traumatizzare i ligamenti.
La lesione di un ligamento può evolvere in lacerazione, con piccoli stravasi di sangue che si raccolgono tra i ligamenti stessi e l’osso sottostante e a ridosso di questi, oppure trovano nicchie di assestamento. In questo modo, il riassorbimento ematico è molto lento, generando nel tempo azioni di retrazione di piccole aree di osso a contatto, lasciando in questo delle indelebili tracce, anche a distanza di migliaia d’anni se l’osso ovviamente si è conservato.
Il numero delle lesioni potrebbe essere la corrispondenza del numero dei parti, anche se ciò non è sicuro, ma, è pur vero che in un parto, seppure raramente come nel caso di donna con bacino stretto, possono ravvisarsi una simultaneità di traumi, con tracce in situ.
Sulla alimentazioneLa scienza della Nutrizionistica, o meglio la Dietologia, ha sempre avuto la necessità di confrontarsi con diete, ed in particolare con le alimentazioni a cui l’uomo ha necessariamente sempre fatto ricorso.
Attraverso l’analisi delle diete non solo è possibile capire lo stato economico e di salute di una data popolazione del passato, ma anche e soprattutto, per le popolazioni attuali, giustificare e comprendere ingredienti storicamente trasmessi, che sono ancora poco analizzati e che possono avere effetti fondamentali sia sul metabolismo che di natura genetica. Dalla ricerca paleo nutrizionistica, ricaviamo importanti informazioni circa il prevalente uso della carne o dei vegetali, del pesce o del latte o dei formaggi, dei cereali e quindi dei carboidrati in genere. Analisi sofisticate, eseguite su spettrofotometro ad assorbimento atomico, ci danno utili informazioni sulla quantità di calcio, di stronzio, di rame, di zinco, alcuni tra i più noti elementi chimici ricercati, che vanno a fissarsi sull’osso.
Sono inoltre valutate le quantità, in forma incrociata, del ferro, dell’alluminio o del manganese, che possono ritrovarsi nell’osso ed avere origine diagenetica, cioè provenire da contaminazione ambientale.
Quando i dati vengono calcolati ed estratti, riusciamo a capire lo stato di tendenza sulla prevalenza o meno di una dieta specifica; altre volte le diete, risultano essere bilanciate, cioè avere un equilibrio tra dieta vegetale e carnea (ciò è molto utile per comparare economie di sussistenza tra comunità limitrofe e popolazioni).
L’importanza della ricerca degli elementi in traccia è una ulteriore analisi che viene eseguita quando c’è qualche sospetto riguardo alla conduzione di vita dell’individuo, o alla sua morte.
Ma non solo attraverso le analisi chimico-fisiche dell’osso si hanno informazioni sulle diete avute nel corso della vita, l’osservazione dello stato della dentatura è un’altra valutazione che ci dà la percezione di una dieta più o meno coriacea, più o meno raffinata.
Infatti, la presenza di carie, su soggetti appartenenti a popolazioni moderne (dall’età del ferro ai giorni nostri), è indicativa di una alimentazione particolarmente ricca in carboidrati (es. orzo, farro, cereali). Anche una notevole abrasione sulle superfici occlusali (frequenti nelle popolazioni di età classica e romana) è data dalla presenza di particelle sabbiose nel pane, derivate dalle mole delle macine. L’usura dentaria è anche causata dalla masticazione di cibi coriacei, data dal continuo masticare ad esempio della carne, diffusa nelle popolazioni primitive dei raccoglitori-cacciatori.
Ma altre ancora possono essere le testimonianze che ci aiutano a capire la dieta di un individuo: il tartaro depositato sulla superficie dei denti è una preziosa concrezione che, analizzata nella sua intima composizione, ci dà la struttura degli elementi chimici. E poi ancora, non va sottovalutata la ricerca dei coproliti (residui fecali dell’ultimo pasto), anche questi sottoposti allo spettrofotometro ad assorbimento atomico, che ci restituiscono i componenti del cibo.
