Dott. Renato Giordano

UOC Diabetologia e Dietologia, ASL ROMA 1

Articolo pubblicato in:

Anno Accademico 2024-2025

Vol. 69, n° 3, Luglio - Settembre 2025

Settimana per la Cultura

15 aprile 2025

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Lancisi vs Baglivi: due grandi medici contro nella Roma barocca

R. Giordano

 


Le biografie

Fino a non moltissimi anni fa chi ha frequentato l’Ospedale Santo Spirito di Roma ricorda che le due corsie della Medicina si chiamavano “Sala Lancisi” e “Sala Baglivi”, nome dato come riconoscimento ai due più importanti medici che in passato avevano svolto la loro attività nel famoso Nosocomio Romano.

La divisione in due parti della corsia Sistina, poi separate da una vetrata e dal ciborio ottagonale con l’altare del Palladio, risale ai primissimi anni del Novecento. Invece nel recente restauro le due Sale Lancisi e Baglivi sono state eliminate e le Corsie Sistine sono tornate alla bellezza originaria senza divisioni e ovviamente non accolgono più pazienti ricoverati. Giovanni Maria Lancisi e Giorgio Baglivi però molto probabilmente non sarebbero stati felicissimi di sapere che per moltissimo tempo erano stati uniti come grandi medici da celebrare uno di fronte all’altro anche perché, come si può immaginare dal titolo di questo mio intervento, sarebbe stato più giusto scrivere Lancisi VS Baglivi. Non che siano sempre stati uno contro (VS) l’altro, ma andremo a vedere come le loro carriere ed anche il modo di intendere la professione e la ricerca scientifica si sono trovate più volte in una apparente contrapposizione.

Ricordiamo brevemente le due biografie

Giovanni Maria Lancisi, nacque a Roma il 26 ottobre 1654 e si laureò in Medicina alla Sapienza nel 1672. Fu allievo dell’anatomista Guglielmo Riva e di Paolo Manfredi e membro dell’innovativo Collegio Medico Romano che si teneva in casa di Girolamo Brasavola. Nel 1676 entrò all’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, come medico assistente di Giovanni Tiracorda, e dal 1684 ottenne la cattedra di Anatomia e Chirurgia alla Sapienza, passando poi a quella di Medicina teorica, che mantenne sino al 1702, quando si spostò alla cattedra di Medicina pratica, che conserverà sino al 1718. Fu medico pontificio (archiatra) dapprima di Papa Innocenzo XI, prendendo il posto di Tiracorda, poi, nel 1700, fu nominato medico dell’intero Conclave che elesse Clemente XI, la cui protezione e amicizia saranno cruciali nella promozione della carriera di Lancisi. Il Papa Albani infatti, lo nominò archiatra e protomedico dello Stato della Chiesa. Il 21 maggio del 1714 Lancisi inaugurò, nell’ospedale di Santo Spirito, una delle prime Biblioteche mediche pubbliche italiane che porta il suo nome, a cui aggiunse l’anno successivo la creazione dell’Accademia Lancisiana, ponendo l’ospedale al centro dell’attività medica romana, sia dal punto di vista didattico-educativo sia da quello clinico e sperimentale. Sue opere importanti sono dedicate all’Anatomia, alle “morti improvvise” che avevano afflitto la città a più riprese (De subitaneis mortibus, 1707), all’epidemia di afta epizootica che provocò ampie discussioni (De bovilla peste, 1712), alle paludi pontine e alle malattie della campagna romana (De noxiis paludum effluviis eorumque remediis, 1717), con l’affermazione che la malaria era trasmessa dalle zanzare che la popolavano, fino alla Fisiologia e Anatomia Patologica cardiocircolatoria (De motu cordis et aneurysmatibus, pubblicato postumo nel 1728). Membro di diverse Accademie, tra cui l’Arcadia, la Royal Society e l’Academia Leopoldina, la sua attività pratica, anatomica e scientifica fu però centrata su Roma, dove costituì, animò e protesse un gruppo di sperimentatori attivi nei campi della Botanica, della Chimica, dell’Anatomia e dell’Anatomia Patologica, sino alla morte, che avvenne il 20 gennaio 1720.