Due parole sulla demografiaSotto il termine di paleodemografia, vengono comprese un insieme di applicazioni, legate allo studio dei campioni e delle sue parametrazioni di confronto, utilizzando modelli matematici, elementi di statistica e rappresentazioni grafiche, che sono la sintesi di tutti i numeri ricavati.
Solo attraverso i dati paleo demografici, è possibile comprendere l’andamento evolutivo, sia per quanto riguarda i comportamenti sociali, che la valutazione dei diretti indicatori biologici, quindi delle malattie, soprattutto quelle soggette ad endemie.
Nel contesto del calcolo statistico, in Antropologia ricadono tutti quegli accertamenti che vanno, ad esempio, dal numero degli individui studiati, al sesso, alla loro età, alla morte, al calcolo delle medie modali (età alla morte), la loro statura, le percentuali dei denti presenti, delle carie presenti, e così via.
Possiamo dire che lo strumento dello studio paleo demografico ci offre infinite risorse, che a seconda della nostra necessità, e del modello matematico applicato, risultano indispensabili per la comprensione degli atteggiamenti di società di una popolazione o del campione in esame.
Accade, nei rilievi antropometrici, di verificare misure, quali ad esempio la statura o gli indici cranici, per i quali l’ambito di comparazione è indispensabile. E questo avviene, non solo con una popolazione di confronto per cronologia, ma anche per posizione geografica. I parallelismi ed i confronti sono solo possibili se i rilievi bio demografici sono disponibili, e questi più sono specifici e numerosi, maggiore è l’attendibilità e la criticabilità dei valori che sono stati calcolati della propria popolazione.
Le cause della mortePurtroppo, la ricerca delle cause di morte presenta delle serie difficoltà di diagnosi. Quasi sempre, se non c’è una evidente patologia ossea, o delle lesioni traumatologiche evidenti che possono indicarci la supposta morte, questa in genere è di difficile dimostrazione.
La Traumatologia, specialmente quella di provenienza militare, o di combattimento, ci dà la immediata percezione, non solo della causa di morte, ma anche come essa sia potuta avvenire. È possibile ricostruire, anche con l’aiuto della Medicina Legale, i passaggi ed i movimenti dei colpi sferrati, come ad esempio colpi di spada o fendenti sul cranio, la direzione ed il verso, se presenti, di punte di lancia o di freccia nell’osso. Quindi la Traumatologia, data da situazioni accidentali e vistose, ci aiuta a capire le cause di morte, e poi fratture d’ordine generale, sulle coste, sulle ossa lunghe, sulle falangi delle mani, dei piedi, esiti di frattura cranica mal cicatrizzati, esiti di mal riparazione ossea della mandibola o della mascella con notevole ripercussione nella masticazione e nella deglutizione, fratture su ossa lunghe, date da una insufficiente mineralizzazione (rachitismo).
Riguardo alle patologie ossee a diretto insulto, i tumori ossei ci dicono molto sulla causa della morte, così anche le osteolisi derivanti da metastasi, le trapanazioni craniche non completamente chiuse, ci danno il tempo di sopravvivenza del soggetto.
Le osteomieliti ritrovate sui segmenti lunghi o sulle ossa mascellari, non depongono per una vita in buona salute, e sono imputate come patologie d’innesco di infezione, molto spesso quale complicazione di qualche altra malattia o trauma. La brucellosi, il vaiolo, la lebbra, la tubercolosi, la talassemia major, quando dimostrate, sono più che sospette come cause di morte.
In conclusione, questa breve descrizione della scienza paleopatologica non esaurisce in alcun modo il significato delle ricerche che si affrontano, tante e tali sono le implicazioni necessarie per un buon studio, ed è sempre doveroso verificare nei consessi scientifici le metodologie applicate. Il confronto con altri patologi, antropologi e storici aiuta spesso a scoprire nuove indicazioni e nuovi casi di comparazione, arrivando a dimostrare come una malattia possa aver determinato la morte di uno o più individui.
Prof. Gaspare Baggieri, Conservatore del Museo dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria, Roma
Per la corrispondenza: gasparebaggieri@gmail.com