Giorgio Baglivi nacque l’8 settembre 1668 a Ragusa, in Dalmazia, da Biagio di Giorgio Armeno e da Anna de Lupis. Quindi Armenius fu il suo vero nome di famiglia. Rimasto privo dei genitori all'età di due anni, affidato ai Gesuiti, fu inviato e fatto educare a Lecce, ove lo ebbe discepolo carissimo il medico Pietro Angelo Baglivi (o), che gli insegnò i primi elementi dell’arte medica e gli diede il nome. Baglivi studiò Medicina a Napoli e poi a Salerno, dove, nel 1688, si laureò in Medicina e Filosofia. Dopo fu a Bologna, allievo di Marcello Malpighi, a Padova, in alcune città dell’Olanda e dell’Inghilterra. Il 26 aprile 1692 giunse a Roma, chiamato dal Malpighi (che vi era arrivato nel 1691 come medico del Papa), e vi prese dimora stabile nel 1694 lavorando presso l’Ospedale di Santo Spirito. Fu poi medico di Innocenzo XII. Forse aveva conosciuto il Papa Pignatelli a Lecce, quando questo era vescovo di quella città, ma più probabilmente il Papa in Salento era diventato amico del padre di Baglivi. Il quale padre lo seguì e supportò moltissimo (anche consigliandolo di non sposarsi quando Giorgio gli confidò un interesse per la figlia del pittore Maratti, ragazza che divenne poi famosa dopo un tentativo di rapimento con violenza fisica). Il Papa lo protesse ed apprezzò, e fu stimato anche dal suo successore, Clemente XI. Nel 1696 gli venne affidato l'insegnamento della Chirurgia e dell’Anatomia alla Sapienza di Roma, dove, nel 1700, ebbe la cattedra di Medicina teorica: cattedra in cui prese il posto proprio di Lancisi. Morì a Roma prematuramente il 7 giugno 1707. Fu un ottimo medico, poiché, tenendo distinta la pratica dalla teoria, condannò l’astratto filosofeggiare e le vuote speculazioni dei medici del suo tempo e conferì grande valore al vecchio empirismo ippocratico, basato sull’esperienza e sul ragionamento. Fu un convinto assertore dell’importanza della esperienza clinica, dell’esame clinico dei malati, dei riscontri autoptici, delle ricerche di fisiologia condotte sugli animali. Fedele a tali convinzioni, fu uomo di vasta cultura, finissimo semeiologo, valente anatomico. Questa descrizione ovviamente si può ben sposare ad ambedue i valenti medici di cui stiamo trattando. Nella sua opera De praxi medica il Baglivi dette descrizioni di alcune malattie, come il tifo, la podagra e la sifilide. Analizzò la sintomatologia prodotta dalla puntura delle tarantole in De Anatomie, morsu et effectibus Tarantole. Distinse le pleuriti in flemmonose, secche e spurie, e dette preziose regole per individuarne le forme latenti. Baglivi buon osservatore, cadde tuttavia spesso nell’errore di dar valore a fenomeni sporadici e casuali. Si pronunciò contrario ai sistemi in Medicina, ma, iatromeccanico e iatrofisico, precursore della dottrina solidistica, fu egli stesso assertore teorico di un ben preciso indirizzo scientifico. Tale dualismo si intravede nelle sue opere: accanto alle magnifiche descrizioni di alcune malattie che egli fece nella De praxi medica, agli accurati studi di Anatomia comparata condotti sui vasi e sui visceri delle rane e delle testuggini che descrisse nella De praxi e nella De fibra motrice, con tenacia egli sostenne le concezioni meccanicistiche della vita, tentò di spiegare tutte le funzioni fisiologiche con concetti meccanici ricorrendo a paragoni alquanto primitivi. Così, nell'opera De fibra motrice il Baglivi spiegò la motilità delle fibre muscolari con l’irritabilità, che, in forma locale, generale o diffusa, sarebbe a sua volta provocata oltre che dagli stimoli semplici, da un’alterazione dei fluidi per la speciale azione degli stimoli nervosi oppure da una alterazione del movimento dei fluidi prodotta dall’irritazione dei solidi. Conseguentemente, vi sarebbe un doppio genere di malattie, le umorali e le nervose. E proprio a proposito delle meningi, va rilevato come nella De fibra motrice il Baglivi si sarebbe appropriato della scoperta della dura madre, rivendicata dal medico collega Antonio Pacchioni nell’opera De durae meningis fabrica et usu (1701), causa della polemica a cui accennavo che lo vide contrapposto a Lancisi. Ma su questo punto ci torneremo. Baglivi si difese pubblicamente in una lettera del 1704. Fu membro dell’Arcadia (col nome di Epidauro Pirgense), della Imperial Società di Augusta, della Royal Society di Londra e di numerose altre Accademie e società scientifiche italiane e straniere, prendendo sempre il posto del suo maestro Malpighi.

Fortune alterne

Queste due biografie abbastanza succinte di Lancisi e di Baglivi già ci mostrano i punti di contatto e invece si intravvedono le fortune alterne professionali dei due valenti medici e le divergenze metodologiche. Per prima cosa lavorarono entrambi all’Ospedale di Santo Spirito trovandosi fianco a fianco per un periodo quotidianamente nell’assistenza ai malati. Ma si nota subito un’alternanza nei ruoli corrispondenti ai periodi fortunati o meno dei due. Lancisi diventò l’archiatra di Papa Innocenzo XI, grazie al suo maestro Tiraterra che lasciando l’incarico consigliò il suo giovane allievo. Ma morto il Papa Odescalchi iniziò il periodo nero della vita professionale di Lancisi perché incappò nel processo per “Eresia alla setta dei Bianchi e dei medici Romani” del 1691, dal quale si salvò miracolosamente perdendo però momentaneamente incarichi e titoli accademici all’inizio del papato di Innocenzo XII che era diventato Papa dopo il breve pontificato di Alessandro VIII. E proprio nel 1692 arriva a Roma il Baglivi al seguito di Malpighi che viene chiamato a Roma dal Papa Innocenzo XII. Si trova a iniziare a lavorare al Santo Spirito proprio nel momento in cui Lancisi è quasi sospeso dall’attività. Attività di Lancisi che poi riprende, ma gradualmente, così come l’insegnamento universitario, dove Baglivi sostituisce per un certo lasso di tempo proprio il Lancisi. Il quale in quel periodo entra nell’Accademia dell’Arcadia dove viene raggiunto poco dopo dal più giovane collega (che prenderà il posto del suo maestro Malpighi). Probabilmente il Lancisi non avrà vissuto benissimo l’escalation del più giovane collega, che tappa dopo tappa sembrava fare il suo stesso percorso, alle volte addirittura sostituendolo negli incarichi. Poi la ruota della fortuna torna a girare (ricordiamo il bel quadro sulla “Fortuna” proprietà di Lancisi e da lui molto amato, che si trova ancora oggi nella Direzione Generale del Santo Spirito) perché Lancisi, ormai recuperate le posizioni precedentemente perdute, vede diventare Papa l’Albani suo antico amico ed estimatore col nome di Clemente XI. Il Papa lo nomina suo Archiatra e Protomedico dello Stato della Chiesa. Supportandolo in tutte le sue attività compresa la creazione della Biblioteca Lancisiana e della prestigiosa Accademia Lancisiana. Invece Giorgio Baglivi muore prematuramente nel 1707 a soli 39 anni, mentre Lancisi scompare nel 1720 all’età di 66 anni.

Una controversia medica

Voglio analizzare un episodio che in qualche modo risulta emblematico dei rapporti tra i due grandi medici. È un caso che scoppia nel 1702. Nella sua opera De fibra motrice il Baglivi si sarebbe appropriato della scoperta della dura madre, rivendicata da Antonio Pacchioni nell’opera De durae meningis fabrica et usu (Roma, 1701). L’anno è indicativo, con Lancisi tornato a fare l’Archiatra Papale e Baglivi al massimo della sua notorietà. Il Pacchioni era un assistente ospedaliero, amico di Baglivi, ma specialmente stretto collaboratore e fedelissimo di Giovanni Maria Lancisi (la collaborazione con Lancisi culminò nel commento alle tavole anatomiche di Eustachi). Intorno a Lancisi si formò e agì per alcuni anni un gruppo che era insieme di ricerca – nei campi dell’Anatomia e della Chimica – e di potere. Lancisi, che non si stancò mai di ricordare gli anni della sua educazione all’Ospedale di Santo Spirito, si dimostrò in grado di mobilitare risorse intellettuali, ma soprattutto politico-istituzionali, di grande peso. Gran parte di queste risorse furono utilizzate per riportare anche simbolicamente i medici al centro dell’ospedale, e l’ospedale e le scienze che in esso si praticavano al centro della vita scientifica romana.

La vicenda mette in luce un aspetto ulteriore e di più ampia portata: ai primi del Settecento l’ospedale divenne infatti il luogo di legittimazione della ricerca medico-scientifica, e in quanto tale, inevitabilmente, anche un luogo di conflitti di priorità e di attribuzione di scoperte e di formulazioni teoriche. Ricordiamo anche che ogni anno nei mesi invernali dimostrazioni anatomiche venivano effettuate in un Anfiteatro dell’Ospedale, alla presenza di studenti e di altri interessati alla disciplina. Qualche decennio più tardi, passando in rassegna le Opere Pie di Roma, Carlo Bartolomeo Piazza si dilungava sulle “Accademie di Anatomia” tenute sia al Santo Spirito che alla Consolazione, altro nosocomio collegato. Gli ospedali dunque non fornivano solo personale competente, ma anche gli spazi per le dimostrazioni annuali. Una curiosità: i cadaveri dissezionati in ospedale erano quelli di condannati o più raramente di pazienti deceduti.

Date di pubblicazione e priorità

Nell’aprile del 1700 la Galleria di Minerva, un celebre giornale erudito veneziano, pubblicava un’epistola di Antonio Pacchioni. L’epistola, indirizzata al medico veneto Ludovico Testi, annunciava il contenuto di un lavoro di Pacchioni, di prossima pubblicazione, dove si sarebbe dato conto delle sue decennali ricerche anatomiche sulla struttura fine delle membrane del cervello umano. Il lavoro, di cui si forniva un indice ragionato, appare però più ampio di un semplice resoconto di tipo anatomico. Già dal titolo, Aequilibrium fluidorum, ac solidorum in viventibus, si proponeva come un’esposizione di ampio respiro, che a partire dalle osservazioni sulle fibre del cervello e la loro interazione con i fluidi nervosi ridefiniva il ruolo rispettivo di solidi e fluidi nell’organismo umano. Inoltre Pacchioni annunciava che una parte consistente del suo trattato sarebbe stata dedicata all’analisi delle malattie del capo e di come queste potessero essere messe in relazione con il dato autoptico. L’epistola, senza variazioni, apparve anche su di un’altra rivista, gli Acta Eruditorum dell’anno successivo. La scelta di due periodici diffusi e autorevoli per il lancio di un’opera scientifica denota l’appartenenza di Pacchioni e del suo ambiente a un ambito comunicativo moderno, e abituato ad un confronto internazionale. Tuttavia testi di questo genere non erano consueti in nessuna delle due riviste, che di solito pubblicavano recensioni di opere già uscite. La violazione di questa consuetudine implicava con ogni probabilità l’intervento di un personaggio potente, certo più influente di Pacchioni, cioè un intervento dello stesso Lancisi. Un anno dopo questo “lancio”, intorno alla fine del 1701, l’opera di Pacchioni uscì a Roma presso lo stampatore Domenico Antonio Ercole, col titolo De durae meningis Fabrica. Ma non somigliava affatto al trattato promesso nell’epistola pubblicata dai periodici, e il mutamento non si limitava al titolo. L’opera si presentava infatti notevolmente ridotta rispetto a quanto anticipato. Si trattava di un lavoro di Anatomia descrittiva, piuttosto stringato, nel quale l’autore si limitava a una presentazione di risultati autoptici e osservativi, evitando quasi del tutto di entrare in questioni più generali.

La dedica del trattatello è “a Giovanni Maria Lancisi”. Una “avvertenza” dello stampatore informa poi il lettore che sulla rivista veneziana era effettivamente apparso il programma di un’opera ben più ampia e ambiziosa. E spiega l’imbarazzante riduzione dei contenuti del libro con le malattie e le preoccupazioni del suo autore. Il quale si sarebbe infine deciso, su insistenza degli “amici”, a pubblicare per il momento solo una prima parte del proprio lavoro. La tesi di fondo del libro che Pacchioni decise di “non” pubblicare è che la struttura di base dell’organismo vivente sia la “fibra”. C’è dunque un’assoluta prevalenza della parte solida su quella fluida nella Fisiologia, e più ancora nella patologia, dell’organismo. Come l’autore sapeva bene, si trattava di un rovesciamento significativo e drammatico del modello fisiologico corrente, quello umoralista. Anche se ce n’è rimasta solo la versione contratta illustrata nell’epistola pubblicata sui periodici, è facile constatare come le tesi di Pacchioni coincidessero con quelle di Giorgio Baglivi, espresse nel De fibra motrice et morbosa. Già dal titolo, Aequilibrium fluidorum, ac solidorum in viventibus, si proponeva come un’esposizione di ampio respiro, che a partire dalle osservazioni sulle fibre del cervello e la loro interazione con i fluidi nervosi ridefiniva il ruolo rispettivo di solidi e fluidi nell’organismo umano. Inoltre Antonio Pacchioni annunciava che una parte consistente del suo trattato sarebbe stata dedicata all’analisi delle malattie del capo e di come queste potessero essere messe in relazione con il dato osservativo autoptico.

L’opera di Baglivi sulla stessa tematica fu pubblicata proprio negli stessi mesi di quella di Pacchioni, e anch’essa si giovò di un “lancio” che precedette l’edizione definitiva. Baglivi, diversamente da Pacchioni, non fece ricorso ai periodici. Fece infatti uscire il suo lavoro una prima volta nel luglio del 1700, nella forma di una breve epistola ad Alessandro Pascoli, pubblicata a Perugia in appendice all’opera di quest’ultimo Il corpo umano. L’edizione definitiva, più estesa, apparve nel 1702, presso lo stampatore romano Buagni. Se Pacchioni aveva dedicato il proprio lavoro a Lancisi, quello di Baglivi portava, significativamente, un’elaborata e non del tutto consueta dedica al Papa in persona, nonché “patron” di Lancisi, Clemente XI.

Qual è il rapporto fra le due opere e i loro autori? E qual è il senso di questa strategia complessa di annunci, anticipazioni e pubblicazioni che si intrecciano, nonché di promesse mancate? Giorgio Baglivi ricostruiva la storia del proprio lavoro nella Praefatio all’edizione del 1702. Vi si accennava, fra le altre cose, proprio a una lunga consuetudine di lavoro comune, sullo sfondo dell’ospedale della Consolazione, con Pacchioni. I due, secondo la ricostruzione di Baglivi, si sarebbero conosciuti all’inizio della sua permanenza romana, nel 1692. Baglivi narrava di essersi intrattenuto più volte a colloquio con Pacchioni, allora medico secondario alla Consolazione, e di avergli illustrato le proprie teorie. Diceva anche di averlo incoraggiato a pubblicare i suoi risultati osservativi sulla dura madre. Con una mossa retoricamente molto efficace, Baglivi rivendicava d’altro canto l’antichità delle proprie ipotesi sulla fibra come costituente elementare del corpo vivente, secondo lui già in parte espresse nella sua opera precedente, il De praxi medica, uscita a Roma nel 1696. La retorica compositiva di dediche e prefazioni non dà conto di quello che è stato, con ogni probabilità, uno scontro duro su questioni di priorità scientifiche e di elaborazione di un programma di ricerca, oltre che di status professionale. Apprendiamo qualcosa in più sulla vicenda da una lettera di Baglivi, posteriore di un paio d’anni.

La lettera di Baglivi in difesa del plagio

 La lettera fu scritta nell’aprile del 1704, in risposta ad una di Philippe Hecquet, da Parigi, che invece non abbiamo. Baglivi si difendeva qui dall’accusa ufficiale di plagio nei confronti di Pacchioni, una notizia che secondo Hecquet era arrivata addirittura a Parigi e che a dire di Baglivi, invece, a Roma non aveva alcun corso. Il tono di Baglivi, che riprendeva alcune delle argomentazioni della Praefatio del 1702, era questa volta tra il minimizzante e l’indignato. Egli si sforzava di ridurre il libretto e gli esperimenti di Pacchioni, con il quale ammetteva ancora di avere avuto una consuetudine, a una pura indagine anatomica sulla structura della dura madre, mentre le proprie pagine, frutto di anni di riflessione e di lavoro, avrebbero riguardato più in generale la funzione delle fibre, e avrebbero utilizzato le scoperte sulla dura madre per una sistematizzazione più ampia. Sembra di capire che Pacchioni abbia lasciato a Baglivi – probabilmente su consiglio dei suoi “amici” – l’onere e i rischi della costruzione di un sistema, limitandosi a un profilo testuale modesto e all’esposizione di risultati immediatamente verificabili. Questa era del resto una prudente consuetudine di tutto il gruppo dei ricercatori riuniti intorno a Lancisi, e di Lancisi stesso. La polemica contro il supposto plagio di Baglivi, se pure ci fu, fu felpata, condotta con estrema discrezione, una discrezione accentuata dalla morte precoce di Baglivi, avvenuta nel 1707, quando il caso ancora non si era spento del tutto. Per curiosità segnalo che Baglivi si sarebbe reso responsabile anche di un altro plagio, nei confronti del medico reggiano, Giovanni Casalecchi, a proposito delle febbri. È un caso che Casalecchi era stato fra i maestri di Pacchioni?

Un protagonista occulto

 Nonostante l’importanza assegnata al sapere del chirurgo, Pacchioni si sforzava dunque di tracciare delle linee di demarcazione tra le due professioni e funzioni, ricostituendo almeno in sede di sperimentazione scientifica una differenziazione e una gerarchia professionale che nella pratica anatomica e in genere ospedaliera era stata, nei decenni precedenti, senz’altro meno marcata che in altri luoghi di cura. L’atteggiamento di Pacchioni può essere spiegato con la sua adesione alle opinioni di quello che è, in un certo senso, il protagonista occulto della sua disputa con Baglivi: Giovanni Maria Lancisi. Mai stanco di insistere sulla necessità dell’apprendimento congiunto di Medicina e Chirurgia, che non erano per lui che due parti artificialmente separate della stessa disciplina, Lancisi avrebbe celebrato, anni dopo, una lunga serie di medici che erano stati anche chirurghi qui non scriptis modo, sed manibus quoque docuerunt. Ma nella stessa occasione Lancisi esortava i giovani medici ad appropriarsi dello spazio ospedaliero, facendolo loro e affrontando il compito ingrato di una pratica quotidiana al letto del malato. Al medico si ricordava il suo ruolo di Navarca e di Imperator. Metafore militari e politiche che ne ribadivano il ruolo di supremazia e di comando. Se Medicina e Chirurgia non dovevano essere separate, i ruoli del medico e del chirurgo non potevano essere assimilati. Lancisi e il suo gruppo erano dunque interessati a riappropriarsi delle attività che avvenivano in ospedale, nonché della potenzialità simbolica e reale dell’istituzione, sia in quanto centro di irraggiamento della caritas, sia in quanto luogo privilegiato dell’assistenza e dunque in grado di fornire un ricco materiale osservativo. Il potente archiatra pontificio aveva fatto della propria formazione al Santo Spirito, e in seguito del posizionamento all’interno di questa istituzione della propria Biblioteca e di un’Accademia, il centro del proprio impegno per la rifondazione della Medicina in chiave chimica e anatomico-chirurgica. L’interesse di Lancisi per i libri non si limitò al collezionismo o alla raccolta di opere utili per la pratica medica: con l’approvazione e il consistente appoggio del proprio “patron” e paziente, Clemente XI, Lancisi riscoprì e pubblicò testi come le Tavole di Bartolomeo Eustachi (un capolavoro perduto della ricerca anatomica romana) e la Metallotheca di Michele Mercati, legandone la pubblicazione all’inaugurazione della Biblioteca e dell’Accademia e facendo così del Santo Spirito uno dei centri della politica clementina di rilancio della cultura, anche scientifica romana. Per tutta la sua lunga vita Lancisi si interessò allo spazio ospedaliero, alla sua gestione e alla sua organizzazione: il suo ultimo progetto noto, ricordato anche nel suo testamento, è la creazione al Santo Spirito di un ospedale “per le donne”, la cui mancanza era lamentata anche da altri testimoni, e del quale Lancisi si spinse fino a dettare le norme di organizzazione e ad immaginare la struttura architettonica. L’esperienza del lavoro nello spazio ospedaliero, con tutte le sue diverse connotazioni, spingeva dunque la Medicina, ai suoi più alti livelli di istituzionalizzazione come nel lavoro quotidiano dei pratici, a riconsiderare il proprio ruolo. L’esperienza del tirocinio e del lavoro in ospedale rappresentava, per i medici fisici appena addottorati, un momento estremamente significativo e intenso, di grande impatto emotivo. La riappropriazione dello spazio ospedaliero da parte dei medici, che qui si è vista all’opera, avvenne dunque a diversi livelli, e presentò un atteggiamento ambivalente nei riguardi dei chirurghi, che pure da questo spazio avevano ricavato da tempo un rafforzamento della propria identità professionale. A Lancisi non poteva piacere fino in fondo il più giovane collega che si muoveva in solitaria e che in fondo era in modo inquietante una sua immagine riflessa, un suo Doppio allo Specchio!


Prof. Renato Giordano, UOC Diabetologia e Dietologia Asl Roma1

Per la corrispondenza: regiordano@libero.it


 

BIBLIOGRAFIA

Baglivi G. Il Morso della Tarantola salentina. (De anatomie, morsu et effectibus tarantule). A cura di Giordano R. Roma: Compagnia Nuove Indye, 2025.

Giordano R. AL BIVIO. Il giornale dell’ultima infermità di Papa Innocenzo XI di Giovanni Maria Lancisi. Roma: Palombi, 2019.

Giordano R. La nota di Dio ed il medico eretico. Roma: Compagnia Nuove Indye, 2023.

Giordano R. Processo per eresia. Processo ai Medici Romani e all’archiatra Giovanni Maria Lancisi nel ‘600. Roma: Palombi, 2020.

Lancisi GM. De subitaneis mortibus libri duo. Roma: typis Io. Francisci Buagni, 1707.